
Attraverso questa raccolta appena uscita, Silvia Rosa esprime dedicando “alle sopravvissute” un testo in cui raccoglie con una scrittura talvolta cruda, altre fiabesca – ma le fiabe sono spesso crude – la verità che riguarda un tema delicato come quello degli abusi che avvengono in età infantile.
Forse il voler dare voce alle bambine e ai bambini che hanno subito diversi tipi di molestia potrebbe risultare un’operazione pretenziosa ed enciclopedica, ma ciò che emerge dal suo scrivere in versi è soprattutto un’operazione politica che ha tutte le carte in regola per entrare nelle librerie di chi quegli abusi – violenze anche psicologiche, non solo sul corpo – li ha subiti.
Immagini di violenza e di sopraffazione si dipanano lungo il corso del volume, diviso emblematicamente in capitoli in cui si va dalla presa di coscienza del proprio vissuto, per arrivare perfino a dare una serie di consigli “di sopravvivenza” alle persone abusate, come suggerisce il capitolo “Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco”.
Non c’è alcuna retorica negli episodi rievocati dalla poeta, c’è un uso della parola fiabesca, genere appartenente all’infanzia, o così ci ostiniamo a ritenere, ma che a ben guardare parla dal nostro inconscio fino all’età adulta. Le fiabe raccontano la verità? È una domanda che i bambini pongono ai loro adulti di riferimento; presi alla sprovvista, optiamo per un sì o per un no secchi; in realtà, a quei bambini bisognerebbe rispondere che pur raccontando storie non vere, molte verità si celano dietro quelle storie.
Le creature mostruose o fatate che incontrano i bambini delle fiabe, e di questa raccolta, sono un tentativo di porre rimedio al trauma che, altrimenti, rimarrebbe annidato nel fondo dei cuori dei bambini vittime. E così orchi, fate, animali selvatici e fiabeschi, insetti, perfino, diventano una impersonificazione delle paure, della prepotenza adulta che vorrebbe semplificare in modo eccessivo: così, il lupo demonizzato in Cappuccetto Rosso diventa un essere sorprendente.
(...)
la luccicanza aspra di un finale
in cui il taglio netto apriva le tue viscere
e dentro solo una distesa di papaveri
– sangue del tuo sangue.
Per chiedersi, poi, esplicitamente:
(...)
Ma chi è l’Orco, il Mostro, questo essere che
trasforma il latte azzurrino nell’uovo amniotico
della rovina, in cui la bambina si agglutina e
si annicchia, sbranata dal buio? (...)
E quando anche il trauma sia l’assenza, essa viene raccontata come fosse un racconto di Natale fatto da un bambino: A Natale i padri fioccano come regali inaspettati,/ padri di cioccolata caduti nella cenere dei camini.
È una narrazione implacabile, un incedere tra le parole che non lascia scampo, in cui la violenza del mondo adulto non riceve alcuno sconto:
Eppure si sforzava di essere docile, amabile,
la bambina raggiante che ogni padre porterebbe
orgoglioso al mare, ma nella periferia dello sguardo
di Lui era solo qualcosa da sbucciare, neranerrissima
bambina selvatica che non si lascia domare (...)
Con questo testo, Silvia Rosa sceglie scientemente di analizzare uno e più vissuti, accomunandoli tra loro con una parola cara alle femministe d’oggi, la sorellanza, una sfumatura già presente fin nell’aggettivo sopravvissute della dedica in prima pagina. Lo fa con la grazia e la saggezza di chi è avvezza a entrare nell’universo dei bambini e delle fiabe, senza raccontare però quelle che gli adulti chiamano “fiabe” nel senso di bugie, anzi: qui la fiaba è verità, antidoto, fuga, ritorno, pur non garantendo un lieto fine, è un invito alla consapevolezza, un’empatia che si legge tra le righe e che la potenza della scrittura fa arrivare fino ai nostri cuori.
(...) Nove anni spigolosi e cupi io, lui
argento vivo addosso: si stabilì che il gatto era
ingestibile, io invece sarei rimasta, ma che
fosse chiara la fine che faceva chi osava
contraddire il quieto vivere dei grandi. Così
fui costretta a strapparmi di dosso la mia
ombra viva, il cuore dell’infanzia, a lasciarlo
a terra e a non voltarmi indietro, camminando
gli anni dopo a testa bassa – nessun battito.
Sono i versi che rimangono a chiusura della raccolta, dolorosi, che lasciano nella narrazione il gusto amaro della sconfitta dei bambini e delle bambine sul mondo degli adulti. E che, ci auguriamo, sia da consolazione alle bambine che ci portiamo dentro.
Silvia Rosa, L’ombra dell’infanzia, Pequod, 2025
Anna Castellari Nata in Friuli, ha studiato traduzione e interpretazione all’università di Trieste, si è laureata in spagnolo con una tesi-traduzione di un libro per adolescenti, Violeta en el País de Nunca Jamás, di María Eleonora Sánchez Puyade, e si è trasferita a Milano per amor dei libri. Appena arrivata si è unita all’associazione Mille Gru e ha iniziato a muovere i primi passi nell’editoria per l’infanzia come redattrice e traduttrice. Dal 2016 insegna – presso la struttura carceraria di Bollate – francese e spagnolo nelle scuole superiori. Nella scuola tenta di applicare una didattica “umanistica” e umana, in cui l’alunno è al centro e l’insegnante è un suo accompagnatore nella conoscenza e nell’educazione. Per Mille Gru si occupa della parte editoriale per l’infanzia, rivede le bozze dei libri, cura i contenuti web e social, di laboratori con i bambini, nei centri di cura e nelle biblioteche.

