Poetry Therapy Italia

001 EDITORIALE To take my time 2 2019

  

La relazione tra poesia e cura della malattia funge da ordito, mentre fungono da trama le pratiche di poesiaterapia specifiche per ogni età della vita: così abbiamo intessuto il vestito di questo numero 13 di Poetry Therapy Italia.

Il giorno in cui guarirò (…)[1]
Muctar Inkindi

Abbiamo indicato, attraverso i contributi di questo numero, il filato di una via evolutiva per la specie umana che ha al suo centro la reciproca cura, laddove cura di sé e cura dell’altro sono inscindibili, come insegna il filosofo Luigi Vero Tarca[2]. Giorno dopo giorno stiamo navigando nella direzione di una Comunità poetica che sia intergenerazionale, interculturale, interreligiosa, internazionale, come accade anche in questo numero in cui specialisti di fama mondiale e giovani che hanno appena imboccato la strada della cura e della poesia, abitano poeticamente gli stessi luoghi, lo stesso tempo e lo stesso oltre, con tutta la compassione, la saggezza e la professionalità che occorrono. Intrecciare insieme poesia, malattia e cura, significa recuperare antichi fili andati perduti, intrecciandoli con nuovi fili di nuove terapie o approcci terapici, spesso scoprendo quanto con davvero poco, sia questo poco una parola, un silenzio, un gesto, si possano attuare sostanziali e talvolta decisivi cambiamenti di guarigione. 

Prendiamo per esempio il verso “Il giorno in cui guarirò”, che fa anche da titolo a una poesia di Muctar Inkindi, con la quale questo giovane poeta del Ruanda, auto cura consapevolmente la propria fragile salute mentale. Le parole di questo testo, anche solo scrivendole, dicendole, ripetendole o ascoltandole, hanno già effettuato in lui sul piano psichico e immaginifico un cambiamento che favorirà la sua guarigione. Non si tratta solo di una modifica della postura mentale, ma di una vera attivazione anche chimica, neuronale, essendo l’umano un essere vivente “psicofisico”, definizione quest'ultima che per quanto insufficiente a dire tutto l’umano, afferma implicitamente che ciascuna delle nostre parti sostanziali, da quella psichica a quella fisica, è indivisibile dall’altra e che il cambiamento dell’una porta inevitabilmente ricadute anche sull’altra. Se il verso anziché essere “Il giorno in cui guarirò” fosse “Mai, non guarirò mai” e la poesia nel suo sviluppo non aprisse a nessuna via di scampo dalla malattia, come spesso accade nelle fasi più critiche di chi vuole suicidarsi, il processo neuronale che si attiverebbe sarebbe di tipo depressivo. Invece “Il giorno in cui guarirò” è un verso che attiva la speranza, la quale funziona come un farmaco[3], perché cambia il cervello del paziente[4], come spiega con dati, sperimentazioni e argomentazioni scientifiche alla mano, il neuroscienziato Fabrizio Benedetti, Professore di Fisiologia e Neuroscienze presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Torino. Benedetti si spinge ad affermare che in base a quello che si conosce oggi su quanto e come la parola contribuisce sul buon esito di una terapia, va considerato come non etico non curare la componente psicologica quando si somministra una terapia. Sono oramai molti i neuroscienziati che sottoscrivono quanto sostenuto da Benedetti, ovvero che quando si somministra un farmaco affinché sia efficace, è necessario accompagnare all'azione del farmaco l'azione delle parole; quello che bisogna fare oggi è unire la farmacologia con tutta la componente psicologica che va potenziata poiché gioca un ruolo fondamentale sia nella malattia sia nella risposta alla terapia.

Ma non è solo la speranza che attiva dei processi mentali analoghi a quelli di un farmaco. Da professionista che dal 2009 opera sul campo tutti i giorni, sono certo che presto si scopriranno le proprietà “farmacologiche” di altri principali attivatori di benessere quali sono la fiducia, l’armonia, la consapevolezza, la compassione, l’ascolto di sé, il sentirsi ascoltati e compresi, l’interconnessione, la gioia, la spensieratezza, la pacificazione, la liberazione… La specie umana ha a sua disposizione strumenti di benessere eccezionali. Se dedicassimo il nostro tempo di vita nell’imparare a distinguerli, attivarli e impiegarli al meglio, quanta sofferenza in meno ci sarebbe al mondo.

Dalla nostra valorizzazione o inflazione della parola, del gesto e dei silenzi, dipende il loro potere trasformativo anche in termini terapeutici: è questo un sapere che dovrebbe essere diffuso e appreso da tutti affinché la “reciproca cura” diventi una pratica di prevenzione primaria condivisa da una Comunità. Nel contempo, però, ci ricorda Ippocrate di Kos nel suo De arte, dobbiamo anche sapere che “ogni guarigione ha la sua causa, sapere opportunamente usare i rimedi non è cosa da tutti”: vale a dire che, per operare in modo approfondito con la parola, i silenzi e i gesti, non va bene chiunque, ma servono professionisti della cura formati, come Facilitatrici/tori in poesiaterapia e poeteterapeute/i.

In generale la parola quotidiana e la parola poetica hanno un grado completamente diverso di attivare processi di guarigione di una malattia: la parola quotidiana ha un potere ordinario di portare benessere, mentre la parola poetica è un “farmaco” che ha un potere di guarigione straordinario, tanto più se la sua azione terapeutica parte dall’interno di una persona, come accade quando ci si riesce ad esprimere.

Ogni poesia condensa in sé poteri trasformativi di guarigione legati alle sue proprietà prosodiche, retoriche, immaginifiche, simboliche, semantiche ed energetiche: a) acquisire professionalità nel muovere e gestire queste potenzialità; b) comprendere come e quanto un testo poetico possa mutare il mondo interiore di una persona anziché di un’altra; c) avvalersi con sapienza della poesiaterapia in modo autonomo, oppure in modo intermodale con altre arti terapie, o in modo integrato con terapie tradizionali/convenzionali; e queste sono solo alcune delle competenze che fanno parte del corredo professionale di un poetaterapeuta.

La poesiaterapia è un’arte terapia carica di risorse di guarigione, molte delle quali già sperimentate e validate anche dalla scienza, ma molte altre restano ancora inesplorate, oppure, se esplorate, sono andate dimenticate e andrebbero riscoperte. È finito il tempo in cui noi occidentali con fare stupidamente superiore liquidavamo come credenze le pratiche medico-religiose delle culture indigene e di altre culture a torto gerarchizzate come minoritarie. Quando per esempio leggo, come mi è capitato ieri, le traduzioni in italiano di pratiche di guarigione incise su tavolette in pietra in luvio cuneiforme (II-I millennio a.C) – un sistema di scrittura e lingua indoeuropea dell'Anatolia, che gli scribi ittiti usavano per le espressioni rituali, certi che avesse un potere magico intrinseco con cui poter invocare divinità, praticare purificazioni o compiere guarigioni – non posso non domandarmi, libero da schemi di valore precostituiti, se e in che modo oggi, fatte le dovute contestualizzazioni nel qui e ora, queste pratiche possano indicarci una strada buona per imparare in chiave poetico-terapeutica a impiegare al meglio le parole, i silenzi e i gesti.

Ora, senza scomodare la pratiche di guarigione psicomagiche di Alejandro Jodorowsky, ma restando anche solo a pratiche di poetry therapy molto affini alla medicina occidentale più convenzionale, come lo sono quelle adottate con la componente simbolico-cerimoniale del Modello RES di Nicholas Mazza, è chiaro quanto il rituale possa svolgere un ruolo talvolta decisivo nel processo di una terapia. Esistono, per contro, molteplici cautele legate a queste ricerche a cui è bene sempre sottostare: il Papiro Ebers (ca. 1550 a.C.), per esempio, è un compendio di 110 pagine che riporta circa 700 formule magiche e rimedi di vario genere impiegati dagli antichi egizi. Anche se in questo caso conosciamo le formule impiegate, è chiaro che non è tanto importante il testarle empiricamente e validarle scientificamente, quanto piuttosto sapere empiricamente e scientificamente cosa attivino formule di questo genere, come agiscano e quando agiscano. Si prenda ad esempio la seguente formula: 

Scompari, nella terra o piaga! Scompari nella terra!
(per quattro volte)
Papiro Ebers, 90, 15 – 90, 1

Spesso, come anche in questo caso, i riti prevedevano precisi luoghi, gestualità, modi di pronunciare le formule, eccetera. Ciò che è importante, a fronte di così tante variabili, è comprendere le leggi universali di guarigione, che ci permettono di muovere le giuste leve e attivare i meccanismi di guarigione.

Il recitante di queste formule poteva essere il medico-mago, un parente del malato o lo stesso malato, com’è in questo caso tratto dal Papiro Heast (prima metà del II millennio a.C.):

Parole dette come formule magiche: Oh morto e morta, il demone nascosto della malattia, il nascosto che è nella mia carne e nelle mie membra, allontanati [6] dalla mia carne, e da queste mie membra. Ecco ho portato, contro di te, le feci da mangiare! Il Nascosto, nasconditi demone dell’occulto, vattene! [7]
Heast (HEA), tav. 7, 6 – 7, 7[5].

Una situazione analoga la riscontriamo in un percorso di poesiaterapia di gruppo, quando la/il poetaterapeuta professionista deve decidere se è meglio per il benessere del paziente che la poesia preesistente scelta dal poetaterapeuta oppure scritta dal paziente stesso, venga detta dal conduttore del percorso di poesiaterapia, da un componente del gruppo, dal paziente stesso su cui si è concentrata l’attenzione o se è meglio che il testo venga detto da tutto il gruppo preso in cura. In questo caso credo sia chiaro quanto lo studio di pratiche antiche anche di millenni ci aiuti, al di là che avvenga o meno l’odierno impiego di formule di guarigione composte in passato da altri popoli, a essere più efficaci nelle pratiche terapeutiche applicate oggi.

Poesia e malattia sono parole che ultimamente in Italia fanno rima, non più solo per assonanza, ma per sostanza. Così come oggi sono tornate a far rima poesia, musica e medicina, cosa che non accadeva dal tempo in cui l’immagine mitologica del Dio greco Apollo le conteneva simbolicamente tutte e tre insieme. Il fatto è che poesia e malattia hanno più o meno fatto rima baciata, alternata o dissociata, a seconda di quanto e come le culture dei popoli hanno tenuto o meno accanto o in risonanza i due infiniti mondi simbolicamente racchiusi in queste due parole. I loro potenziali sono stati più o meno esplorati insieme “a seconda del giudizio e della percezione che noi diamo loro” direbbe lo stoico Epitteto.

Più si imparano e comprendono pratiche di biblio/poesiaterapia più si amplia la possibilità di trovare il sentiero che il fiume della poesia deve compiere per arrivare a trasformare la malattia in salute, salvezza, bellezza; più si conoscono, approfondiscono e assimilano approcci terapeutici e più la malattia ci mostrerà la via per incontrare la nostra poesia; più coltiviamo una biodiversità delle visioni e più ciascuno avrà modo di trovare il proprio sentiero che unisce la poesia alla cura della malattia. Questo continuo processo di liberazione a 360° della propria visione non deve però farci cadere nel formarsi apprendendo “di tutto un po’”: come insegna Seneca “niente ostacola tanto la guarigione quanto il frequente cambiamento di medicine; non si cicatrizza una ferita sulla quale si tentino medicamenti diversi”[6]. Una volta che si individua la via migliore per noi, quella va approfondita con tutto di noi.

Il vestito di Facilitatrice in poesiaterapia e poetaterapeuta che ciascuno meglio calza, nel rispetto comune del codice etico nazionale di questa professione, è quello che aderisce alle misure uniche e irripetibili di ciascuno. Per questa ragione, PoesiaPresente – Scuola di scrittura poetica, performativa e poesiaterapia, direttamente connessa a Poetry Therapy Italia, non aderisce ad un modello formativo fisso, ma tuttavia ha ben chiara la direzione e la sua plasticità:

PoesiaPresente – Scuola di Poesia, propone un modello integrato, transculturale, transpecista (specie umana e non umana), che pone al suo centro l’essere Presente come Poesia vivente. Presente in quanto dono di sé e Presente in quanto condizione irrinunciabile, per realizzare l’unicità, l’irripetibilità e quindi l’insostituibilità di ciascuno, per la poesia in potenza che ciascuno è.

La formazione di PoesiaPresente, come poeta performer o poetaterapeuta è votata alla realizzazione di poetə performer e poetaterapeutə liberə da qualunque modello predefinito. La Scuola di PoesiaPresente intende la formazione come processo spirituale che, per mezzo della poesia, permetta a ciascuno di compiere e cantare la propria sacra unicità.

Nell’apprendimento dell’Arte di performare poesia o dell’Arte della Poesiaterapia, nessun poeta o figura che si sia dedicata alla cura psicofisica dell’umano e non umano è escluso… né è esclusa nessuna pratica spirituale, religione, filosofia, concezione estetica, scienza, modellistica psicanalitica… né è escluso alcun animale, pianta, minerale… a PoesiaPresente si impara da tuttə e da tutto ciò che permette di incontrare se stessi, nella triplice relazione tra io, l’altro e l’oltre.  

Mentre le logiche del profitto erodono sempre più ogni diritto tra cui quello senza il quale vengono meno tutti gli altri: il diritto alla salute e al benessere, fisico e mentale, ci sono persone che procedono “in direzione ostinata e contraria” (De André) per abitare poeticamente il mondo, compiendo gestí totalmente gratuiti, senza chiedere nulla in cambio. I numeri di Poetry Therapy Italia nascono da persone generose, dedite alla cura, consapevoli da un lato che donare dona, aiutare aiuta, curare cura, e dall’altro che questa dedizione non debba mai essere data per scontata: ogni numero rappresenta un piccolo grande gesto di speranza e amore. In questo numero 13, in particolare, incentrato sul portare un esempio di buona pratica nella formazione dei curanti e di buone pratiche nella cura della malattia con la poesia, abbiamo fatto ciò che spesso il sistema scolastico non fa: dare ampio spazio, voce e fiducia alle storie personali e alle ricerche dei giovani poeti; abbiamo evidenziato qual è la direzione in cui il sistema sanitario dovrebbe andare e che invece, salvo rare eccezioni (vedi l’ASL Biella o l’ASL di Ferrara) non va, perché

Non si nasce senza passare attraverso, non si cresce senza passare attraverso. Si può comprendere tutta la bellezza del curare, il fiorire e lo sfiorire solo passando attraverso, solo se io attraverso e mi lascio attraversare. Ci sono ponti nuovi per le età di ogni essere umano che vive sotto l’arco della sofferenza e della malattia, ci sono opportunità di costruire arcate di Benessere sotto il segno della cura consapevole e della Poesia. Ci sono persone che sanno ascoltare ogni oscillazione, persone che sanno quando e come dischiudersi e chiudersi, persone che sanno farsi riparo per chi vive esposto alla tempesta, persone che attraversano le crepe, si frantumano, eppure restano intere.[7]

Con queste parole avevo condensato il senso del Festival Internazionale di Poesiaterapia, avvenuto a Monza e a Vimercate (MB) dal 20 al 30 novembre 2025. Il titolo di questa seconda edizione del Festival è stato: “Attraverso. Parole di benessere per ogni età”, quindi il tema approfondito è stato quello de “la Poesiaterapia nelle età evolutive”.

Il presente, voluminoso, numero 13 di Poetry Therapy Italia continua e incrementa il già colossale lavoro compiuto durante il Festival, i cui contributi offerti da figure di spicco italiane e straniere, rappresentanti della medicina, psicologia, pedagogia, poesia, poesia  performativa, hip hop, eccetera, sono racchiusi nella freschissima stampa del libro Attraverso la Poesiaterapia. Nuovi ponti per il benessere di ogni età (Mille Gru, giugno 2026), dal quale oltre all’estratto sopra citato, presentiamo integralmente in questa sede anche l’introduzione di Paolo Maria Manzalini.

La volontà che accomuna questo libro e questo numero 13 di Poetry Therapy Italia, che ne è il naturale sviluppo online, è quella di esplorare altre possibilità di rispondere con altissima professionalità e sensibilità alla domanda: “Come attraversare la malattia con la poesia?”

Il focus di questo numero circoscrive e concentra l’attenzione nel rispondere a questa domanda, puntando i fari su quanto accaduto e relazionato in termini di pratiche nel seminario “Poetici effetti collaterali. Quando la parola, lenisce, sorprende, trasforma”, che si è svolto il 23 settembre 2025 presso la Sala Convegni dell'Ospedale dell'ASL BI a Ponderano (BI); organizzato dal Servizio Sanitario Formazione e Sviluppo Risorse Umane, era rivolto a professionisti della salute, dell'educazione e del sociale. Si è trattato di un Seminario di formazione incentrato sulle pratiche di cura con la poesia tra i più significativi realizzati ad oggi da una ASL italiana. Fiori così profumati non nascono certo per caso in determinati luoghi anziché in altri.

Questo significativo Seminario è nato proprio lì, poiché il contesto dell’Ospedale ASL di Biella, è stato sensibilizzato da un magnifico Gruppo Formazione, guidato per molti anni dal Prof. Vincenzo Alastra, fondatore di “Pensieri Circolari”[8] e, per 26 anni, docente di “Psicodinamica delle relazioni” per l’Università degli Studi di Torino.

Nel focus si scandaglia il perché sia così importante portare continuamente la poesia nella formazione del personale sanitario, di quanto e come attraverso gli strumenti poetici si possa educare all’affettività e alla sessualità, di quanto e come la poesia sia uno strumento efficace per la cura di bambini, adolescenti, adulti e anziani, nei percorsi riabilitativi o con pazienti affetti da patologie cronico-degenerative.

Qual è la miglior poesia e il miglior percorso di Poesiaterapia per quella specifica malattia? La sezione “Esperienze teorie” di questo numero 13 continua a rispondere a questa domanda, ampliando il raggio d’azione della ricerca sulla guarigione con la poesia, anche in termini geografici, come testimoniano l’intervista a Deb Alma (Tosolini), lo studio su Roma Bloom (Russo) e le traduzioni delle poesie di Gary Glazner (Acquaviva).

In questa sezione viene riservata un’attenzione particolare all’aspetto prescrittivo, non clinico della poesia, sia in percorsi individuali legati alla malattia e al lutto ma anche esaminando la prescrizione sociale (Tosolini), presa in seria considerazione da un numero sempre più crescente di medici. Perché questo mondo lo dobbiamo abitare poeticamente, anche e soprattutto quando le persone entrano in relazione diretta con la disabilità (Kuhtz). Uno dei segreti per abitare poeticamente il mondo è coltivare bellezza (Smeraldi), un altro segreto è coltivare il proprio giardino interiore (Chiappani), un altro è esplorare l'intersezione tra poesia contemporanea, spoken word, pratiche contemplative, neuroscienze applicate e mindfulness (Vercelli), un altro è leggere e impiegare poesie, racconti e romanzi nel modo e nei tempi giusti per noi (Aselli). 

E se finisse qui la storia? Con una specie di sospiro? L'ultima cresta di un'onda? Un rivolo d'acqua in un fosso dove gorgogliando l'acqua muore?[9]
Virginia Woolf, da Le onde, 1931

No, la storia non è finita qui, com’è stato per Bernard, la voce principale del romanzo Le onde, come leggerete tra qualche riga nel suo soliloquio, né la storia finisce qui per questo numero: la terza parte di questo numero 13 di Poetry Therapy Italia, infatti, propone cinque raccolte di poesie che ci permettono di guardare la cura di sé con la poesia attraverso più età. Dopo l’apertura con tre poesie di Gary Glazner (1957), figura storica della slam poetry americana[10] e della Poetry Therapy applicata ai malati di Alzheimer (APP – Alzheimer’s Poetry Project https://www.alzpoetry.com/company), seguono quattro sillogi con le quali le/i giovani autrici/autori realizzano il loro debutto pubblico come poetə, che rappresentano quattro modi diversi di attraversare con la poesia la cura del proprio dolore: Cristina Sala (29 anni), Jacopo Franzin (22 anni), Theo Cantau Neculcea (18 anni) e Zaz (14 anni). Completano questo numero 13 il dolore e la malattia, rese poesie nel tempo dell’adultità, con i libri delle poete Mariella De Santis, Silvia Rosa e Cristina Ghislanzoni, rispettivamente recensite dalle redattrici Russo, Castellari, Di Grillo.

Eccomi prossimo a chiudere l’editoriale con le parole di rifioritura del romanzo considerato dalla stessa Woolf come la sua creazione più riuscita, il suo “play-poem” (poema-dramma). Bernard, dicendo “la mia sola misura è la frase”, ci rivela come lui rivitalizza ogni volta il concetto di individualità, il senso dell'io e di comunità:

È finita. Siamo finiti. Ma aspetta – passai tutta la notte ad attendere – Un istinto ci riafferra, ci alziamo, scuotiamo all'indietro la criniera bianca di schiuma, battiamo con forza i piedi sulla sabbia; non ci faremo imprigionare. Cioè mi lavai, mi rasai, non svegliai mia moglie, feci colazione, mi misi il cappello, e andai a guadagnarmi la vita. Dopo il lunedì, viene il martedì.[11]

Per noi di Poetry Therapy Italia l’unità di misura è il verso, sempre uguale a se stesso proprio perché ogni volta diverso. Abbiamo scelto la poesia per prenderci cura della nostra vita e del mondo, certi che oggi per noi questa direzione sia la via migliore per respirare all’unisono con l’universo. E allora: 

(...)
Cresca ciò che non cresce!
Il raccolto di ciò che non cresce,
che prosperi!
[12]

Note

[1]Il testo completo della poesia lo si può leggere in questo articolo “Il giorno in cui guarirò, la salute mentale in una poesia di speranza e guarigione” di Nicoletta Migliore
 https://libreriamo.it/poesie/il-giorno-in-cui-guariro-salute-mentale/, ultima consultazione 29 giugno 2026.

[2] Luigi Vero Tarca, La pace è equidistanza? A cura di Petrizia Gioia per PoesiaPresente https://www.youtube.com/watch?v=W1lknCu0Sy0&t=53s, ultima consultazione 30 giugno 2026.

[3] Fabrizio Benedetti, La speranza è un farmaco: Come le parole possono vincere la malattia, Mondadori, Milano, 2018.

[4] Fabrizio Benedetti, “La speranza cambia il cervello del paziente”
https://www.fondazionezoe.it/attivita/archivio-relatori/benedetti-fabrizio/ ultima consultazione 30 giugno 2026.

[5] https://mediterraneoantico.it/wp-content/uploads/2022/09/Il-papiro-Phoebe-A-Hearst.pdf, ultima consultazione 1 luglio 2026.

[6] Testo originale in latino: “nihil aeque sanitatem inpedit quam remediorum crebra mutatio; non venit vulnus ad cicatricem in quo medicamenta temptantur; non convalescit planta quae saepe transfertur;” Seneca-Epistula ad Lucilium II (Sen. Ep. Luc. II).

[7] Bulfaro D., Manzalini P. M. (a cura di), Attraverso la Poesiaterapia. Nuovi ponti per il benessere di ogni età, Mille Gru, Monza, 2026.

[8] Spazio aperto agli interessati, all'utilizzo della narrazione, formazione e cura nel settore sociale e sanitario.

[9] Virginia Woolf, in Le onde, a cura di Nadia Fusini, Einaudi, Torino, 2014, pag. 197.

[10] “Né Marc Smith, ideatore dello Poetry Slam con sede a Chicago, né Bob Holman del Nuyorican organizzarono il primo National Poetry Slam. Il primo “Nationals Slammaster” fu un poeta-fiorista di San Francisco di nome Gary Mex Glazner. Tarchiato, abbronzato e malizioso, con un sorriso pronto e ironico, Glazner assomigliava più al tuo barista preferito che a un guru dell’organizzazione di eventi poetici. Ma nel 1990 fu proprio Glazner, già famoso per le sue idee imprevedibili a sostegno della poesia, a proporre di utilizzare il National Poetry Festival di San Francisco come cornice per il primo National Poetry Slam. In Aptowicz, Cristin O'Keefe (2008). Words in Your Face: A Guided Tour Through Twenty Years of the New York City Poetry Slam. Soft Skull Press. "Chapter Six: Playing Nice; The First National Poetry Slam", pag. 45.

[11] Virginia Woolf, in Le onde, Einaudi, Torino, 2014, pag. 197.

[12] Ultimi versi di un canto propiziatorio in luvio cuneiforme.Traduzione in italiano del Prof. Riccardo Ginevra.

 

 


 

Dome Bulfaro Foto Dino Ignani Rimini 2016

Dome Bulfaro (1971) poeta, performer, artista visivo, editore, docente di Poesiaterapia e formatore, si dedica alla poesia (di cui si sente un servitore) e all’arte ogni giorno dell’anno. È uno degli autori italiani più attivi e decisivi nel divulgare e promuovere la poesia performativa ed è il principale divulgatore in Italia della Poetry Therapy/Poesiaterapia.
Ha fondato ed è direttore di Poetry Therapy Italia (2020),  rivista di riferimento della Poesiaterapia italiana. Ha fondato e dirige (con Simona Cesana) PoesiaPresente – Scuola di Poesia (2020, Monza), prima scuola italiana di poesia performativa, scrittura poetica e poesiaterapia, prima in Italia a proporre corsi di formazione per Facilitatori/ici in Poesiaterapia.
Dal settembre del 2024 fa parte del board del Journal of Poetry Therapy (USA); nell’ottobre 2024 ha preso parte alla 1st European Biblio/Poetry Therapy conference 2024 (Budapest) come referente per la Poesiaterapia italiana. 
(Foto Giuseppe Ruscigno)
» La sua scheda personale.