Poetry Therapy Italia

07 FOCUS 7 Landscape of the lived 2018

 

La sperimentazione clinico-relazionale sviluppata con il progetto “Cronicario della bellezza” all’interno del Servizio di Medicina Riabilitativa dell’ASL BI con pazienti affetti da patologie cronico-degenerative, ha favorito l’emersione di risorse soggettive, ampliando la relazione di cura e restituendo dignità e complessità alla persona, oltre la diagnosi.

 Lavorare con persone affette da patologie cronico-degenerative significa confrontarsi quotidianamente con una sofferenza che non riguarda esclusivamente il corpo, ma investe in profondità l’identità, l’autonomia, l’immagine di sé e le prospettive future. In questi contesti, la cura non può limitarsi alla gestione del sintomo o al mantenimento delle funzioni residue, ma richiede una particolare attenzione alla dimensione relazionale, emotiva e simbolica dell’esperienza di malattia.
Nel mio lavoro di fisioterapista presso il Servizio di Medicina Riabilitativa dell’ASL BI (sono in attività dal 1997 e dal 2004 mi dedico prevalentemente al trattamento di pazienti affetti da patologie cronico-degenerative), ho progressivamente maturato la consapevolezza che la competenza tecnica, pur indispensabile, non è sufficiente a sostenere la complessità del “prendersi cura”. Accanto alla formazione tecnico specialistica, ho sentito emergere la necessità di strumenti capaci di intercettare i vissuti profondi dei pazienti, di offrire spazi di parola e di senso là dove la malattia tende a ridurre, irrigidire o silenziare.
Da questa esigenza e grazie alla possibilità che ho avuto di partecipare a numerosi percorsi formativi proposti e condotti dal Servizio di Formazione della mia Azienda (volti non solo alla sensibilizzazione rispetto alle medical humanities ma anche alla sperimentazione di strumenti efficaci a tale scopo) nasce il progetto che ho intitolato “Il Cronicario della bellezza”: una sperimentazione clinico-relazionale che integra l’uso dei linguaggi poetici all’interno del trattamento riabilitativo, con l’intento di favorire l’emersione di risorse soggettive, di ampliare la relazione di cura e di restituire dignità e complessità alla persona oltre la diagnosi.

Linguaggi poetici e relazione di cura

La cronicità pone operatori e pazienti di fronte a una condizione di tempo dilatato, in cui la guarigione non è l’orizzonte possibile e il rischio di riduzione dell’individuo a “malato” diventa concreto. In questo scenario, la relazione di cura assume un ruolo centrale: è nello spazio relazionale che possono essere riconosciuti i vissuti, accolte le paure, rinegoziati i significati.
I linguaggi poetici – intesi in senso ampio come parola poetica, musica, immagini, scrittura creativa, gioco linguistico – si configurano come mediatori simbolici capaci di aprire varchi di senso. Non si tratta di un uso estetizzante dell’arte, né di una produzione poetica finalizzata al risultato, bensì di un dispositivo relazionale che consente alla persona di esprimersi al di là del linguaggio tecnico-sanitario, di abitare la propria esperienza di malattia in modo meno riduttivo e più umano.
La bellezza, in questo contesto, non coincide con l’armonia o l’assenza di dolore, ma con la possibilità di riconoscere ciò che ancora esiste, ciò che resiste, ciò che può essere narrato e condiviso. È una bellezza essenziale, spesso nascosta, che emerge quando lo sguardo si apre e si fa disponibile all’ascolto. 

Il progetto “ll Cronicario della bellezza”

La sperimentazione ha coinvolto pazienti affetti da patologie cronico-degenerative afferenti al servizio di riabilitazione in regime ambulatoriale. La scelta di questo contesto è stata dettata dalla possibilità di operare in un ambiente protetto, in grado di tutelare la relazione di cura e di favorire uno scambio autentico, lontano da sguardi indiscreti.
Durante le prime sedute, attraverso un’intervista preliminare già prevista nella prassi clinica, veniva indagata la disponibilità del paziente a prendere parte al progetto, insieme alle aspettative e ai desideri rispetto al percorso riabilitativo. Questo ascolto iniziale ha spesso consentito di individuare un “varco” attraverso cui proporre un’esperienza poetica, sempre nel rispetto dei tempi e delle possibilità di ciascuno.
Il primo stimolo utilizzato è stato il brano di Gianmaria Testa Sono belle le cose, scelto per la sua capacità di coniugare parola e musica e di aprire uno spazio di riflessione su sguardi possibili anche dentro la fragilità. Durante la seduta, al paziente veniva consegnato il testo cartaceo e il file audio, con la possibilità di riascoltarlo a casa. La richiesta era quella di restituire liberamente un riscontro: un commento scritto, una fotografia, un disegno, una frase, oppure nulla.
Ogni restituzione, qualunque fosse la forma, veniva accolta senza giudizio e seguita da una mia riformulazione o suggestione, in un dialogo che mirava a valorizzare il punto di vista del paziente e a renderlo parte attiva del proprio percorso di cura.
Con il tempo, sulla base delle risposte emerse, il repertorio di stimoli poetici si è ampliato ed è stato raccolto in un contenitore che ho chiamato “Il Cronicario della Bellezza”: un archivio vivo di testi, immagini, musiche e produzioni dei pazienti.
Parallelamente, ho tenuto un diario sull’agire poetico, intitolato “Aprire lo sguardo: storie di cronica bellezza”, una sorta di cartella clinica parallela in cui annotare riflessioni, risonanze, snodi relazionali significativi. Questo strumento si è rivelato fondamentale per sviluppare una maggiore consapevolezza del mio agire professionale e per cogliere le trasformazioni, talvolta sottili ma profonde, che il lavoro poetico generava.

Tre casi-esempio

Mirella: la poesia come ponte comunicativo e corporeo

Mirella, donna con esiti di ictus ischemico complicato da emiplegia e afasia espressiva, presentava una buona comprensione linguistica ma una marcata difficoltà a comunicare, con frequente rinuncia alla parola. L’introduzione del linguaggio poetico-musicale ha permesso di aggirare il deficit linguistico, offrendo canali alternativi di espressione.
Attraverso la musica amata in gioventù e immagini poetiche come l’aria Che gelida manina, Mirella ha potuto esprimere il proprio vissuto corporeo e attivare risorse relazionali significative, coinvolgendo il marito nel percorso terapeutico. Nel tempo, ha iniziato a utilizzare frasi, poesie e aforismi come modalità privilegiata di comunicazione, trasformandosi da paziente passiva a soggetto proattivo nella relazione di cura.

Matteo: la cura della parola e l’apertura del futuro

Matteo, uomo affetto da SLA, con una struttura cognitiva fortemente razionale, non ha inizialmente aderito alla proposta di restituzione poetica. Tuttavia, ha colto con estrema lucidità il valore performativo delle parole utilizzate nella relazione di cura.
La distinzione tra un linguaggio deterministico (“quando peggiorerai”) e uno possibilista (“se peggiorerai”) è diventata per lui uno spazio simbolico di resistenza e di progetto. Attraverso il gioco linguistico, l’ironia e i doppi sensi, il linguaggio poetico si è configurato come luogo di libertà, permettendogli di restare in contatto con il “bello” ancora presente nella sua vita e di perseguire traguardi esistenziali significativi, sfidando una narrazione esclusivamente orientata al declino.

Carla: la poesia come spazio di soggettivazione

Carla, caregiver primaria di una madre anziana e anaffettiva, viveva una relazione fortemente sbilanciata, caratterizzata da svalutazione e silenzi forzati. Sensibile ai linguaggi artistici, ha trovato nella scrittura poetica uno spazio protetto di espressione.
Attraverso l’esplorazione e l’utilizzo del dispositivo poetico del Petit-onze, ha condensato il proprio vissuto relazionale, dando parola a un bisogno affettivo mai riconosciuto. La scrittura ha avuto una funzione catartica e riorganizzativa, tanto da trasformarsi in una pratica quotidiana autonoma: biglietti poetici lasciati in casa, consapevole che la madre non li avrebbe letti, ma certa di poter finalmente “tirare fuori” ciò che era rimasto a lungo imprigionato.

Conclusioni

Le sperimentazioni condotte mostrano come “Il Cronicario della Bellezza” non sia una tecnica standardizzata, ma un dispositivo flessibile che si adatta alla struttura psichica, biografica e relazionale di ciascun paziente. La poesia, declinata in forme diverse, agisce come:

  • ponte comunicativo nei disturbi del linguaggio;
  • spazio semantico di apertura del futuro;
  • contenitore protetto per l’espressione di vissuti relazionali complessi;
  • strumento di rafforzamento dell’alleanza terapeutica;
  • occasione di trasformazione dello sguardo dell’operatore.

In tutti i casi osservati, l’utilizzo dei linguaggi poetici ha favorito una maggiore partecipazione del paziente, un incremento della fiducia e una migliore presa in carico anche dal punto di vista clinico-sanitario, grazie a una conoscenza più profonda della persona.
Curare, soprattutto nella cronicità, significa anche restituire dignità, umanità e bellezza. Significa riconoscere che dietro ogni diagnosi esiste una storia unica che chiede di essere ascoltata, nominata e abitata.
“Il Cronicario della Bellezza” rappresenta un tentativo di integrare i linguaggi poetici nella pratica riabilitativa quotidiana, non come ornamento, ma come parte integrante della relazione di cura. Un invito ad aprire lo sguardo, per il paziente e per l’operatore, e a riconoscere che anche dentro la fragilità possono esistere spazi di senso, di relazione e di vita condivisa.

 


Elena Anzola è una fisioterapista. Negli ultimi dieci anni si è appassionata alla medicina narrativa e alle Medical Humanities, approfondendone i contenuti e le applicazioni nella pratica clinica. Si occupa prevalentemente di malattie cronico-degenerative e di disabilità neuromotorie, integrando l’approccio riabilitativo con una particolare attenzione alla dimensione relazionale e narrativa della cura.