
Un piccolo libro, poche pagine, un fluire di parole corpose, materiche che raccoglie tre poemetti precedenti, come una sorta di riparazione, di ricomposizione di fratture passate, un guardare indietro al lavoro di cura fatto con le parole, così come si fa con gli esseri viventi.
Un libro piccolo, poche pagine, 30 per l’esattezza, che raccolgono tre poemetti scritti dall'autrice tra il 1998 e il 2005 pubblicato nella "Collezione di quaderni di poesia - Le Gemme", curata da Cinzia Marulli per Edizioni Progetto Cultura.
Il primo testo, La cura di te già edito nel 2007 come testo poetico nel libro fotografico Necessità dell’anatomia di Viviana Nicodemo, si apre proprio con una nota della stessa fotografa che sottolinea come i “suoi versi [siano] ricchi di vita e di materia dove il corpo assume un peso decisivo”.
Siamo ossa muscoli fibra liquida materia
Antri sanguinari plaghe di piacere.
Il corpo è presente, quasi anatomicamente presentato.
Il corpo emerge con forza, è un corpo fatto di energia, materia e dinamica e movimento. Sembra quasi una drammaturgia teatrale, un monologo che passa dalla prima alla seconda persona singolare, parole che sembrano dette ad alta voce, a qualcuno presente o non direttamente presente, ma comunque rivolte a qualcuno a raccontare, a ricordare, ad accompagnare i gesti della cura. Non sono parole semplicemente scritte, sono parole che hanno corpo, hanno voce, suono, volume sia in termini di massa che di suono. Sono parole che si muovono che agiscono, con un respiro che si fa affannato, il battito cardiaco accelerato.
Cadere inciampare disperare piangere gridare.
Sempre ricominciare pur che sia solo continuare.
Dimenticare dimenticare e memorare mai scordare.
Il poemetto può essere breve ma le parole, numerose ed incalzanti, si susseguono con energia e ritmo.
La cura è forse questo, un incedere continuo, attraversando luoghi e tempi diversi, respirando profumi dolci e odori aspri, “Sentiero di lavanda nell’isola spagnola”.
L’autrice si rivolge ad una figura femminile, a tratti sembra figlia, forse amante, forse ad una sé stessa più giovane, accompagnandola “nei sentieri della vita, mostrarle le sue tappe e le sue stagioni, il passaggio da un’età all’altra” (così viene presentato il volume dalla casa editrice).
La cura si indossa, si abbraccia, è essa stessa corpo, o forse corpi, al plurale, perché è plurale, c’è un corpo soggetto che cura ed un oggetto curato:
Prendo su di me la tua cura
Animula piccola silente nella gioia
Scuro cielo d’osso in carne infisso
Prendi la mia cura.
“Prendo su di me la tua cura, Prendi la mia cura.” Nella quartina iniziale forse la sintesi della cura: la cura di te diventa cura di sé, c’è reciprocità, scambio, condivisione, è assunzione di responsabilità, ma è anche la capacità di riconoscere quando è il momento di lasciare.
Mia splendida Gradiva, tu non sarai museo
Incedi pronta al tuffo sorprendente. Vado via.
In luminosa evidenza ora tu sei, clinicamente viva.
Il secondo poemetto, “Ipnos il dramma del sonno”, ci porta in una dimensione sonnolenta, la luce sembra pian piano affievolirsi mentre attraversiamo gli stadi del sonno
Alfa, teta, complessi kappa
poi terzo e quarto stadio
infine sonno paradosso.
Qui incontriamo i suoi abitanti mitologici,
figlio della Notte, fratello di Speranza
era Sonno riposo degli esseri, il più dolce
degli dei, pace dell’anima, parente di Poesia.
Nel sonno, analizzato attraverso sguardi diversi, il corpo perde quasi consistenza, ne perdiamo il controllo, conserviamo forse solo l’essenza che se dorme “non piglia pesci, ma pesca sogni spesso voluttuosi.”
Dal sonno al sogno, dal sonno alla veglia, “Solo le parole salvano il tempo dall’oblìo e permettono alla fine di risvegliarsi un poco.” Con le parole di Claire Goll da Inseguire il vento, De Santis ci dice che custode della soglia a confine tra sonno e veglia c’è la scrittura che “spartisce origini, confini, dimore.”
Il ritmo incalza nuovamente nel terzo testo, "La disobbedienza", un testo drammaturgico pensato per la scena, la parola prende nuovamente voce, si fa nuovamente corpo e azione drammatica.
Tutto il testo si costruisce intorno all’anafora del verso “Quello che mia madre non dovrà mai sapere” con cui si aprono tutte le strofe e con la stessa formale struttura del versi di chiusura, che accolgono tre o quattro parole, libere, sciolte, sintesi estrema delle sentire di quei segreti appena rivelati. Separate dal resto da trattini, come a sigillo di quella porzione di testo.
Lo sai, sai bene che non grido
soffro e non lamento,
se poi l’argine si rompe, è solo
per quel vizio di un lucido guardare
– nenia, gemito, memento mori –.
E con un’intensità rafforzata anche graficamente si chiude il poemetto con tre sostantivi maiuscoli a chiudere il senso complessivo dell’opera “PAROLA - MIRACOLO - SILENZIO”.
E nuovamente torna forse la Cura, una cura che passa sia attraverso la Parola che attraverso il Silenzio.
Mariella De Santis, La cura di te e altre insistenze, Edizioni Progetto Cultura, 2025

Viviana Russo è danz-Attrice, educatrice teatrale e formatrice. Esperta di didattica laboratoriale.
Facilitatrice di Biblioterapia (master Univr 2024)
Si forma in Poesiaterapia presso la scuola di PoesiaPresente dal 2022.
Giocoliera (solo di parole), danza sul filo tra clownerie e poesia, preferibilmente con un naso rosso.
Dal luglio 2024 è redattrice e referente per le Artiterapie della rivista Poetry Therapy Italia.

