Poetry Therapy Italia

16 TEORIE Landscape 10 2026

 

Le potenzialità della Poesia performativa ed una proposta di integrazione della poesia performativa nelle pratiche di mindfulness, permettendo così il recupero di dimensioni importanti come la relazionalità e la risonanza interpersonale. 

canta,
canta a gola spiegata
perché il Vero Essere possa seguire la Parola.

– Thich Nhat Hanh, Esperienza, 1964

Un paradosso luminoso

Quando conclusi per la prima volta un’esperienza di Vipassana, nei giorni seguenti notai qualcosa di inaspettato: la poesia sembrava diversa. Non genericamente migliore, non in modo attribuibile a un generico stato di benessere post-ritiro che era comunque qualcosa che mi aspettavo, era proprio la poesia, come oggetto, che sembrava più densa, più necessaria, più capace di lasciarsi sentire. Confrontandomi con altri praticanti scoprii di non essere l’unico ad avvertire questa stranezza. E in particolare ascoltare poesie lette, interpretate con il corpo, dal vivo, mi dava un effetto a me completamente inedito e immersivo. Qualcosa nell’incrocio tra meditazione e lettura del testo poetico meritava di essere compreso.

Il punto di partenza è paradossale. Chi medita sa bene che la pratica tende verso una certa economia dell’attenzione, una riduzione del rumore di fondo, eppure il risultato sulla percezione, in questo caso poetica, non era una semplificazione quanto un arricchimento. Ecco, la ricerca neuroscientifica offre una chiave solida per risolvere questo enigma, la meditazione, e in particolare la Vipassana, produce quella che i ricercatori chiamano riduzione del gating sensoriale mediato dall’alfa. Il cervello, paradossalmente, filtra di meno, aumenta la sensibilità agli stimoli anche più sottili, senza però incrementare la reattività emotiva ad essi[1]. Sensibilità e reattività, dunque, si separano. Il risultato è una mente simultaneamente più aperta e più stabile. La condizione ideale per incontrare la complessità irriducibile della poesia. Nella mia ricerca per rispondere in termini neuroscientifici a questa curiosità, ho trovato quattro meccanismi che sembrano operare insieme. Il primo è la chiarezza sensoriale ricettiva. Ascoltando una poesia, i pattern sonori del testo, il metro, le assonanze, le texture fonetiche si registrano con maggiore chiarezza e vividezza. Il secondo è la stabilità attentiva che determina questa ricezione, la ruminazione quietata, la mente addomesticata permette di restare con tutta l’attenzione e la presenza su ogni verso, di non perdere il filo dell’immagine per un pensiero passeggero e intrusivo. Il terzo è la ricettività emotiva che connota tutto il processo, l’addestramento rende le emozioni accessibili senza che queste sopraffacciano il meditatore, si può sentire la risonanza di una poesia sul lutto senza esserne sommersi.

C’è poi un quarto elemento, forse il più importante per chi ascolta poesia e potrebbe essere reso con un prestito dalla psicoterapia con il concetto di confini del sé ammorbiditi. Un senso di sé più permeabile, meno rigidamente difeso[2], un comandante più aperto e curioso, la condizione ideale per quel trasporto narrativo che ti fa sentire dentro la poesia. Vedi con gli occhi del testo, senti le sue risonanze come tue, senza paura di perderti. La poesia non è più un oggetto, tanto quanto un paesaggio da abitare. Insieme, questi quattro cambiamenti trasformano il lettore in un interlocutore perfetto. Ecco la risposta alla poesia diversa. Come scriveva Chandra Livia Candiani, citata da Leonora Cupane, «la poesia è questo tentativo di mantenere la parola viva»: la meditazione prepara chi la incontra a riceverla davvero. Ma dopo che succede? 

La poesia che è sempre stata corpo

Fermarsi qui, però, sarebbe fare un torto alla poesia. Trattarla come oggetto passivo che beneficia di un lettore potenziato significa ignorare quello che la poesia ha sempre saputo di se stessa, che il suo luogo naturale non è la pagina, ma la voce, il corpo, la comunità che ascolta. Come osserva Marco Onofrio, “la poesia è da sempre principalmente canto e musica, perché nasce dalla notte dei tempi come atto magico di controllo e dominio delle energie cosmiche. Le origini della poesia sono legate alla magia, al mito e al rito. Il poeta coincide con lo sciamano, col maestro di cerimonia”[3]. Questa “originaria dimensione sciamanica” era legata in modo esclusivo all’oralità, la performance vocale e corporea era la modalità costitutiva attraverso cui la poesia operava la sua funzione trasformativa, la struttura stessa del fare poetico. Le pratiche sciamaniche documentate antropologicamente mostrano paralleli illuminanti con i meccanismi della meditazione: stati di coscienza espansa che coinvolgono “tutti i sensi”, sensazioni “vive” piuttosto che meramente immaginative, il concetto del diventare osso cavo, un condotto svuotato dell’ego per permettere alla coscienza di espandersi. Sandra Ingerman descrive le parole come semi che “determinano che tipo di piante cresceranno”.
I grandi mistici-poeti l’avevano compreso e lo incarnavano perfettamente, Rumi nel vortice del Diwan-e Shams, Tagore nelle Gitanjali o ancora Thich Nhat Hanh nelle sue gathas meditative. Per tutti questi maestri la poesia era comunicazione performativa e incarnata, capace di aprire il cuore e il corpo al dialogo con ciò che li trascende. Ho avuto modo di osservarlo direttamente, frequentando per anni l’ambiente della poetry slam italiana. In certi luoghi, in certi spazi, la performance poetica smette di essere intrattenimento e assume i toni di un rito sociale collettivo a tutti gli effetti. Io credo che non sia fare un passo più lungo della gamba vedere nel rito sociale del poetry slam, nello spoken word contemporaneo in molte delle sue forme, un recupero e aggiornamento che si inserisce in questo solco. Forse già assume nuove forme spontanee, così come dal tarantismo si arrivò alla taranta. Il fatto che la ricerca sulla trasformazione dei generi letterari nell’era digitale documenti un ritorno della poesia alla performance, alla piazza, al teatro, alle comunità, benché dal nostro limitato punto d’osservazione sia indistinguibile da una moda, può diventare florido se inserito nel frame che lo vede sintomo, risorgenza di qualcosa di costitutivo. Con tutto ciò che questo implica in termini di elaborazione comune, riconoscimento reciproco, catarsi condivisa. 

Cosa manca all’MBSR

Nei quarant’anni dalla sua fondazione, l’MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) ha dimostrato solidamente la sua efficacia nel ridurre ansia, depressione e stress percepito in popolazioni cliniche e non cliniche. È certamente un risultato straordinario, ottenuto attraverso l’operazione altrettanto straordinaria di estrarre tecniche meditative dai loro contesti religiosi originari, validarle scientificamente e renderle accessibili a milioni di persone attraverso sistemi sanitari, scuole, carceri. Ma questa operazione ha prodotto anche inevitabilmente delle perdite. La meditazione buddhista originaria non era mai pratica solitaria, pura tecnica. Era situata in sangha (comunità), scandita da rituali, accompagnata da insegnamenti etici, permeata da linguaggio poetico, i sutra, i gatha o ancora i koan. Il silenzio meditativo era sempre ed essenzialmente una forma incarnata di preparazione all’azione compassionevole nel mondo, seppur mediatamente, come effetto collaterale desiderato, uno strumento di autocura individuale. Come ha documentato Ronald Purser in McMindfulness, la secolarizzazione biomedica ha reso la mindfulness compatibile con logiche di auto-responsabilizzazione neoliberale, trasformando una critica radicale della sofferenza in tecnologia di self-management[4]. L’individuo impara a gestire il proprio stress senza mai interrogare le cause strutturali di quello stress. A questo si aggiungono limiti pratici. I tassi di drop-out nei programmi MBSR standard oscillano tra il 15 e il 30%, con categorie specifiche particolarmente a rischio: giovani adulti, persone con bassa tolleranza al silenzio prolungato, individui con stili cognitivi estroversi o bisognosi di modalità espressive attive. La difficoltà di “stare fermi e non fare nulla” è un segnale che il protocollo standard, per quanto efficace, non risponde a tutti i modi in cui gli esseri umani entrano in contatto con se stessi.
Si unisca a completamento di questi due aspetti la dimensione relazionale, sistematicamente sottostudiata. L’MBSR è offerto in gruppo, ma la letteratura empirica si è concentrata quasi esclusivamente sui processi psicologici individuali. La coesione di gruppo, la connessione percepita tra i partecipanti, il potenziale comunitario del formato restano effetti collaterali piuttosto che obiettivi espliciti. Eppure nella tradizione da cui l’MBSR deriva, la comunità era tutto. È interessante che il manuale MBSR del 2025, la revisione più recente curata dallo stesso Kabat-Zinn, riconosca esplicitamente, con buona pace di molti trainer e insegnanti italiani, che la trasmissione del programma risiede non nel protocollo scritto quanto nel corpo del docente, nella sua “embodied expression”[5]. Il manuale afferma che “the teacher’s own meditation practice and its embodied expression in the classroom is the primary vehicle for the conveyance/transmission of MBSR”.
Se la conoscenza si trasmette attraverso il corpo, non attraverso la spiegazione, allora c’è un’epistemologia incarnata già nel cuore del protocollo. La poesia performativa, a pelle corpo estraneo, diventa così un’espressione portata alla luce di una logica già presente.

Tre pilastri per una proposta

Se il modello che propongo ha tre pilastri, è perché la poesia performativa, come ricorda Dome Bulfaro, si regge su un tripode analogo: “la parola, il silenzio e il gesto”[6].
Sono questi i tre linguaggi che il poeta performer è chiamato a vivificare. E sono sorprendentemente vicini ai linguaggi che un corpo silenzioso in meditazione già conosce: il respiro (gesto interno), la mente (parola interna), la pausa tra un pensiero e l’altro (silenzio). Dunque si intenda questa proposta come un’estensione organica.
Sulla base di una convergenza di evidenze (neurobiologiche, letterarie, antropologiche, cliniche) propongo un modello a tre pilastri attraverso cui la poesia performativa consapevole (che chiameremo qui spoken word mindful) potrebbe amplificare e operare in sinergia con i meccanismi terapeutici dell’MBSR.

 I. Presenza fatta carne (Embodied Presence)

L’MBSR coltiva la consapevolezza corporea attraverso pratiche prevalentemente statiche e introspettive: pensiamo al body scan, l’attenzione al respiro o quella forma distesa e dolce di yoga fondamentalmente sbilanciata in favore della mente. Il corpo è oggetto di attenzione, ma rimane fermo. Una performance poetica consapevole introduce una modalità complementare, perché il corpo del poeta usa voce, respiro, gesto per articolare un’esperienza emotiva diventa strumento attivo di comunicazione incarnata. Scrive Bulfaro: “Ogni volta che tengo una lezione di poesia performativa, oppure salgo sul palco per fare poesia performativa, vivo questo momento come un rito di incorporazione. [...] Se l’invocazione della poesia corrisponde alla prima fase di svuotamento del sé, l’incarnazione è la seconda, l’incorporazione della poesia la terza. La quarta e ultima è essere poesia”[7]. 
La sequenza che si va delineando è fondamentale per tracciare una dialettica sovrapponibile, svuotamento, incarnazione, incorporazione, essere. La fenomenologia della meditazione profonda.
Per il pubblico in ascolto si attiva una forma di simulazione incarnata, la voce ascoltata articola chiaramente un’emozione, i circuiti neurali legati a quella stessa emozione si attivano debolmente nell’ascoltatore, generando una forma di comprensione somatica prima ancora che concettuale. La consapevolezza interocettiva potenziata dalla meditazione precedente amplifica naturalmente questa ricezione: il partecipante contingentemente capisce la poesia e la sente nel corpo. Come osservava Bachelard, “non si può pensare la vocale A senza innervare le corde vocali”[8].
Il poeta modellizza, dunque, una capacità che è esattamente quella che l’MBSR si propone di sviluppare, saper stare consapevolmente con un’emozione intensa mantenendo il corpo vivo e presente, senza fuggire e senza dissolversi.

II. Processamento emotivo bimodale (ricettivo e relazionale)

Arriviamo ad un’altra dinamica fondamentale, per quanto difficilmente intuitiva. L’MBSR insegna a processare le emozioni in modalità ricettiva e introspettiva, abbiamo parlato di osservazione non giudicante, si nota come sorge e come passa la sensazione, la si tollera e ne si individua la corporeità e conseguentemente la sua corporeità. Per molti partecipanti e in particolare quelli con difficoltà nell’articolazione emotiva verbale (alessitimia), o con stili cognitivi estroversi, questa modalità non è sufficiente. La ricerca mostra che una quota significativa della popolazione ha difficoltà non solo a descrivere, ma persino a identificare i propri stati emotivi. Ed ecco che nuovamente come una chiave di volta arriva la poesia a fornire una forma di modellamento emotivo incarnato. La parola è materia viva, se pronunciata, quando il poeta articola consapevolmente una complessità, sia essa emotiva, relazionale, intima, attraverso il linguaggio, questa articolazione diventa un vocabolario condiviso. Scrive ancora Bulfaro: “La poesia performativa ha a che fare inevitabilmente con la vita e la morte. Ha a che fare con le doglie, con le doglianze, le danze con cui condividiamo il dolore di altri da noi, per sgravarli un poco di quel dolore, per aiutarci a partorirlo, trasformato in poesia”[9].
L’ascolto passivo è un’illusione utile a chi vuole togliere agentività all’ascoltatore e ignorare la complessità olistica di un sistema. Il pubblico in stato meditativo pratica una forma di testimonianza compassionevole, cioè l’ascolto non-giudicante di cui parla Kabat-Zinn, la tolleranza dell’emozione altrui senza bisogno di risolverla o curarla. Questa asimmetria, apparentemente problematica, credo diventi terapeutica proprio perché elimina la pressione della reciprocità, il partecipante non deve rispondere, non deve valutare, non deve performare alcuna reazione appropriata. Può semplicemente stare con l’esperienza emotiva offerta, così come si sta con i pensieri o le sensazioni corporee. La ricerca sul processamento emotivo in terapia documenta che questo tipo di osservazione non-giudicante è uno dei fattori curativi più robusti, in particolare per chi ha difficoltà nell’espressione emotiva diretta[10].
Come scriveva Diana Hedges: “Sarebbe difficile immaginare un singolo sentimento che non sia stato espresso in una poesia. Amore, perdita, angoscia, gioia, tradimento, eccitazione, delusione, disprezzo, paura e ansia sono la materia della poesia. Questo può connetterci con le nostre stesse emozioni forti, ma può anche aiutare a rompere i sentimenti di alienazione e isolamento. Anche altri hanno provato le stesse sensazioni”[11].

III. Risonanza interpersonale (Collective Resonance)

Quando un gruppo, dopo la pratica silenziosa condivisa, ascolta insieme una voce viva che articola l’ineffabile, si crea uno spazio liminale che Victor Turner avrebbe riconosciuto come communitas, quella solidarietà temporanea e spontanea che trascende le gerarchie della vita ordinaria[12]. Nonostante la poesia, non è una metafora: la ricerca sulla sincronizzazione neurale durante le interazioni sociali mostra che l’ascolto di narrazione emotiva produce fenomeni di brain-to-brain coupling tra narratore e ascoltatori. Gli studi sul canto terapeutico di gruppo e danza sincronizzata mostrano che la pratica incarnata condivisa produce coesione interpersonale e modifica la qualità stessa della relazione tra i partecipanti. Universalizzazione, avrebbe detto Yalom parlando del piano su cui opera la poesia condivisa, in merito all’isolamento. Il riconoscimento che la propria sofferenza è condivisa, non unica, non mostruosa. Quando un poeta articola la propria paura della morte o la propria solitudine e una sala intera la riconosce come propria, succede qualcosa che nessuna spiegazione cognitiva può replicare. Bulfaro lo dice con chiarezza: “la performance poetry spinge il poeta verso l’eliminazione dell’ego, sono pratiche in cui il proprio ego va messo da parte, va ridotto fino a eliminarlo (nel senso di trasformarlo)”[13].
E questo movimento del poeta, dall’individuale all’universale attraverso la vulnerabilità autentica, crea il vettore attraverso cui anche il pubblico si muove nella stessa direzione. Qui la proposta tocca anche la questione politica della mindfulness. Se l’MBSR secolarizzato rischia di diventare tecnica di sopravvivenza a condizioni insostenibili senza mai interrogarle, la poesia performativa comunitaria può aprire uno spazio di “conscientização” per mutuare un termine dal dizionario della ludopedagogia di Paulo Freire, la presa di coscienza critica. Quando un poeta condivide versi sulla solitudine strutturale o sul senso di insignificanza, sta nominando realtà che l’ideologia dominante preferisce individualizzare. Certo, c’è il rischio che certe persone vedano in questo una forma subdola di istituzionalizzazione dell’indottrinamento e propaganda, ma lo affronteremo più avanti. Il punto focale intanto è che il gruppo che ascolta consapevolmente stia riconoscendo la dimensione sociale della propria sofferenza e questo riconoscimento ha già, in sé, qualcosa di liberatorio.

Come funzionerebbe in pratica

Una sessione MBSR che integri lo spoken word dovrebbe possedere una struttura relativamente semplice. La pratica meditativa formale, come detto, precede sempre la performance, poiché ne è la condizione necessaria d’essere, lo stato di calma attentiva che trasforma l’ascolto da fruizione estetica a ricezione consapevole. La performance dovrebbe durare tra i cinque e gli otto minuti, non di più. Il poeta sceglie testi su temi universali declinati secondo la propria sensibilità. Prima della performance, il facilitatore guida una breve transizione: “Mantenendo questa qualità di consapevolezza che avete coltivato, portiamo l’attenzione verso l’ascolto. Con la stessa apertura non-giudicante che avete portato al vostro respiro, ascoltiamo ora intorno a noi.”
Dopo la performance, saranno sempre necessari alcuni minuti di silenzio integrativo. Il contenuto che ancora risuona nell’osservazione non giudicante deve sedimentarsi fino a diluirsi nel silenzio e il ritorno alla postura iniziale. Seguirebbe un debriefing strutturato che non è mai analisi estetica della poesia. Questo è un punto fondamentale per ricordare la funzione di quanto appena avvenuto.  Il trainer dovrebbe guidare all’esplorazione consapevole dell’esperienza somatica ed emotiva vissuta. Le domande guida non cercano interpretazioni, ad esempio:

“Quali sensazioni corporee avete notato durante l’ascolto?”
“C’è stata un’emozione che ha risuonato con la vostra esperienza?”
“C’è una frase o un’immagine che è rimasta con voi?”

Il poeta rimane in ascolto durante il debriefing. La poesia è già stata detta. Il compito ora è stare con ciò che ha aperto. Nelle sessioni successive sarà poi possibile introdurre gradualmente la scrittura poetica come risposta creativa all’ascolto, piccoli esercizi da prompt, descrizioni di emozioni attraverso soli elementi sensoriali, haiku. La condivisione rimane su base volontaria, in sottogruppi protetti. L’ascolto diventa così propedeutico alla creazione, i partecipanti passano da riceventi a co-creatori e la poesia si fa davvero pratica bidirezionale. Ed ecco che al termine di un ciclo di MBSR si potrà lasciare ai partecipanti due nuovi strumenti ora sinergici, la meditazione e tutta la sua postura epistemica e l’estetica e la sensibilità della poesia e del journaling. 

L’illusione della neutralità

Tra le tante obiezioni che si potrebbero sollevare, quella che mi preme affrontare subito è quella relativa alla necessità intrinseca stessa di un’integrazione del genere, seppur chiaramente proficua. Se l’MBSR è stato validato scientificamente proprio grazie alla sua secolarizzazione, cioè all’eliminazione di contenuti religiosi, morali o politici che potrebbero alienare i partecipanti, reintrodurre la poesia performativa non rischia di compromettere questa neutralità? Poesiaterapia e meditazione non dovrebbero rimanere separate e per questo più facilmente gestibili? Un poeta che condivide versi sulla solitudine strutturale o sul senso di insignificanza non sta forse imponendo un frame interpretativo specifico che alcuni partecipanti potrebbero rigettare?
L’obiezione è sicuramente più che fondata, ma si fonda su un presupposto che vale la pena esaminare, ovvero l’idea che l’MBSR secolarizzato sia neutro. Non lo è. Come hanno mostrato critiche sociologiche recenti, tra cui quella di Ronald Purser in McMindfulness, la formulazione standard dell’MBSR porta già con sé presupposizioni culturali e politiche precise. L’enfasi sul gestire il proprio stress, regolare le proprie emozioni, migliorare il proprio benessere assume implicitamente che la sofferenza sia un problema primariamente individuale, risolvibile attraverso tecniche personali. È una posizione perfettamente coerente con l’ideologia neoliberale della responsabilizzazione individuale. Il focus sui sintomi del soggetto e sugli squilibri chimici senza mai nominare le cause sociali ed ecologiche, quali ad esempio possono essere la precarietà lavorativa, la disuguaglianza economica o l’alienazione urbana, non sono manifesta neutralità quanto lo specchio ideologico del realismo capitalista, per dirla con le parole di Fisher, la scelta, politica, di depoliticizzare la sofferenza. L’MBSR standard contiene già un’ideologia. Solo che è l’ideologia egemonica del nostro tempo, e quindi appare neutra a chi vi è immerso. La questione, dunque, non è se introdurre contenuti valoriali, sono già presenti, in ogni protocollo, in ogni scelta su cosa dire e cosa tacere, ogni disciplina medica è anche in parte un fatto totale maussiano che direbbe ad altri molto più di quello che noi vediamo su di noi e le nostre credenze. La questione è quali contenuti e con quale consapevolezza critica.

I criteri di scelta dei testi

La soluzione che propongo, in quanto sarebbe impossibile eliminare contenuti valoriali di qualsiasi genere da un testo poetico, è quella di adottare criteri rigorosi che distinguano tra temi umani universali, per quanto culturalmente situati, e presa di posizione ideologica esplicita. Il dolore e la perdita, la solitudine e il desiderio di connessione, la paura della morte e la ricerca di significato, l’esperienza della bellezza, la resilienza di fronte alla difficoltà, sono tutti temi che attraversano culture, religioni e posizioni politiche trasversalmente. Un conservatore cristiano, un progressista laico, un buddhista tradizionale possono tutti riconoscersi nell’esperienza della perdita o nella paura dell’insignificanza. La poesia che evoca questi temi non ha alcun bisogno di consenso ideologico, di accettare un patto politico, ma opera sul piano della risonanza e dell’esperienza umana. Offre linguaggio per ciò che già pulsa, inespresso, nel vissuto dei partecipanti. La distinzione è sottile ma essenziale e va maneggiata con onestà.
Il poeta può condividere (per quanto versi un po’ piatti e didascalici) qualcosa come: “Sento la mia vita svuotata di senso quando lavoro solo per produrre”.
Si tratta certo di un’esperienza soggettiva universalizzabile. Non dovrebbe invece dichiarare: “Il capitalismo ci rende schiavi”.
Non voglio entrare nel merito, ma sarebbe una tesi ideologica specifica che presumerebbe un accordo preventivo nel gruppo. La prima frase apre uno spazio di risonanza, la seconda chiude lo spazio e arruola l’ascoltatore in una militanza. In un contesto così delicato è necessario il rispetto della complessità delle storie che ogni partecipante porta nella stanza. La struttura relazionale del protocollo, del resto, previene per design il rischio di indottrinamento attraverso un’asimmetria terapeutica rigorosa, il poeta non è un insegnante, non è un guru e soprattutto non è un maestro. Il poeta è un testimone che offre la sua esperienza, presenza incarnata e linguaggio, vulnerabilità autentica che possono servire proprio solo ed esclusivamente per quell’attività di osservazione non giudicante. Il suo compito non è convincere e la risposta del pubblico, se ci sarà, è libera, imprevedibile, non pilotata e focalizzata alle proprie sensazioni, più che alla verifica del messaggio. È doverosa, a questo punto, un’altra precisazione. Una poesia performativa può essere un farmaco potentissimo, ma come ogni farmaco ha le sue controindicazioni. In mani non formate o con testi scelti senza intenzionalità terapeutica, può diventare un potente nocebo.
Leedy, già mezzo secolo fa, metteva in guardia dall’usare con pazienti depressi poesie «che non offrono speranza o che potrebbero aumentare i sensi di colpa», o che “incoraggiano, glorificano o addirittura menzionano il suicidio”[14].
La selezione del testo è un atto clinico e contemporaneamente estetico. Deve seguire l’isoprincipio della musicoterapia, un testo che risuona vicino all’umore del paziente, ma che contiene nella sua struttura una via d’uscita, uno spiraglio. Una poesia che esplora il dolore, che nomina la disperazione, ma non la rende l’ultima parola, in un equilibrio delicatissimo che richiede maestria e l’incarico di una certa responsabilità. 

La parola che fa essere

Ritorno alla poesia di Thich Nhat Hanh da cui ho preso il titolo di questo lavoro. Era il 1964, in Vietnam, durante un’operazione di soccorso in zona di guerra. Di fronte all’orrore, Thich Nhat Hanh scriveva:

canta,
canta a gola spiegata
perché il Vero Essere possa seguire la Parola.

Credo che in quelle due righe ci fosse già tutto. C’è la comprensione che il silenzio non è il fine della pratica (non si medita per cercare il silenzio), ma la sua condizione di possibilità. La meditazione silenziosa purifica la percezione, stabilizza l’attenzione, ammorbidisce i confini del sé, apre il cuore. Ma il completamento, se di completamento si può parlare, avviene quando ciò che è stato toccato nel silenzio trova articolazione nella parola incarnata, quando la presenza coltivata individualmente si fa presenza condivisa nella comunità, quando l’essere autentico si manifesta come testimonianza vocale che altri possono ricevere, riconoscere, essere trasformati. È un movimento circolare. Dal silenzio alla parola, dall’interiore all’espresso, dall’individuale al relazionale, dalla pratica all’azione. Penso che una sperimentazione in questo senso possa risolvere una tensione già presente all’interno dei protocolli basati sulla mindfulness. Il manuale MBSR del 2025 pone al centro della sua epistemologia la distinzione tra doing mode e being mode, tra l’automatismo reattivo e la presenza consapevole. E afferma che “when we let our doing come out of this direct experiencing of being, it is an entirely different doing”[15].
La parola performata con presenza, che nasce dal silenzio interno e lo prolunga nel suono, è esattamente questo, un atto del dominio dell’essere che si fa voce. Incarna la pratica meditativa. Così come esiste il mindful eating e il mindful walking, esiste lo spoken word mindful.  È in questo senso che il poeta-performer può diventare ciò che la tradizione sciamanica ha sempre saputo, un medium tra il visibile e l’invisibile, tra il dicibile e l’indicibile. Certo, uno sciamano secolarizzato, capace di stare sulla soglia tra il silenzio del body scan e la parola che nomina il dolore, tra la calma attentiva della meditazione e la vibrazione di una voce che dice la verità. Quando un gruppo, dopo la pratica silenziosa, ascolta insieme quella voce, i confini del sé ammorbiditi dalla meditazione si aprono ulteriormente. L’interocezione potenziata permette di sentire la poesia nel petto, nella gola, nel diaframma e quello che era un protocollo terapeutico diventa, per un momento, un rituale contemporaneo di comunione.

La scommessa

Non sempre, non automaticamente, non per chiunque. La poesia in questo contesto richiederebbe condizioni precise. Ad esempio, primo fra tutti un gruppo in cui la fiducia si è andata costruendo negli incontri precedenti, un poeta che sa stare nella propria fragilità senza esibirla, un facilitatore che sa contenere senza interpretare, testi scelti con intenzionalità terapeutica. Richiede, soprattutto, la consapevolezza che la vulnerabilità ha un costo, e che l’apertura prodotta dalla meditazione lascia passare più di quanto di solito ci si permetta. Serve saperlo. Ma quando le condizioni sono giuste, l’incontro tra meditazione e poesia performativa produce qualcosa che né la meditazione silenziosa né la poesia scritta possono generare da sole. Una forma di comunione contemporanea che non richiede credo, che non prescrive dottrina, che non esige alcuna affiliazione se non la disponibilità a stare presenti. Una pratica che si affida solo alla qualità dell’attenzione e alla verità della voce. Forse e credo sia la scommessa fondamentale di questo lavoro, è proprio qui che la mindfulness ritrova qualcosa di ciò che aveva perso diventando protocollo. Non mi si fraintenda, non predico un ritorno romantico alle origini, impossibile e nemmeno desiderabile. Ma un recupero critico, consapevole, scientificamente fondato, di dimensioni come la relazionalità, la ritualità, la voce, il corpo, la comunità che la secolarizzazione biomedica aveva messo tra parentesi. Per riprendere Campagna e Mattei su Weber, serve reincantare la tecnica. La scienza non la si può e non la si deve rifiutare. Ma dev’essere informata che la guarigione, quella vera, non avviene mai in un corpo isolato. Avviene in una voce che dice, in un orecchio che ascolta e, in definitiva, in una comunità che riconosce.

Questo articolo è tratto dalla tesi di Master in Neuroscienze, Mindfulness e Pratiche Contemplative (Università di Pisa, A.A. 2024-2025): «Il vero essere segue la parola. Poesia performativa incarnata come pratica complementare nell’MBSR – un framework teorico-operativo», relatore Prof. Angelo Gemignani. Chi fosse interessato al framework completo di verifica empirica con disegno sperimentale dettagliato può richiederlo direttamente all’autore. 

Note bibliografiche

[1]: M. Brickwedde et al., “Somatosensory alpha oscillations gate perceptual learning efficiency”, Nature Communications, 10(1), 263, 2019; B.R. Cahn & J. Polich, “Meditation states and traits: EEG, ERP, and neuroimaging studies”, Psychological Bulletin, 132(2), 180-211, 2006.

[2]: D.R. Vago & S.A. David, “Self-awareness, self-regulation, and self-transcendence (S-ART): A framework for understanding the neurobiological mechanisms of mindfulness”, Frontiers in Human Neuroscience, 6, 296, 2012; Z. Josipovic, “Neural correlates of nondual awareness in meditation”, Annals of the New York Academy of Sciences, 1307(1), 9-18, 2014.

[3]: M. Onofrio, citato in D. Rossato, “Sacro, sciamanismo e poesia”, Poetry Therapy Italia, 12, giugno 2025.

[4]: R. Purser, McMindfulness: How Mindfulness Became the New Capitalist Spirituality, Repeater Books, 2019.

[5]: L. Koerbel et al., Mindfulness-Based Stress Reduction: 2025 Curriculum & Teaching Guide, Version 1.1, MBPTI, UC San Diego, 2025, p. 1.

[6]: D. Bulfaro, Performare poesia. Manuale in forma di diari e manifesti, Pasturana, puntoacapo Editrice, 2025, p. 17.

[7]: Ibid.

[8]: G. Bachelard, citato in L. Cupane, “Gli strumenti chirurgici della poesia. Verso una teoria della poetry therapy”, Poetry Therapy Italia, 0, febbraio 2020.

[9]: D. Bulfaro, Performare poesia, cit., p. 145.

[10]: M. Brintzinger et al., “Patients’ style of emotional processing moderates the impact of common factors in psychotherapy”, Psychotherapy, 2021; U. Khayyat-Abuaita et al., “Emotional processing of trauma narratives is a predictor of outcome in emotion-focused therapy for complex trauma”, Psychotherapy, 2019.

[11]: D. Hedges, Poetry, Therapy and Emotional Life, London, Radcliffe Publishing, 2013.

[12]: V. Turner, The Ritual Process: Structure and Anti-Structure, 1969; L. Draper-Clarke & C. Green, “Cultivating well-being, community cohesion, and sense of purpose through African contemplative practices”, Creative Arts in Education and Therapy, 2024.

[13]: D. Bulfaro, Performare poesia, cit., p. 28.

[14]: J.J. Leedy (a cura di), Poetry Therapy: The Use of Poetry in the Treatment of Emotional Disorders, Philadelphia, J.B. Lippincott, 1969.

[15]: L. Koerbel et al., Mindfulness-Based Stress Reduction: 2025 Curriculum & Teaching Guide, Version 1.1, MBPTI, UC San Diego, 2025, p. ii.

 


Mirko Vercelli (Torino, 2000) è antropologo culturale, scrittore e poeta. Laureato in antropologia culturale, è MBSR trainer con un Master in Neuroscienze, Mindfulness e Pratiche Contemplative all'Università di Pisa e la sua ricerca che unisce poesia, spoken word e neuroscienze applicate è stata presentata al Mind&Life Institute fondato dal Dalai Lama e Francisco Varela. Ha pubblicato vari libri, tra cui Memenichilismo (2024) e Gli strumenti della solitudine (2025). I suoi testi sono apparsi su “Lucy sulla cultura”, “Not” e “L'Indiscreto”.