Poetry Therapy Italia

12 TEORIE Landscape 6 2026

 

L’esperienza di Ronna Bloom in Canada sul potere della poesia nelle sale d’aspetto ospedaliere, come occasione di cura per malati, familiari e per gli operatori sanitari, raccontata attraverso un suo articolo del 2016 e un’intervista realizzata ad hoc.

 

Prescrivere poesie ai malati, ai morenti e a chi è in lutto

Il mese scorso ho passato la giornata nella sala d’attesa.
Questo potrebbe essere il grido di milioni di cittadini nel mondo. Effettivamente, io ho passato la giornata in tre sale d’attesa del dipartimento di diagnostica per immagini di tre ospedali nella città di Toronto prescrivendo poesie, offrendole a chi davvero era in attesa.
Nella prima sala c’era un tavolo predisposto con un cartello, come Lucy nelle strisce dei Peanuts, che diceva, “la Poeta è presente”.
Ma le persone nelle sale d’attesa sono profondamente immerse nell’attesa. Sono immerse nella preoccupazione, i loro occhi fissi sulla porta e, difficilmente, potrebbero avvicinare un estraneo, ancor meno un poeta. Così mi sono alzata in piedi con il mio camice bianco, con le poesie stampate sul ricettario e mi sono mossa in giro. Se qualcuno mi guardava, salutavo, dicevo loro chi fossi e chiedevo se volessero una poesia. Qualcuno sorrideva e diceva “sono a posto”. Intendeva “No grazie”. Molti rispondevano incuriositi e qualche volta con interesse: “una poesia?”.

Ho condotto seminari di scrittura e proposto poesie al personale dell’ospedale Mount Sinai dal 2012 come poeta residente. Il programma è stato finanziato grazie ad una donazione dell’Ontario Arts Council, in collaborazione con il programma di Health, Arts and Humanities dell’Università di Toronto e oggi continua ad essere attivo grazie al contributo dei donatori. L’attenzione era principalmente rivolta al personale sanitario, solo di recente ho iniziato a proporre poesie direttamente ai pazienti e ai caregivers, operatori sanitari o familiari.
Può accadere nella caffetteria, fuori dalla libreria, oppure nella sala d’attesa dove, seduta al tavolo con il mio cartello, scrivo le poesie estemporanee delle persone, oppure ne prescrivo dai ricettari. Ci sono stati pazienti che sorseggiavano il bario, operatori sanitari nella pausa pranzo e familiari dagli sguardi scioccati da una recente diagnosi.

Ho incontrato queste persone per una sola volta e poi mai più. Ho incontrato persone che soffrivano la fame e non lo sapevano, clienti abituali del dipartimento di diagnostica per immagini, coloro in attesa di risultati, di esami, di un servizio di trasporto, di risposte, di un bambino. Dipendenze, lutto. Gli schemi ricorrenti che ci imbarazzano, ci riportano con i piedi per terra, ci connettono uno all’altro. Trauma, paura, irritazione, compassione, razzismo. Vaccini anti-influenzali, colpi di fucili, chemioterapie, ortopedia, chirurgia maxillo-facciale. Caffetteria, negozio di souvenir, libreria. Costruzione, ricostruzione, maternità, specializzazione, licenziamento, lavori di ogni tipo. Gentilezza. Letto, bagno, serbatoi, sedia, ruote. Non dare per scontato chi avrà  bisogno di qualcosa o di nulla. Il mio motto: tutti coloro che sono in vita possono beneficiare di una poesia. Che poi lo vogliano, questa è un’altra questione.Alcuni nelle sale d’attesa quel giorno erano visibilmente malati o stavano accompagnando qualcuno. Un uomo era desideroso di parlare. Gli chiesi per cosa necessitasse una poesia. “Ansia, risultati”, rispose. Quando gli diedi la poesia, la fissò per un lungo tempo, mi ringraziò e la mise in tasca. Una donna guardava fuori dalla finestra il cielo blu, desiderando di essere altrove. Voleva essere in mezzo alla natura. Le diedi Bees di Emily Dickinson.

Il mio intento in RX for Poetry è di offrire qualcosa che possa toccare internamente chi legge, trovare la poesia che parla proprio a loro, che possa dire “Ti vedo”.

Nel bel mezzo di quella giornata trascorsa nelle sale d’attesa, un’amica mi mandò un messaggio, raccontandomi che una persona amica aveva appena ricevuto una diagnosi nello stesso ospedale. “Vorrà una poesia?” risposi con esitazione, pensando che potesse sembrare ridicolo data la gravità della situazione. E invece sì, la voleva. Mi recai nella sua stanza e mi sedetti sul pavimento accanto a lei.
C’era un uomo che stava faticando a sopportare l’attesa stessa. Mentre stavo cercando la sua poesia, l’uomo si voltò dall’altra parte. Suo figlio mi raccontò la loro storia. Quell’uomo non voleva una poesia. Aveva bisogno di un organo. Schietto e vero. Ci sono cose che la poesia può fare ed altre che non può. Pur avendo l’intenzione di alleviare la sofferenza, a volte bisogna semplicemente restare accanto a chi soffre.

Il dispensario di poesia non rientra in nessun modello di “ordinaria relazione”. Non è terapia, sebbene io sia una psicoterapeuta. Non è amicizia o insegnamento. Si tratta di guarigione? Arte? Al contempo giocosa e profondamente seria è un’occasione di scambio ed una performance. Mi affido alla disponibilità e generosità delle persone nel condividere le loro storie. Mi affido alla poesia perché possa riflettere qualcosa che non può essere articolato in altro modo. Sebbene la sua efficacia sia inesplorata, mi affido ad essa allo stesso modo in cui ci si affida all’arte quando si ha bisogno di qualcosa che nient’altro sembra poter dare.

I semi di questo processo sono stati gettati alcuni anni prima nel The Spontaneous Poetry Booth, nel quale iniziavo a scrivere poesie istantanee per le persone a richiesta, un dollaro a poesia. Ho fatto questa esperienza per la prima volta all’università di Toronto e poi ho replicato nel lavoro in ospedale. Restavo seduta e chiedevo alla persona dall’altra parte per che cosa necessitasse di una poesia, raccoglievo quanto potevo dalle sue parole e dai suoi silenzi e, quando mi veniva in mente il primo verso, iniziavo a scrivere.
Se ero fortunata la conversazione poteva ampliarsi dal contesto sociale e aprire un vuoto nel quale le parole potevano emergere. Non sto esagerando quando dico che in quei momenti senza nome è stato difficile rispondere anche a domande semplici come quale fosse il mio nome. È stato strano e intimo e, le prime volte, è stato come se mi squarciasse qualcosa connesso che non si addormentava mai.
La mia intenzione nel The Spontaneous Poetry Booth, così come in Rx for Poetry era di ascoltare qualcosa che non era ancora stato articolato e restituirlo alla persona nella forma di una poesia. Certe volte mi preoccupo che “prescrizione” possa non piacere. Ma ciò che è importante non è il gradimento ma il trovare la poesia giusta che raccolga l’essenza della loro esperienza, empaticamente. Non sono effettivamente pensate come prescrittive, ma rappresentano piccoli segnali di possibilità.

La cantautrice Neko Chase dice dei poeti: “Mi sembra che immaginino i loro lettori e vogliano confortarli. Sono talmente bravi da riuscire a confortarci anche con la paura. Anche con la tristezza. Credo sia una potente magia.” Confortarci con la paura sembra un paradosso. Ma proprio ascoltando o raccontando di quella paura scopriamo di non essere soli.

Molto ha a che fare con il lutto e il dolore. Quando un lutto arriva improvviso può sembrarci uno strano animale che ci schiaccia a terra. La sua natura selvatica può essere osservata, cavalcata forse, ma non intrappolata o impedita. Cosa vuole? Cosa ce ne facciamo nell’agonia del dolore? Il lutto è uno di quei luoghi nei quali siamo profondamente soli e, come dice Chase, è una magia potente riuscire a trovare le parole. Che quelle parole vengano da dentro o da fuori, possono sostenere la verità del dolore nominandolo, trattenendolo, permettendoci di sentirlo da soli o, a volte, anche insieme.
So di avere percepito un immenso sollievo dando forma ad un sentimento, spostandolo sulla pagina in modo da trattenere l’esperienza. “Ah” dico, “eccolo”. Quando posso guardare alla sofferenza attraverso le lenti di una poesia c’è più spazio. La narrazione e la risonanza emotiva aiutano a chiarire l’esperienza. “Si” penso ”ecco come ci si sente”. E il dolore si attenua un po’. E posso metterlo da parte per un minuto.

Una donna – magrissima e radiosa ben oltre le radiazioni per cui era lì – desiderava ardentemente una poesia. All’inizio ne volle una per il coraggio, poi si corresse: “No, per la sopraffazione”. A volte c’è più di una poesia che ci calza a pennello. Queste poesie sono acrobatiche. Gliene lessi alcune e quando una di quelle la toccò nel profondo, prese un respiro e sorrise: “questo è meglio di quello che può uscire da una bottiglia.” Poi, picchiettandosi il petto aggiunse “e rimane”.

– Ronna Bloom, Literary Hub, 5 aprile 2016, https://lithub.com/on-prescribing-poems-for-the-sick-the-dying-the-grief-stricken/

 

Sono passati dieci anni da quando Ronna Bloom ha scritto questo articolo poi pubblicato su Literary Hub (www.lithub.com) e l’autrice ha accettato con gioia di rispondere a qualche domanda per raccontare come si è evoluto il progetto “Rx for Poetry” negli anni.

Ronna Bloom: Penso che il ruolo della narrativa e delle arti in generale per la salute sta guadagnando sempre più importanza. I medici adesso prescrivono visite ai musei così come tempo da trascorrere in natura. Sebbene il mio incarico ufficiale al Sinai Health sia terminato, io prescrivo ancora poesie su invito nelle fiere del libro, a conferenze, raccolte fondi e centri sanitari.
Durante la pandemia frotte di persone si sono rivolte alla poesia e fin dall’inizio testi poetici sono stati inviati quotidianamente via email.
A volte, quando desideriamo ardentemente qualcosa che non siamo in grado di articolare, una poesia può incontrare e soddisfare quel bisogno. Persino oggi, quando occasionalmente posto su instagram una prescrizione poetica, se colpisce nel segno (come accade per altri trattamenti), le risposte del pubblico sono molto intense.

Viviana Russo: Nel momento stesso in cui si somministra una “prescrizione poetica”, quali segnali le indicano che una poesia ha toccato qualcosa? Ci sono gesti, silenzi o reazioni sottili che per lei sono diventati indicatori di risonanza?

RB: Si! È una reazione subitanea. A volte le persone arrossiscono o si portano una mano alla bocca o al cuore. A volte piangono o scoppiano a ridere. Non sono certo reazioni che si possono fingere.

VR: Nella mia attività di facilitatrice di poesiaterapia per la demenza, vedo i sorrisi delle persone aprirsi quando leggo le loro stesse parole trasformate in una poesia; all’inizio non si rendono conto che quelle parole sono le loro, ma dopo pochi momenti i loro volti si illuminano. Ha mai invitato i pazienti a scrivere qualcosa di proprio o a rispondere alla poesia che hanno ricevuto?

RB: Tengo numerosi laboratori nei quali invito le persone a scrivere. Ma non ho mai chiesto di rispondere alla poesia che ricevono. Idea interessante! Quando prescrivo poesia, ho solo un tempo molto breve (10-15 min) da trascorrere con una persona, in uno spazio pubblico e quindi non adatto a scambi più lunghi.
Mi sono appena resa conto di dover fare una distinzione tra le esperienze che propongo. Ciò di cui ho parlato finora è  “Rx for Poetry” nel quale ho una raccolta di poesie scritte da poeti come Langston Hughes, Adrienne Rich (e anche alcune mie). Per cosa necessiti una poesia è la domanda che rivolgo alle persone che si presentano. Poi sfoglio i ricettari sui quali le poesie sono già scritte e ne scelgo una o due da leggere loro e regalare. Ma c’è un’altra iniziativa chiamata “The spontaneous Poetry Booth” nella quale dopo aver rivolto la stessa domanda, scrivo sul momento una poesia. La sua domanda mi ha ricordato che da qualche tempo ho iniziato a chiedere, una volta che la poesia è composta, “che titolo potremmo darle?” Sembrano davvero trarre energia dal coinvolgimento nel poter scegliere il titolo dell’opera. Non tutti vogliono farlo, ma chi lo fa sembra poi leggermente più vitale. Tutta la postura cambia. Forse si sentono più forti o consapevoli.

Service

The doctors are writing poetry.
The poets are listening to the stories of soldiers.
The soldiers are changing the sheets of the aged.
The aged are dying as ever.
And if you could rub their feet,
that may be all you can do, but it is a lot.
Their feet get very cold where they are going
and then get very still.

Servizio

I medici scrivono poesie.
I poeti ascoltano le storie dei soldati.
I soldati cambiano le lenzuola agli anziani.
Gli anziani muoiono senza clamore, come sempre.
E se tu potessi massaggiar loro i piedi,
forse sarebbe tutto ciò che potresti fare, ma è già molto.
I loro piedi diventano molto freddi nel luogo dove stanno andando
e poi si immobilizzano.

– Ronna Bloom, in a Riptide (Brick Books, 2025)

– traduzione italiana di Viviana Russo –

Biografia

Ronna Bloom è una poetessa di Toronto e autrice di otto raccolte di poesie. Le sue opere sono state trasmesse dalla CBC, registrate dal Canadian National Institute for the Blind, tradotte in bengalese e cinese e selezionate per diversi premi. Le sue poesie sono apparse su Best Canadian Poetry e sono state candidate al Pushcart Prize. Ronna ha guidato iniziative volte a portare la poesia nelle strutture sanitarie, sviluppando in particolare il programma Poet-in-Residence presso il Sinai Health.
Ha collaborato con registi, coreografi, musicisti e architetti. Il suo libro più recente è In a Riptide (Brick Books, 2025).  www.ronnabloom.com

 

 


 

Russo Viviana

Viviana Russo è danz-Attrice, educatrice teatrale e formatrice. Esperta di didattica laboratoriale.

Facilitatrice di Biblioterapia (master Univr 2024)

Si forma in Poesiaterapia presso la scuola di PoesiaPresente dal 2022.

Giocoliera (solo di parole), danza sul filo tra clownerie e poesia, preferibilmente con un naso rosso.

Dal luglio 2024 è redattrice e referente per le Artiterapie della rivista Poetry Therapy Italia.


» La sua scheda personale.