Poetry Therapy Italia

15 TEORIE Landscape 8 2026

 

La concezione di sé come giardino implica una propedeuticità: coltivarlo in quanto territorio di radicamento di valori, prima di poterlo considerare luogo di cura di se stessi e degli altri. L’articolo racconta un percorso di poesiaterapia dove il gruppo destinatario ha esperito il farsi natura per giungere alla scoperta del seme fondante del proprio sé.

 

Introduzione

Frequentavo le scuole elementari quando mia madre cominciò a parlarmi dell’importanza di coltivare l’interiorità e di godere delle piccole cose, che erano per la maggior parte legate alla natura. “Ti danno gioia e sono sempre a portata di mano. Fattele bastare e non avrai bisogno di grandi sogni.” Così mi spiegava. Un antidoto ai sogni, dunque, le piccole cose; una prevenzione alla frustrazione per l’Irrealizzato. Era un’educazione – la sua – all’acuizione della sensibilità, che, in tal modo, diveniva ipersensibilità (con tutto ciò che un tale status comporta); alla parsimonia; al non pretendere; all'accontentarsi. Gli ultimi due verbi, coniugati all’imperativo presente, seconda persona singolare, erano diventati i suoi mantra e, in tal fatta, avevano saltato lo steccato della saggezza e si erano inoltrati nei campi della pericolosa astinenza da quell’equilibrato osare che permette la scoperta e la crescita.
Coltivare la propria interiorità (il proprio “giardino interiore”) è atto dovuto alla Saviezza. È, nel proprio dentro, trovare semi e portare semi, in un circolo virtuoso che, dell'interiorità, fa conca dante e accogliente vita. Ancora: è dimorare in enigmi non risolti, ma porgendo occhio-orecchio-pelle-naso-bocca ai segnali. È sostare nella consapevolezza che è necessario assecondare il grido che fa male per giungere alla cura che, dopo aver lenito, guarisce. È non privarsi dei sogni.
Quindi, se, con soddisfazione, ho fatto mio il godimento delle piccole cose, ho, al contrario, mal vissuto l’idea dell’accontentarsi, perché ritenevo (ed è tuttora così) che cozzasse con un concetto fondante di noi stessi: coltivarsi in pienezza, in rigoglio. E per attendere alla coltivazione non ci si deve accontentare: si deve, invece, porre un’estrema cura nella preparazione del terreno, nella scelta dei semi, nell’adeguatezza dell’innaffiatura, nell’esposizione alla luce…
Un’idea mal vissuta, dunque, mal digerita: il sentore che le cose non stessero così. Soltanto dopo lunghi anni di lavoro su me stessa, l'intuizione di quella che percepivo come un’incongruenza si è incarnata in una certezza.
Noi come un giardino da coltivare. E noi come un giardiniere che lo coltiva.
Noi come un luogo privilegiato di cui prendersi cura. E noi come quello stesso luogo che cura. Che ci cura, che cura l’altro. Tenendo ben presente che “il giardino custodisce i segreti dei pharmaka (Demetrio, 50) e che, perciò, è da evitare ogni scotomizzazione per poter essere in grado di distinguere l’antidoto dal veleno.
Perché mai, dunque, noi – che da spazio da curare possiamo divenire spazio che sa curare – dovremmo accontentarci e non chiedere il miele della saggezza?
“In quasi tutte le culture e religioni, il giardino rappresenta uno spazio sacro, un’unione del Sé cosciente con la sua fonte inconscia.” (Martin, Ronnberg, 148). È nel noi-giardino, nella nostra umana sacralità, infatti, che dobbiamo cercare le piantine della gioia, della sofferenza, della fragilità, della leggerezza, della compassione… Cercarle, trovarle e amorevolmente accoglierle adoperandoci per comprendere in quale circostanza sono stati piantati proprio i loro semi - e non altri - e perché hanno germogliato. Individuare la discendenza del conscio dall’inconscio, sapendo che la cura comincia da quella consapevolezza.

Un percorso gruppale

La poliedrica, lussuosa metafora del giardino interiore è, se fatta propria, guida per chiunque intenda se stessa/o come portatrice/tore di cura. Forte di questa convinzione, nel mio ruolo di facilitatrice in poesiaterapia, mi sono sentita chiamata in causa. Ho quindi ideato un percorso in cinque incontri di tre ore ciascuno, dal titolo “Ascoltarsi e divenire seme. Un percorso di consapevolezza”. Esso era rivolto a un gruppo di adulti normo-funzionali, che sono stati gradualmente condotti al raggiungimento della coscienza di se stessi come donne/uomini-natura. Per non perdere le proprie origini, per attribuire significati nuovi alle radici, per ricorrere all’ostetricia delle metafore in un’immersione, in un salvifico shinrin-yoku[1] nel proprio giardino interiore.
In tale direzione (e per tornare all’immagine del non pretendere), coltivare il proprio giardino interiore vuol dire porsi in ascolto di chi siamo e di chi vogliamo diventare. Non solo a nostro esclusivo beneficio, ma anche a favore di coloro con i quali entreremo in relazione e i quali accoglieremo, in postura d’aiuto. E ciò non può avvenire se non essendo “pretenziosi” di tutto quel meglio che siamo determinati a raggiungere. Del resto stare in relazione significa coltivare il rapporto; significa, prima di entrare nel giardino interiore altrui, invitare nel proprio, avendogli gettato un’ultima amante occhiata, avanti l’aprire il cancello. E, quando invitati a nostra volta, significa non entrare a gamba tesa, bensì sorretti dalla delicatezza e dalla cautela che il rapportarsi e il prestare cura implicano.
Il percorso gruppale sopra menzionato ha previsto lo sviluppo di cinque temi (io-albero, io-acqua, io-radici, io-silenzio, io-seme), partendo da un’introduzione sul parallelismo fra essere umano e ognuno degli elementi citati, e da una poesia. Ciascun incontro ha rappresentato una tappa collegata esplicitamente a tutte le precedenti: un filo rosso che è diventato filo d’Arianna per percorrere in sicurezza il cammino nella consapevolezza di sé e verso la trasformazione. La scelta dei versi ha tenuto conto dei destinatari del percorso: persone amantissime della poesia in tutte le sue vesti e abituate a lavorare su di sé a livelli profondi e d’impatto. Sono state perciò presentate composizioni sia “intellettuali” sia dal forte portato emotivo.
Le fasi di ogni incontro sono state: richiesta alle/ai partecipanti di ascoltare ciò con cui erano in contatto in quel momento, di condividerlo e di scrivere una parola che lo riflettesse; introduzione e breve analisi del tema; lettura di una poesia preesistente, a trattazione del tema stesso; scrittura di poesie individuali e collettive; movimento libero; fantasia guidata; condivisione, sia accompagnata sia libera, dell’esperienza nelle varie fasi; richiesta se la parola scritta all’inizio fosse ancora attuale o se si rendesse necessario sostituirla con un’altra, che sarebbe diventata la parola irrinunciabile suggellante l’incontro; rito di congedo in cerchio.
In alcuni momenti di scrittura e di movimento sono stati suonati tamburo sciamanico, tamburo del tuono, tongue drum, campana tibetana e koshi chime. Al termine del percorso sono stati dati suggerimenti per un lavoro autonomo su di sé attraverso testi poetici e in prosa letti e autoprodotti, movimento e suono.
Qui di seguito, in breve, i temi trattati, con le modalità sopra accennate (scrittura, movimento, fantasie guidate, ecc.), in ogni incontro. Alcuni temi sono stati richiamati nei diversi incontri, stratificando così ricchezza di significati.
Nel primo: stanzialità; parallelismo albero/corpo umano; connessione cielo/terra; radicamento e sradicamento; gli opposti.
Nel secondo: acqua indispensabile alla vita; sete, abbeveramento e fluidità come metafore; il carattere dell’acqua (pacifica oppure violenta, come nei nubifragi dell’estate 2023, vissuti sulla nostra pelle).
Nel terzo: radicamento e sradicamento sia fisico sia emozionale (di nuovo richiamo ai nubifragi); solidità delle radici; radicamento miope come impedimento all’apertura verso altri modi e mondi.
Nel quarto: silenzio vs vuoto; condicio sine qua non per l’ascolto profondo di sé; come fuga; della natura.
Nell’ultimo: richiamo alle tappe e ai punti salienti dei precedenti incontri; collegamenti dei vari temi contestualizzati e valorizzati dai vissuti emersi; l’importanza del riconoscersi seme.

Il cammino nella coscienza di sé come donne/uomini-natura ha preso l’avvio dalla consapevolezza fisica di “essere” albero. Ha poi messo in risalto il portato sia fisico sia metaforico dell’acqua, indispensabile alla vita. È proseguito con il concetto che un’esistenza poggiante su deboli radici dovrà prima o poi fronteggiare lo sradicamento. Si è quindi aperto alla sfida di quella metafora ricchissima che è il silenzio. E si è concluso con la ricerca della parola irrinunciabile la quale, ripetuta da ognuna/o dentro di sé (e poi condivisa), è diventata parola-seme, perché in quel dentro ha trovato terra buona.

La rispondenza delle/dei partecipanti

Il denominatore comune delle restituzioni delle/i partecipanti è stato la trasformazione, a volte piccola, a volte più consistente, ma sempre molto significativa.
Ecco alcuni esempi tratti dal primo incontro:
- una sostituzione di elementi: dal cogliere il silenzio che avvolgeva l’atelier artistico, luogo del percorso, e dal percepire i membri del gruppo nella loro individualità, a sentire l’energia interattiva del gruppo stesso;
- un rafforzamento delle emozioni positive provate fin dall’inizio: confortevolezza che – come sensazione – è rimasta tale, arricchendosi però della condivisione di tutto con tutti;
- un cambiamento nell’umore: da una tristezza iniziale, al sentirsi come un albero che non c’è, all’avvertire dentro di sé la forza dell’albero, a manifestare la volontà di essere l’albero che c’è, all’affermazione finale “Io sono”.
Al termine del rito di congedo – vissuto al tempo stesso come catalizzatore di energia e come liberatorio – di ogni singolo incontro, il cerchio si è sciolto con un applauso spontaneo, manifestando ogni partecipante la voglia di tornare per l’incontro seguente o, nel caso della fine del percorso, di vivere altri cammini di consapevolezza.

Conclusione

Aver coltivato l’aggraziata pienezza del proprio giardino interiore ed essere in grado di invitare il pellegrino al desco della frescura sono condizioni senza le quali non è possibile appellarsi alla valenza curativa della poesia.
Soprattutto (ma non solo) quando ci si trova di fronte a persone con problematiche esistenziali di rilievo, che mettono in campo le proprie risorse per non cedere alla passività del “non c’è soluzione”, è esperienza profondamente toccante. A questo proposito, farò cenno a una criticità e alla sua risoluzione occorse non nel percorso “Ascoltarsi e divenire seme. Un percorso di consapevolezza”, ma in un altro da me tenuto (“I confini e gli spazi della serendipità”) e rivolto, come nell’altro caso, a un gruppo di adulti normo-funzionali.
Le azioni proposte, fra le altre, erano l’ascolto di sé attraverso l’esplorazione dei confini, stando consapevolmente in spazi aperti e in spazi chiusi. Dopo la permanenza in uno spazio chiuso, l’umore di una partecipante – arrivata molto energetica all’incontro – risultava visibilmente cambiato. Sono riuscita a innalzare il suo livello, portandola a una dimensione di serenità, grazie a un fuori programma: l’applicazione della Scrittura Kintsugi®, con la partecipazione dell’intero gruppo.

Qui di seguito alcune quartine Kintsugi composte dai presenti a quell’incontro. 

I

Ho sentito freddo.
M’è mancato il calore.
Riconosco meglio i suoni della natura.
Sono concentrata a volermi bene. 

II

Mi è mancata l'intimità.
Poca emozione.
Scriviamo una poesia insieme.
Siamo insieme.

III

Le automobili mi sbarrano il cammino.
Si ferma il percorso.
Cambio tappa.
Ho saputo proseguire.

Note

 [1] Questa pratica giapponese (nota anche come “bagno di foresta” e considerata “medicina forestale”) consiste in un’immersione nella natura con i cinque sensi, che migliora l’equilibrio psico-fisico, grazie ai suoi effetti terapeutici comprovati scientificamente. Un’interpretazione in poesia di questa pratica è Shinrin-yoku di Kylia Mira, che si sostanzia, pur non nominandolo, del concetto di giardino interiore come luogo di memoria dei vissuti.

Bibliografia

Demetrio, D. (2016). Di che giardino sei? Conoscersi attraverso un simbolo, Mimesis.
Martin K., Ronnberg A. (a cura di) (2011). Il libro dei simboli. Riflessioni sulle immagini archetipe. Taschen.

 

 


 

Judit Beres

Gloria Chiappani Rodichevski Giornalista pubblicista, laureata in Lingue e letterature straniere moderne, facilitatrice in poesiaterapia di primo livello, tecnico non verbale benenzoniano, Reiki master, operatrice olistica del suono, operatrice olistica a mediazione artistico-relazionale, fondatrice e direttrice del portale d'arte e di cultura https://morfoedro.art, in formazione come facilitatrice in poesiaterapia di secondo livello. Si occupa di poesia, danza, musica e fotografia, improntando le sue ricerche sulla sinergia fra linguaggi artistici e sul valore terapeutico della poesia. Ha indagato la poesia e il suo rapporto con la musica per comprendere i risvolti psicologici dell'ispirazione.

 

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