
Libraia, poetessa, editrice, ideatrice dell’Emergency Poet e fondatrice di The Poetry Pharmacy, Deborah ‘Deb’ Alma ha contribuito a rendere la poesia accessibile a pubblici molto diversi, portandola fuori dai luoghi abituali della letteratura e avvicinandola all’esperienza quotidiana, alla fragilità, all’ascolto e alla cura. In questa conversazione riflette sul valore della prescrizione poetica e sulla responsabilità di offrire una poesia “al momento giusto”.
La poesia e, più in generale, le biblioteche dovrebbero essere le nuove farmacie dello spirito.
– Juan Arias
Ho incontrato Deb il 26 marzo 2026, in uno dei pochi momenti liberi della sua agenda, segno della sua disponibilità e generosità. L’idea iniziale di un’intervista si è trasformata presto in una conversazione sulla prescrizione poetica: una pratica che lei ha contribuito a rendere riconoscibile e accessibile attraverso l’esperienza dell’Emergency Poet e, soprattutto, della nota The Poetry Pharmacy, con ormai tre librerie sparse sul suolo inglese e uno shop online.
Ne è nato un confronto sulle molte forme in cui la poesia può incontrare le persone: nella demenza e nel fine vita, nei festival, nelle biblioteche, nei contesti comunitari, nella solitudine, nella vulnerabilità e nei passaggi più ordinari dell’esistenza. Deb Alma racconta il suo percorso con umiltà e leggerezza, mostrando come rigore, responsabilità, gioco e ascolto possano convivere senza irrigidire la poesia in una formula. La sua testimonianza è un importante promemoria che la poesia cura perché può creare presenza e ascolto accompagnandoci nell’incertezza del nostro vivere.
Giulia Tosolini: Vorrei iniziare dalla tua esperienza, perché ho letto che per molti anni hai lavorato accanto a persone con demenza e nel fine vita. Come questi incontri hanno trasformato la tua relazione con la poesia?
Deborah Alma: È una bella domanda. Perché, in fondo, è stato proprio quel lavoro a portare a tutto il resto. È iniziato tutto lì, lavorando con le persone affette da demenza, anche se ho lavorato in un paio di ospizi, in cui poi sono tornata un paio di volte per scrivere insieme delle poesie d’addio. È stato bellissimo. Invece, il lavoro che ho svolto con le persone affette da demenza è andato avanti per alcuni anni.
In quel contesto ho imparato quanto leggere una poesia possa cambiare l’umore di qualcuno in modo piuttosto profondo e anche misurabile. L’abbiamo esaminato successivamente con la Keele University confermando che era possibile misurare la possibilità di cambiare l’umore di qualcuno con una poesia. Con una poesia si poteva portare i pazienti a un picnic o al mare o a far volare un aquilone ed era altrettanto bello perché ci erano andati con la mente in modo tanto intenso quanto sarebbe stato farlo davvero. E il personale infermieristico confermava che quel cambiamento di umore durava per qualche ora. L’ho visto messo in pratica ed è stato straordinario.
Ho anche imparato che porre alle persone domande a cui fosse davvero piacevole rispondere è uno strumento davvero potente. Quando si tratta di persone affette da demenza, ovviamente, molti chiedono: “Come stai stamattina?”, oppure si parla del tempo che cambia, ma ogni minima domanda è in realtà legata alla memoria. Ho capito che quello che dovevo fare non era, quindi, uscire da quella situazione e vivere il momento, ma continuare a porre loro delle domande; così, ad esempio, andavamo a raccogliere dei fiori di campo o facevamo una degustazione di formaggi e vino. Una volta a Hereford, la terra del sidro, abbiamo assaggiato un sacco di sidri diversi, eravamo allegri e abbiamo semplicemente chiacchierato. Facevo loro domande su come stavano e su cosa stessero facendo. Così ho imparato che non si trattava solo di poesia, ma anche di ascoltare con attenzione.
GT: Certo. Il lavoro di chi lavora con la poesiaterapia si muove dalla lettura all’ascolto, sempre rimanendo nel presente. Lo capisco bene. Hai lavorato anche come Emergency Poet, giusto? Che immagine potente! Incontrare le persone quando erano vulnerabili o cercare di incontrarle nella loro vulnerabilità… Cosa ti ha insegnato questa esperienza rispetto a come la poesia incontra le persone esattamente nel punto in cui si trovano?
DA: L’Emergency Poet è iniziato come una sorta di antidoto. Mi ci sono dedicata con molta serietà. Era uno spettacolo teatrale, piuttosto spensierato, e la spinta che lo animava era quella di avvicinare alla poesia persone che di solito non la leggono. A volte lo portavo a una conferenza sulla salute mentale o per un’associazione di beneficenza contro la solitudine, ma di solito trovava spazio in festival artistici o letterari, in scuole e biblioteche. Quindi, in realtà, le persone non erano vulnerabili in quel momento. Venivano da me un po’ come si va da una veggente che legge il futuro, per scoprire qualcosa su sé stesse, ma era anche un’esperienza leggera, teatrale, giocosa e, quando facevo loro delle domande, si sdraiavano sulla barella e io ero in costume, insomma, piuttosto ridicolo… Facevo domande, sempre attingendo all’esperienza con la demenza, a cui era piacevole rispondere. Ad esempio: “Quando è stata l’ultima volta che ti sei trovato in riva al mare e ti sei sentito davvero rilassato?”, “Quali libri ti sono piaciuti?”, “Cosa leggevi da bambino?”. Insomma, non si trattava affatto di terapia in senso stretto. Non era un’imitazione di una seduta terapeutica. Lì, in quel processo, erano sdraiati e si lasciavano andare. Andavano con la mente al mare o in un posto bellissimo e poi diventavano vulnerabili. Si trattava di fare domande intime ma non invasive. Questa era la chiave.
E poi chiedevo loro per quale occasione volessero una poesia e gliela consigliavo. Notavo che si aprivano molto, sia che si trattasse di una delusione amorosa, di un lutto o di qualsiasi altra cosa.
GT: Sicuramente il contesto è fondamentale perché le persone si sentano a proprio agio e al sicuro per potersi aprire.
DA: Sì, insomma, quella era la sfida.
GT: Con il progetto della Poetry Pharmacy raggiungi molte persone che di solito non frequentano la poesia. Quindi, secondo la tua esperienza, cosa rende la poesia accessibile?
DA: Sono cresciuta in un ambiente molto popolare, dove la poesia non era per gente come me; e poi l’ho scoperta, l’ho trovata interessante, bella e utile e così regalavo poesie ai miei amici se avevano il cuore spezzato o in situazioni simili. Ma ho sempre notato che anche ai festival, ai festival letterari, la maggior parte delle persone, anche se legge abbastanza, spesso non legge poesia.
Penso che le cose stiano cambiando un po’ adesso, con Instagram e tutto il resto. Il fatto è che pareva che l’ambulanza invitasse le persone in uno spazio in cui volevano entrare e che la poesia fosse quasi secondaria. Anche se è il cuore della questione, non è necessariamente così. Quando lavoravo con persone affette da demenza, non dicevo loro che ero una poetessa, perché avrebbero detto: “No, no, la poesia non mi piace molto”. E quindi ho creato una sorta di negozio di dolci di poesia. La maggior parte dei libri di poesia nelle librerie è esposta con il dorso in vista e tu devi già sapere cosa stai cercando prima di entrare in quella libreria. Per questo nelle librerie di The Poetry Pharmacy i libri sono suddivisi in base allo stato d’animo. Poi c’è anche uno scaffale dedicato ai poeti e altri libri di filosofia o psicologia, ma io continuo a tornare sempre alla sezione dei cuori spezzati. Un cuore spezzato è un argomento davvero utile, come la sindrome del vuoto o la perdita di un genitore o altri temi simili. I libri sono raggruppati insieme e facili da trovare. Insomma, come le prescrizioni aiutano la persona a trovare la poesia giusta, la libreria facilita la persona a trovare il libro.
GT: Trovo davvero meravigliosa l’idea della Poetry Pharmacy. In che modo la tua esperienza ha portato alla creazione di una farmacia poetica? È stata una sorta di evoluzione naturale, quindi dopo tutto quello che hai fatto è emersa, oppure è stato un salto?
DA: Direi entrambe le cose: se ci penso bene, mi è sembrato un bel salto, ma in realtà era un passaggio inevitabile. Mi ero stancata di guidare l’ambulanza in giro per tutto il Paese (non aveva il servosterzo!), quindi, ne avevo proprio abbastanza dopo circa otto anni.
Mi trovavo nello Shropshire, vicino a dove vivevo all’epoca, e c’era un edificio con una casa e un negozio in vendita da anni. Era un vecchio negozio di ferramenta e, guardando attraverso la vetrina, mi era sembrato di vedere una vecchia farmacia vittoriana. L’idea mi è venuta in un lampo, davvero. Da giovane avevo lavorato come libraia, prima di avere figli lavoravo nel settore editoriale. E così è nata questa idea e nessuno, proprio nessuno, pensava fosse una buona idea. Mio fratello mi ha chiesto: “Sai perché non ce n’è un’ altra al mondo?” e mi ha anche risposto: “Perché a nessuno interessa!”.
GT: I pionieri non sempre vengono compresi appieno sul momento! Quindi, rispetto al “prescrivere poesie” secondo te la poesia non fa male di per sé o, invece, è importante individuare la poesia giusta, il giusto “dosaggio” di poesia.
DA: Io cerco di mantenere un tono spensierato, leggero, non direi che quello che faccio o che ho fatto sia una terapia. Potrebbe avere un valore terapeutico, ma non è mai molto pesante e, quindi, le aspettative non sono grandi: è sempre il dono di una poesia e il dono dell’ascolto, anche se ora con la farmacia l’ascolto viene meno, perché la gente compra le bottigliette in autonomia, ma è così che è iniziato. Ho anche curato alcune antologie poetiche e in realtà penso davvero che la poesia possa essere molto potente. Ho un forte senso di responsabilità verso la poesia e i poeti - non che siano sempre ottimisti - ma credo ci sia un senso di risoluzione in ogni poesia. Puoi condividere una poesia in cui qualcuno racconta di un problema che ha superato e, quindi, qualcuno può vedere che forse c’è una via d’uscita anche per sé stesso. In tal senso, le poesie non sono sempre necessariamente speranzose, ma sono risolute.
GT: Allora, forse, non è una questione di dosaggio, ma piuttosto del momento, di quando suggerisci o doni una poesia alle persone?
DA: Io uso un approccio giocoso, noi scriviamo le nostre ricette e prescrizioni. Ma c’è un significato preciso e un’intenzione dietro questa azione. Non è solo una cosa da leggere e poi buttare via, potrei prescrivere un’intera antologia di poesie o consigliare delle letture in una determinata direzione, raccomandare altri libri. Ma durante una consulenza io consegno fisicamente sempre due o tre poesie per attaccarle sul frigorifero, suggerendo di leggerle ogni giorno oppure di portare la poesia a fare una passeggiata e leggerla ad alta voce in campagna, recitarla, incarnarla. Ci sono molti modi diversi in cui si può prescrivere la poesia.
GT: Il modo in cui vive la poesia è significativo e cambia per ciascuno. Per come descrivi la poesia sembra più simile a una presenza, mi sembra sia qualcosa di più delle parole, una sorta di presenza invisibile che può guidarci attraverso diversi sentimenti e momenti della vita. Ho una domanda personale per te: la poesia è sempre stata una presenza positiva o no?
DA: Sì, penso di sì. Credo tu sappia che scrivo o, meglio, che ho scritto, perché non sto scrivendo in questo momento, ma a volte è quasi una necessità scrivere. Molte persone scrivono spesso quando stanno bene, ma penso che la poesia possa essere utile anche in questo senso.
GT: Vorrei farti anche una domanda un po’ più ampia: nel Regno Unito pratiche di social prescribing (prescrizione sociale) sono integrate in molte realtà del sistema sanitario e comunitario; ora approcci simili stanno emergendo anche in altre parti d’Europa, compresa l’Italia. Che ruolo si può attribuire alla poesia in questa intersezione tra cultura e assistenza sanitaria e cura?
DA: Una buona domanda, ma anche molto ampia. Credo siano due le possibili risposte.
Noi siamo in contatto con il nostro ambulatorio medico di base locale, in parte perché il nostro è un luogo fisico dove possono indirizzare le persone, ma soprattutto perché abbiamo tanta poesia in diverse forme: un club del libro e dei gruppi di lettura, gruppi di scrittura, laboratori e conferenze e si è creata una bella comunità poetica, davvero molto forte, soprattutto per chi è solo. Ho notato che anche quando le persone sono in coppia di solito è una sola persona ad appassionarsi alla poesia e quindi tutti vengono da soli in qualche modo. La nostra è una comunità molto accogliente. Siamo un luogo dedicato alla poesia. Siamo un luogo dove anche chi entra per il bar è benvenuto e può fermarsi. Tutte queste iniziative derivano dalla cultura della poesia stessa.
E poi c’è anche una dimensione individuale della prescrizione. Io non lo faccio più perché in quest’ultimo periodo sono stata molto impegnata a sistemare e aprire un altro negozio (il terzo a York, dopo Bishop’s Castle e Oxford Street a Londra, n.d.r.). Ne faccio solo alcune, ma nella nostra libreria ci sono persone dedicate che le fanno due volte a settimana e ne formeremo delle altre a York appositamente per questa attività. Se c’è una cosa che ho imparato è che le consulenze e prescrizioni individuali funzionano per alcuni, per altri invece no. Mi ha sorpreso scoprire che alla gente piace parlare delle cose belle della propria vita, dei momenti in cui si sente al meglio, con uno sconosciuto disposto ad ascoltarli. È un’esperienza davvero piacevole. E poi ricevere una poesia è una bella cosa!
GT: Hai fatto così tante cose, hai un’idea ogni giorno.
DA: E non è una buona cosa! (ironica)
GT: Guardando al futuro, cosa ti auguri per te e per la poesia? Continuerai a proporre alle persone la poesia e in che modo potrà essere sempre più accessibile?
DA: Quest’anno è stata davvero dura aprire la nostra terza libreria e non avevamo abbastanza soldi, quindi abbiamo fatto tutto da soli e io sono troppo vecchia e un po’ pazza, sì, mi sono occupata della pittura, delle pulizie e di tutto il resto. Abbiamo tirato fuori dal nulla un’altra libreria. Ed è stato davvero un lavoro duro. Continuo a ripeterlo ma poi non appena ho un attimo libero, mi viene un’altra idea e faccio qualcos’altro. Vorrei fosse un periodo di ripresa e consolidamento, anche solo per rimettermi in sesto dal punto di vista economico, per ritagliarmi un po’ di tempo libero per me. Consiglio alle persone di leggere una poesia, ma poi io per me non lo faccio!
GT: Non hai il tempo per farlo…
DA: No. E sto lavorando ad altri quattro libri per la Macmillan. Ne ho già chiusi tre, ma mi hanno chiesto di farne un altro, un po’ più corposo, per la fine dell’anno, quindi ho dei libri da revisionare. Mi piace farlo, è un lavoro tranquillo. Ma non ho mai abbastanza tempo per farlo come vorrei, sai, credo che sia proprio questo il mio modo di essere. Non faccio mai le cose bene come dovrei, ma è perché sono proiettata in tante direzioni diverse.
GT: A proposito, ti viene in mente una poesia o un autore che è stato davvero importante per te e a cui torni?
DA: Ce ne sono tantissimi, davvero tantissimi... Insomma, sono io che dovrei farti questa domanda. (Dopo averci pensato un attimo) Ma ce l’ho! Ti è mai capitato di trovarti su un aereo e di avere un po’ di paura perché sai che c’è un temporale o una turbolenza? Io ricordo di aver fatto un volo e, proprio per tenermi occupata la mente, ho pensato: “Cercherò la mia poesia preferita”. Così ho ristretto la scelta a dieci, poi sono passata a dieci, nove, otto, sette, sei, per vedere quale fosse. E la poesia che rimase fu Snow di Louis MacNeice. Mi piace perché è misteriosa: non ho ben chiaro di cosa parli. Parla dell’incertezza, e dice che le cose sono diverse da come sembrano, è breve. Il suo vocabolario è semplice, ma è una poesia misteriosa.
GT: Incertezza è una parola chiave, specialmente di questi tempi.
DA: Vivere nell’incertezza è quello che viene meglio alla poesia, vero? O meglio, aiutarci a vivere nell’incertezza. Sì.

Giulia Tosolini è vicedirettrice e referente internazionale della rivista Poetry Therapy Italia.
Nata e cresciuta a Udine dove si è formata e ha conseguito il Dottorato in Scienze Linguistiche e Letterarie; fino al 2022 ha coniugato la didattica e la ricerca accademica. Si occupa di insegnamento delle lingue straniere agli adulti, lifelong learning, approccio esperienziale alla didattica e lavora con la parola consapevole come strumento di benessere attraverso progetti personali e numerose collaborazioni nazionali e internazionali con professionisti degli ambiti sanitari, educativi e umanistici.
Facilitatrice in Poesiaterapia di primo livello e in formazione continua – attualmente frequenta un master in Meditazione e Neuroscienze –, si definisce un’esploratrice di mondi e parole.

