Poetry Therapy Italia

20 POESIE Tempo sospeso III dettaglio 2025

Sudario, la silloge poetica composta da Jacopo Franzin (22 anni) che qui proponiamo, è la sua raccolta di debutto. Jacopo in questa raccolta ha “usato la scrittura come ennesimo tentativo di lenire il dolore della perdita di un caro amico. Da allora la poesia è diventata la mia valvola di sfogo e una fede che non ho intenzione di abbandonare per nulla al mondo.”

 

1 dicembre

È finito un altro anno

Una parte del mondo
si è di nuovo fermata
a lanciare fuochi d'artificio
per colorare il cielo.

Un'altra continua
incessante a far piovere
bombe per spegnere la vita.

Domani mi sveglierò
guarderò il cielo e
cercherò di ritrovare i frammenti
del colore andati persi nella notte.

Domani un bambino si sveglierà,
guarderà le macerie dei muri
e ne interpreterà immagini
come si fa con le nuvole.

 

Incuria

Ogni tanto penso alla frutta acerba.
A volte mi mette una tale angoscia…
pensare di possedere un frutto
verde e aspro e dover aspettare
perché si colori… Mi fa paura,
dovrei dedicarci tempo ma
con lo stesso vado al supermercato
e mi compro tanta frutta
matura da riempirci una cassa
e quindi che senso ha?

Mi è già capitato di dimenticarmene
in frigorifero, e di rinvenirli violacei,
flaccidi o secchi come noci gremite di semi…
e mentre li gettavo via nell’umido
o seppellendoli in giardino,
pensavo che tutto questo dolore
glielo ha inflitto solo il tempo,
nessuno ha aperto il mio frigo
e ha bistrattato i miei frutti acerbi.
Sono solo stati dimenticati, forse
sono maturati, ma di sicuro sono morti,
al buio. Senza che io potessi vederli.

Il tempo li ha guardati maturare,
poi marcire ed infine avvizzire.
Standosene in silenzio. 

 

Impronta

Si fa ogni giorno più scura quella
macchia sul pavimento
che non c’è stata volontà di asciugare.

La plastica si fa liscia,
la similpelle si screpola,
il pomello di quella porta si lustra
mentre quello di quell’altra si ossida.

La pelle si infossa,
si dilata poi raggrinzisce,
si secca, muore e si rigenera
sempre più grigiastra.

Il fallimento ti mortifica,
il tempo ti inquieta,
la paura ti segrega,
il ribrezzo ti annulla,
il rimorso ti logora.

Così una vita umana si spreca,
rinchiusa in una stanza
che è la proiezione sensoriale di un’altra.

Un ragno rimasto vittima
della sua stessa ragnatela
nessuno lo salva.
Così l’isolamento
ti renderà una macchia,
che il terreno tenterà di assorbire.

Un’ombra indelebile nel pavimento
che non andrà via
nemmeno con la notte,
tantomeno con la volontà di rimuovere.

 

Chittagong

Ora imponente
la tua carcassa sbiadita e annerita
staziona sulla spiaggia,
l’acqua ti lecca i solchi che
in passato ti ha creato
e noi ti guardiamo dal basso verso l’alto,
non potendo fare altrimenti.

È fango ruvido
quello sotto i piedi. Marrone e nero.
Sabbia malata, sofferente.
In lontananza il metallo vibra rovente,
è in decomposizione.

È rumore maleodorante
ciò di cui è macchiata l’aria.
È puzza di morte, di morte totale.
È inascoltabile, irrespirabile,
odora di grasso, salsedine,
sangue, ruggine, marciume.

Tutto grida, batte, scricchiola.
L’acciaio si trancia, si piega,
si smonta, a mani nude,
a piedi nudi, con gli occhi aperti
e le orecchie sofferenti.
I martelli gridano,
le seghe circolari strillano,
poi manca l’ossigeno.

E il corpo finalmente si decompone.
Sparisce la pelle, e quel groviglio
finalmente si espone.
È sangue corvino quello che sgorga,
denso, indelebile.
Che macchia la terra e il mare
e marchia per sempre le fronti.
Incide le narici, manipola i polmoni.

Sono città spiaggiate,
grandi da non starci in foto,
grandi da non poterle raccontare in un foglio.
Colossei abbandonati
da cui recuperare i mattoni.
Incombenza
che non è mai spettata agli imperatori.

 

Comizio 2024

Questa sera vivo le parole di un morto.
Leggo di quando settant'anni fa
per le piazze di Roma ti trovasti
di fronte a grida, bandiere e volti
con impressi ideali non tuoi.

Di quando ti immergesti in quell'acqua
putrida, scura come petrolio, e vi trovasti
soffocate le ultime grida di tuo fratello.

Questa sera Roma torna spumeggiante e scura.
Ripresa dall'alto sembra di guardare le bolle
frizzare dentro una bottiglia di coca-cola.

Aleggia agitato quel sudario che ancora
non sembra adagiarsi per trovare forma.

E mentre a poco a poco quell'inno che per tanto
ci diede conforto si fa più timido e afono.

Dalla piazza s'innalza condensa
fetida spinta dall'eco delle centinaia
di ugole vibranti e inneggianti odio.

Muto, com'è muta la mia camera,
m'inserisco anche io, ma dal mio letto,
nella folla brulicante composta allora
da un centinaio di bocche,
ora da un milione di dita.

Non sono più solo qualche decina
di stivali calpestanti i fiori
tra i sanpietrini a farmi tremare il petto,

non è solo la coltre di braccia alzate,
e non sono più solo le voci, le parole
urlate al vento. Ciò che sul momento
esiste e con il tempo si dissolve.

Quello che mi fa paura è la violenza
silenziosa del nero su bianco impresso
indissolubilmente nei pixel
delle eterne piazze digitali.

Ed è la consapevolezza di stare
scrivendo da anni le nostre parole
sulla carta carbone e l'incertezza
di poter nascondere la copia
quando quei pochi si moltiplicheranno
e le schiere si rovesceranno.

 

Echi urbani

Esalazioni mefitiche,
il clima del progresso.
Lo respiro a pieni polmoni,
mi ci faccio l’aerosol
quando sto male.

Il mio destino
doveva essere quello di diventare
una formica tra le altre,
la mia punizione
per averle schiacciate con superiorità
quando ero più piccolo.

I tetti,
con le loro tegole in cotto
ricoperte di muschi e licheni,
sono il mio tappeto persiano.
Mi ci stendo quando le luci
si fanno soffuse.

Voci e rumori costanti mi attorniano,
mi si attaccano ai vestiti come
smog sui palazzi;
mi scaldano; mi confortano:
tutto attorno a me è vivo
e ogni anima è un universo per se stessa.

Mi tiene a mente
di essere vivo anche io,
di non contare nulla
e che, proprio per questo, posso essere tutto.

 

Senza titolo (1)

Mentre cerco di scordare
il mio passaggio in questa città,
i turisti immortalano morbosamente il loro.

Quale senso hanno le immagini digitali
se il loro ricordo brucia
come quelle di un rullino?
Quale funzione rimane alla memoria
quando, anch’essa,
si macchia?

Nel frattempo (che ci penso) anche
i miei ricordi ossidano.
La tua figura si altera.
Evapora per piovere rimescolata.

Il tuo contorno
e la tua verità sfumano.

E ora rimani una lunga discussione,
levigata dalla memoria
in un muto labiale
su uno sfondo indefinibile.

 

Il ritorno

Ok, finalmente ci siamo,
è finita un’altra serata del cazzo,
mettiti la cintura che ci leviamo da sto postaccio.
E dai, mettitela per davvero
che ogni volta mi fermano
e finiamo col discutere un sacco.

Vuoi della musica?
Con tutta sta strada abbiamo tempo
per un intero album, però no dai,
non quello che sennò me le apro per lungo
e neanche questo che se mi addormento
rischiamo di svegliarci in camicia di legno.

La domenica sera l’autostrada è sempre così deserta
che quasi mi disorienta, che poi,
alla fine com’è andata con quella tosa con la frangetta?
Da come ti sorrideva sembrava che le mancasse qualcosa;
un senso o forse direttamente un pezzo.
Voleva essere una di quelle
ma secondo me dentro di sé
non cercava soltanto un letto.

Ogni sera ci sono sempre più facce così,
ambigue, indecifrabili ma visibilmente private d’affetto.
Chissà quante volte
di noi hanno pensato lo stesso.
Con queste occhiaie e con sto sorriso isterico,
da chi a ridere non ha imparato mai
guardandosi allo specchio.

Intanto a bordo strada scorrono le industrie.
Quante luci rimangono accese ogni notte per niente,
pensa quanto è importante illuminare bene
il proprio cognome per tutta questa gente.
E quanto per quello di correre…
chissà a quanto andava, con la sua ragazza
che intanto fedele e ignara, di fianco, gli dormiva.

A tua sorella, come sta andando la convivenza?
Che poi, cosa te lo chiedo a fare?
Che nonostante siano vari mesi che vivi in sua assenza,
devo averla sentita più volte io per quella cosa che le dovevo comprare.

Ah cazzo! Ho mancato l’uscita…
La allungheremo di almeno quattro canzoni,
ah e cambiamo cd che forse con quest’altro si sta un po’ meglio,
ma possibile che non ho nulla di allegro?

Vedrai che un giorno anche noi ce ne andremo,
che dividendoci l’affitto
e con i miei buoni pasto vivremo come dei signori.
La notte se vorremo dormire ci basterà spegnere le luci
e avremo bisogno di illuminare il nostro cognome solo sui citofoni.

Guarda i fanali di quella tesla quanto sono abbaglianti.
Ora quanto ha di patrimonio quello?
Ma davvero mille miliardi?
E a me spaventava la mafia italiana
che all’anno ne muove circa quaranta tra cocaina e armi.

Adesso aspetta
che per imbroccare la prossima uscita devo concentrarmi,
che se sbaglio di nuovo al casello mi toccherà riempire
ancora di più di spicci la tazza di un altro
di sti omoni importanti.

Ora si torna al buio.
Buio, buche e buche al buio.
I vigneti che però non vedo e il buio di sti lampioni spenti
che si illuminano solo con i miei abbaglianti.

Le luci di quella casa mi fanno sempre soffrire,
che dopo la perdita di un figlio vivere significa sopravvivere
e sono tre anni che non mancano mai i fiori attorno a quell’albero storto.

Finiti i cognomi e i vigneti iniziano i bar, le vetrine trasparenti,
i condomini e davvero non so cosa mi faccia più schifo.
Non solo perché tutto sia artificiale
ma perché nulla si incastra bene con niente,
tutto è stato creato da un singolo anni prima o dopo del resto.
Perché la natura se cresce spontanea crea sempre capolavori
senza doversi consultare con nessuno?
e noi non siamo neanche in grado di fare due palazzi che si somiglino un minimo…
ma che li nascondessimo almeno!

Era una volpe quella? Non ne vedevo una da quando andavo alle superiori con l’autobus.
Che periodaccio… eppure mi manca un sacco,
è quasi come se ciò che è stato brutto non avesse importato,
nonostante sia stato per quello che sono così cambiato.

Chissà se a ottantacinque anni
avremo così tanta nostalgia della vita
da avere la parvenza di averne passata una meravigliosa.

Finalmente arrivati, ah bravo, la sveglia da impostare
che sennò tra quattro ore mica mi riesco ad alzare.
Beato te che puoi dormire un’ora in più…
Finisce sempre così, che torniamo a casa tardi e scontenti,
che parliamo solo di cose che ci fanno stare peggio
e che ci rimane più delle cazzate dette durante il viaggio di ritorno che della festa stessa.

Almeno adesso possiamo finire di svuotarci del tutto
in un bagno dove non c’è fila
e non puzza
di tutto ciò di cui gli altri hanno avuto bisogno di liberarsi.

 

Vernice metallizzata

C’è stato un boato,
come quello di un fulmine
in una notte d’estate.

Ora briciole di vernice metallizzata
fluttuano nell’aria,
sotto la luce brillano come lucciole.

È rimasto un segnaccio nero
poco sotto, che ora un lampione
sta asciugando come si fa
con lo smalto per le unghie.

Schegge di vetro si sono sparse
e brillano, come poco prima brillavano
gli strass sul tuo vestito di raso.

Con tutti questi riflessi,
sull’asfalto pare che ci siano le stelle.
La strada si è fatta cielo per accogliervi.

E ora c’è di nuovo silenzio,
stanno avvicinandosi le zanzare
e le cicale sono tornate a cantare.

 

Fototessera

A Pier Paolo Perisinotto
2003/2018

Sei sempre sembrato
più grande tu, ma
più il tempo passa
più ringiovanisci.

Sono ormai sette anni
da quella notte insonne.
Ormai sette anni
che le tue foto
giacciono immobili
come la lancetta dei secondi
in un orologio scarico.

Sai, hanno inventato un’applicazione
che rende adulti
i bambini e giovani i vecchi.
L’ho provata su di te, amico mio,
è così innaturale,
fuori dal tempo…

Forse alcune persone
non sono nate
per invecchiare.

 

Impegno

Sono trascorsi quasi sette anni
da quando mi presi quell’impegno,
da quando tra le migliaia
di persone in lacrime,
al suono delle campane,
rimasi freddo nel guardarti
mentre prestavo giuramento.

Solo ora trovo il coraggio di chiederti perdono.
Promisi che da dentro di me
ti avrei fatto vedere la bellezza del mondo,
e qualora non ci fosse stata
ti avrei mostrato il bello del MIO mondo.

Non me la passo bene, amico mio.
E purtroppo, abitando nel mio spirito, lo sai.
Non è un mondo per me, questo.
Mi sento sempre fuori posto
inetto in un mondo di supereroi.
E sai che sono alla disperata
ricerca del mio posto a sedere,
e sai che sto dando tutto
pur di scoprire di avere anch’io,
se pur piccolo, il mio superpotere.

Mi dicono che dovrei pensare
a divertirmi, ma la realtà
è che è proprio il pensare che mi rovina.
Mi sento dire che sono diverso,
ma ogni giorno mi guardo
allo specchio e mi vedo
sempre uguale, e questo mi uccide.

La verità è che
non so dove sto andando.
Al buio non sai
se stai andando dritto
oppure girando in tondo.
Sbatti, pensi di tornare
indietro, ma senza saperlo
stai solo cambiando strada.

A volte mi chiedo
se sto così bene da solo,
solo perché ho te dentro.

 --- --- 

Perché scrivo

Il sudario è questo telo, che sarebbe la mia poesia, con cui mi asciugo lasciando impressa una parte di me.
La scrittura mi serve, ne ho bisogno, mi fa stare bene.
In quanto dislessico, sono sempre stato preso in giro per il mio modo di parlare, per la mia difficoltà nell’esprimermi, per la mia lentezza nello studio e nell’apprendimento della lingua.
Questo ha generato in me una grande insicurezza che mi ha portato ad avere paura di parlare e a rapportarmi ad altre persone.
La poesia mi dà la possibilità di esprimere i miei pensieri con le degne parole e con tutto il tempo di cui ho bisogno.
Agisce come lenitivo anche per la mia tendenza ad ingigantire e concatenare problemi, i quali poi si fomentano l’un l’altro. Mettendoli per iscritto ho la possibilità di sintetizzarli, ridimensionarli, lavorare singolarmente su  ognuno e guardarli per quello che sono.
Anche in questo caso, la scrittura mi dà tempo. Tempo che in altri contesti mi è nemico, mi terrorizza, mi blocca e poi mi fa sentire in colpa per averne perso.
Quando scrivo il tempo non lo sento, esiste solo nel momento in cui lo analizzo e in quel caso scorre distante da me.
Tuttavia, quando scrivo so che non lo sto facendo solo per me stesso. La mia poesia non è un semplice specchio tramite il quale mi parlo. Con essa, ho la certezza di comunicare anche con e a qualcun altro. Ed è per questo che, oltre a sentirlo come un bisogno, lo vivo come un dovere che mi sento orgoglioso di seguire. La mia è l’ennesima generazione persa in un mondo che la preoccupa. Sotto questo punto di vista vorrei essere un altro testimone del mio tempo, e, tramite la poesia, lasciarne impressa una parte di me.

 


Sono Jacopo Franzin, sono nato nel 2003, ho studiato logistica alle superiori e sono laureato in Interior design. Mi sono avvicinato alla poesia molto tardi, all’età di sedici anni. Ho usato la scrittura come ennesimo tentativo di lenire il dolore della perdita di un caro amico. Da allora la poesia è diventata la mia valvola di sfogo e una fede che non ho intenzione di abbandonare per nulla al mondo.