Poetry Therapy Italia

02 FOCUS 2 Wait dettaglio 6 2022

Rosa Introcaso, Alice Marazzato e Francesca Salivotti, dello staff di “S.S. Formazione e Sviluppo Risorse Umane” dell’ASL di Biella, descrivono le iniziative formative rivolte a tutto il personale dell'ASL, con particolare attenzione alle esperienze di medicina narrativa.

Negli ultimi anni, la formazione continua del personale sanitario ha iniziato a riconoscere il valore dei linguaggi narrativi e simbolici come strumenti capaci di integrare l’apprendimento tecnico-scientifico con le dimensioni etiche, relazionali ed esperienziali della cura. La pratica sanitaria, nella sua forma più autentica, si configura come un atto umano che si svolge dentro la complessità, l’incompletezza e la relazione. La medicina reale non è fatta solo di certezze: linee guida, evidenze e protocolli sono indispensabili, ma non esauriscono mai il caso singolo. Come ricorda Giuseppe Cosmacini, la medicina non nasce come scienza astratta, ma come pratica al letto del malato, costruita nell’incontro tra osservazione clinica, esperienza e relazione. In questa prospettiva, curare significa prima di tutto interpretare, assumendosi la responsabilità di decisioni inevitabilmente esposte all’incertezza. E questa incertezza non è un difetto del sapere medico, ma una sua condizione strutturale. La pratica clinica si fonda quindi non sull’eliminazione del dubbio, bensì sulla capacità di abitarlo responsabilmente. Se ciò è vero, allora l’atto del curare richiede non solo competenze tecniche, ma anche una capacità interpretativa e creativa. In questo senso, la lezione di Rodari sull’immaginazione come funzione conoscitiva offre un contributo prezioso: non come fuga dalla realtà, ma come strumento per abitare il possibile, esplorare alternative e costruire significato anche laddove le certezze scientifiche non sono definitive. In tale prospettiva il linguaggio poetico si propone come un dispositivo formativo capace di incidere sui processi di comprensione profonda dell’esperienza umana. La riflessione pedagogica ha da tempo mostrato come la conoscenza non si costruisca unicamente attraverso modalità logico-paradigmatiche, ma anche mediante forme narrative che consentono di organizzare il vissuto e attribuirgli senso. Jerome Bruner, nel distinguere tra pensiero paradigmatico e pensiero narrativo, afferma che quest’ultimo non costituisce una modalità conoscitiva inferiore, bensì una forma fondamentale del pensare umano, indispensabile per comprendere l’esperienza concreta e situata[1]. Bruner sottolinea anche proprio come il significato emerga all’interno di pratiche culturali e linguistiche condivise, rendendo il linguaggio – e in particolare il linguaggio simbolico – un elemento centrale nei processi educativi. All’interno della pedagogia generale, questa visione trova radici negli studi di John Dewey, per il quale l’educazione è esperienza riflessiva e trasformativa, e non mera trasmissione di contenuti[2].

Analogamente, Paulo Freire ha evidenziato il valore di un’educazione capace di sviluppare consapevolezza critica e responsabilità etica, attraverso linguaggi che coinvolgano la soggettività. Più recentemente, Edgar Morin ha richiamato la necessità di un pensiero complesso, in grado di tenere insieme sapere tecnico, dimensione umana e incertezza[3], prospettiva, come abbiamo visto, particolarmente rilevante per le professioni sanitarie. In ambito di formazione medica, tali orientamenti confluiscono nel paradigma delle Medical Humanities e della Medicina Narrativa. Rita Charon[4], medica e letterata che tra i primi ha sistematizzato la Medicina Narrativa come disciplina accademica, definisce la competenza narrativa come la capacità di riconoscere, interpretare e rispondere alle storie di malattia, riconoscendone il valore clinico ed etico. Il dialogo tra linguaggio poetico e Medicina Narrativa nasce dall’incontro fra due pratiche che condividono una stessa postura: ascoltare l’esperienza della malattia senza ridurla. Entrambe nascono dal bisogno di dare forma, senso e dignità a ciò che sfugge al solo linguaggio tecnico-scientifico. Il linguaggio poetico, in particolare, nel costituirsi prima di tutto come un modo particolare di conoscere e di stare nell’esperienza, non dice semplicemente qualcosa sul mondo, ma costruisce uno spazio in cui il senso può emergere senza essere forzato. Il linguaggio poetico non procede per definizioni univoche: ama la pluralità dei significati. Una parola poetica non vale mai una volta sola, ma continua a risuonare, aprendo interpretazioni diverse a seconda di chi legge, del momento, del contesto. Questa polisemia lo rende particolarmente adatto a dare voce a esperienze complesse come il dolore, la malattia, la perdita.

Un altro tratto fondamentale è l’uso della metafora. Nella poesia come nella malattia, la metafora consente di rendere pensabile ciò che altrimenti resterebbe muto. Attraverso immagini, analogie, accostamenti inaspettati, il linguaggio poetico riesce a dare forma a sensazioni corporee ed emotive difficili da nominare direttamente. Apprendere che il dolore “pesa”, “brucia”, “scava” è un atto di conoscenza che avvicina il sanitario all’esperienza del malato. La poesia è anche un linguaggio concentrato e denso. In poche parole raccoglie molto senso. Nulla è superfluo, nulla è neutro. Ogni scelta lessicale porta con sé risonanze, memorie, stratificazioni culturali ed emotive. Questa densità rende il linguaggio poetico lento, non immediatamente consumabile: chiede attenzione, ascolto, tempo. Esso nasce sempre da una soggettività incarnata. Parla da un punto di vista situato, parziale. Non pretende di essere universale in senso astratto, ma diventa universale proprio perché profondamente singolare. In questo modo restituisce dignità alla prima persona, al vissuto, all’esperienza concreta. Infine, la poesia è un linguaggio che resiste alla semplificazione. Non fornisce risposte definitive, non chiude il significato, non elimina le contraddizioni. Al contrario, le tiene insieme. È un linguaggio che accetta l’incompletezza e l’incertezza come condizioni strutturali dell’umano. Proprio per queste ragioni il linguaggio poetico dialoga in modo naturale con la pratica di cura: perché entrambe riconoscono che non tutto ciò che conta può essere misurato, e che dare parola all’esperienza è già una forma di prendersi cura. Per questi motivi, Il linguaggio poetico, insieme alla narrazione discorsiva si costituisce come dispositivo formativo utile a rafforzare l’attenzione alla parola, alla polisemia del significato e alla dimensione generativa del linguaggio, favorendo processi di riflessione che difficilmente trovano spazio nella formazione tecnico-specialistica. Inserire la poesia nei percorsi di formazione continua del personale sanitario significa pertanto educare lo sguardo e l’ascolto, sostenere una postura professionale capace di abitare il limite, l’incertezza e la sofferenza. In questo senso, il linguaggio poetico diventa uno spazio formativo in cui il sapere tecnico incontra l’esperienza umana della cura, contribuendo allo sviluppo di una competenza professionale più consapevole, responsabile e riflessiva. Tuttavia, nonostante da più parti si riconoscano i benefici che le arti e le discipline umanistiche apportano alla formazione in ambito sanitario, la loro presenza nei programmi curricolari e di formazione continua in medicina resta ancora limitata e spesso connotata come accessoria, quando non decorativa. Sebbene nel quadro dell’Educazione Continua in Medicina, l’adozione di saperi umanistici e più in generale delle Medical Humanities risulti pienamente coerente con gli obiettivi formativi che includono gli aspetti relazionali e l’umanizzazione delle cure insieme agli aspetti etici della medicina, l’introduzione di percorsi che sviluppino conoscenza a partire da queste discipline rappresenta ancora un atto controcorrente e, insieme, profondamente professionale. Come richiamato anche dalla pedagogia andragogica, l’educazione professionale continua non può ridursi all’apprendimento di procedure ma deve includere esperienze capaci di coinvolgere la dimensione emotiva e simbolica del soggetto attraverso contesti e dispositivi formativi in cui il sapere clinico possa interrogarsi, rallentare, ascoltare ciò che eccede la procedura e la norma.

Accogliere il linguaggio poetico nella formazione sanitaria significa, in questa prospettiva, prendersi cura del senso del curare: mantenere aperta una domanda sull’umano là dove la tecnica è necessaria, ma non sufficiente. È in questo spazio di tensione feconda tra sapere e parola, tra competenza e ascolto, che la formazione continua orientata ad un approccio narrativo può ritrovare una delle sue funzioni più alte: non solo formare professionisti competenti, ma soggetti capaci di abitare con consapevolezza la relazione di cura.

La formazione dell’ASL di Biella e la medicina narrativa: un percorso nel tempo

Collocandosi in questo orizzonte, negli ultimi anni la Struttura Formazione e Sviluppo Risorse Umane dell’ASL di Biella ha costruito, in modo progressivo e coerente, un programma formativo che riconosce alla narrazione un ruolo centrale nella pratica di cura e nella crescita professionale dei sanitari. Non si è trattato di iniziative isolate o episodiche, ma di un lavoro stratificato, capace di intrecciare formazione continua, riflessione culturale e attenzione alla dimensione esperienziale del lavoro sanitario.
Tale programma ha voluto proporre corsi, webinar e percorsi, spesso accreditati ECM, dedicati alla narrazione e all’utilizzo del linguaggio poetico come strumento clinico e riflessivo. In tali contesti, la Medicina Narrativa e le Medical Humanities sono state introdotte non come alternativa alla medicina basata sulle evidenze, ma come sua integrazione necessaria: un modo per comprendere meglio il caso singolo, abitare l’incertezza e sostenere decisioni più consapevoli e condivise.
Si è così definita nel tempo una traiettoria strategica tesa ad affermare il ruolo della medicina narrativa non come semplice strumento di “umanizzazione” della cura, ma come competenza professionale a tutto tondo. Una competenza che aiuta a leggere meglio le situazioni complesse, a sostenere il lavoro in équipe, a prevenire il logoramento emotivo e a mantenere viva la dimensione etica della pratica clinica.

Il percorso ha preso avvio nell’ormai lontano 2010 con i Laboratori di formazione-intervento e i laboratori NEAR (Narrativi Esperienziali Autobiografici e Riflessivi) in cui la metodologia della scrittura esperienziale è divenuta lo strumento per favorire l’espressione e la rielaborazione di esperienze di cura particolarmente significative dal punto di vista della complessità clinica o della valenza emotiva da parte dei professionisti sanitari. Attraverso la scrittura, i professionisti coinvolti non solo hanno avuto occasione di rielaborare (singolarmente e attraverso la condivisione con altri) la propria esperienza professionale, ma anche di incrementare e consolidare, con un processo di apprendimento esperienziale, le competenze professionali.

Tra il 2013 e il 2014, con il progetto “Arte in Ospedale” – grazie alla collaborazione di importanti artisti e realtà educative ed artistiche del territorio – è nata l’occasione di sperimentare nel contesto ospedaliero l’introduzione di linguaggi visivi mediante l’installazione di opere negli spazi comuni e di maggior transito del nostro presidio. Tra queste, ricordiamo il «Terzo Paradiso» di Michelangelo Pistoletto che abita il tetto giardino, il “Fiorilegio di Primavera” di Omar Ronda posto nell’atrio centrale e l’“Obelisco dei segni” di Ugo Nespolo ad accogliere i visitatori all’ingresso. La valorizzazione della funzione sociale e curativa del gesto artistico è proseguito con il progetto “Emisferi Umani” in collaborazione con il Liceo Artistico G.&Ǫ. Sella di Biella che ha consentito di decorare le aule formative dell’Azienda mediante la commistione di linguaggi verbali e visivi.
Particolarmente significativa è stata l’esperienza del ciclo dei cinque convegni “Pensieri Circolari”, appuntamento ricorrente dedicato a narrazione, formazione e cura. Questi incontri hanno portato a Biella esperti nazionali e internazionali del dibattito sulle Medical Humanities, creando uno spazio di pensiero collettivo in cui clinici, formatori e studiosi hanno potuto confrontarsi a partire dallo studio di strumenti formativi specifici quali il cinema, le arti visive, la parola poetica e la narrazione. Ogni edizione ha visto la partecipazione di numerosi professionisti ed esperti, impegnati in un evento che ha voluto alternare momenti di riflessione teorica e metodologica ad altri volti a promuovere sperimentazioni dirette e laboratoriali di differenti tecniche e metodologie e che, nel tempo, ha favorito, la nascita e il consolidamento di reti e comunità di pratica.

Nel 2015 la metodologia della scrittura esperienziale è stata declinata attraverso la metodica del digital storytelling. I laboratori narrativo-esperienziali che hanno visto la partecipazione di diverse figure professionali – tra cui OSS, infermieri ospedalieri e territoriali e fisioterapisti – nonché di pazienti inseriti in percorsi terapeutici e riabilitativi, sono stati occasione per raccogliere le testimonianze scritte dei partecipanti e produrre (o favorire l’autoproduzione) di video narranti le diverse esperienze di cura e malattia.
La parola è ancora al centro del progetto “Letture ad Alta Voce” che dal 2016 – grazie ad un gruppo di volontari – garantisce momenti di lettura collettiva in favore dei pazienti presso alcune strutture del nostro presidio ospedaliero tra cui il servizio psichiatrico di diagnosi e cura e i reparti di pediatria, cardiologia e medicina riabilitativa.
Sempre l’approccio narrativo costituisce la cornice entro la quale dal 2017 sono stati realizzati alcuni web-documentari nei quali – grazie allo strumento dell’intervista narrativa – è stata data voce ai pazienti, ai caregiver e ai professionisti sanitari con particolare attenzione all’area oncologica e neonatale. L’intervista narrativa – impiegata unitamente a strumenti visivi – è stata anche adottata durante il difficile periodo della pandemia (2020) come strumento di espressione e rielaborazione del vissuto professionale da parte degli operatori.
Le numerose esperienze di questi anni hanno consentito alla S.S. Formazione e Sviluppo Risorse Umane della ASL BI di consolidare competenze e expertise nell’ambito delle Medical Humanities, facendo nascere l’esigenza di aprire percorsi di formazione o di formazione-intervento rivolti non unicamente al personale sanitario della nostra Azienda ma anche agli altri attori che popolano il mondo della “cura” intesa in senso lato.

È nato così – nel 2021 – il Protocollo di collaborazione “Cura di Sé – Cura dell’Altro” (2021-2024) nell’ambito del quale sono stati realizzati laboratori territoriali in favore di docenti e studenti afferenti agli Istituti Superiori del territorio. Particolarmente significativo è stato il Mail Art Project, progetto che ha voluto esplorare il tema della Cura attraverso la produzione di più di 2000 artefatti artistici (cartoline) inviate da più di 30 Paesi del Mondo e che si è concluso in un evento espositivo tenutosi presso la Fondazione Pistoletto di Biella.
Molte delle esperienze qui brevemente descritte sono testimoniate con testi e immagini nel sito Voci e Immagini di Cura. Una piattaforma culturale e formativa che ha offerto nel tempo materiali, narrazioni, testimonianze capaci di restituire complessità e profondità all’esperienza della malattia e della cura. Il progetto non si è limitato a raccogliere storie, ma ha promosso una vera e propria pedagogia dell’ascolto, offrendo ai professionisti occasioni per rallentare, interrogarsi e riconoscere il valore formativo dell’esperienza.
Nel settembre 2023, da un approccio puramente narrativo si è scelto di dare maggiore rilevanza all’utilizzo di linguaggi poetici. Questa decisione ha portato alla nascita del progetto “Parole in-attese” voluto fortemente dalla struttura Formazione con il supporto della Direzione Sanitaria e della Di.P.Sa.
Nato inizialmente come esperimento di contaminazione ambientale, tramite la dislocazione in diverse sale d’attesa dell’ospedale di totem contenenti cartoline poetiche, che fungono allo stesso tempo da raccoglitori per le eventuali risposte dei pazienti, si è nel tempo evoluto come un insieme coordinato e sinergico di interventi accomunati dall’attenzione al linguaggio poetico inteso come elemento essenziale di costruzione di una relazione significativa e rispettosa della persona, capace di generare una reale e complessiva azione di “cura”.
Il progetto ha coinvolto differenti strutture della nostra Azienda, nonché professionisti afferenti ad altri enti ed agenzie del territorio. I partecipanti sono dapprima stati coinvolti in percorsi di formazione dedicati a incrementare le loro competenze relativamente all’utilizzo di linguaggi di natura poetica Tra gli strumenti oggetto di queste proposte formative citiamo i linguaggi metaforici, le composizione poetiche in stile Haiku, i giochi poetici basati sull’uso creativo del linguaggio ispirati dalle proposte di Gianni Rodari o dai poeti surrealisti, tra cui André Breton o strumenti che coniugano un approccio visivo ad uno puramente verbale come il caviardage o le carte Dixit. Dalle sperimentazioni dirette in aula, i partecipanti sono stati poi accompagnati alla progettazione di impiego di questi strumenti nei propri specifici contesti di lavoro con l’individuazione – di volta in volta – di obiettivi, relazioni o di cura differenti. Talvolta, la poesia si è fatta veicolo per favorire la nascita di una relazione tra operatore e paziente, altre volte è diventata mezzo con cui esplorare dimensioni significative della malattia o del percorso di cura. In alcuni contesti si è fatta strumento per favorire una più profonda personalizzazione della cura offerta.
Nell’insieme, ognuna di queste sperimentazioni ha contribuito a “contaminare” l’intero ambiente sanitario/socio-sanitario rendendolo più sensibile e attento all’utilizzo di pratiche di umanizzazione.

Nel settembre 2025 il convegno “Poetici effetti collaterali” ha voluto dare spazio e voce a queste sperimentazioni attraverso le testimonianze e le proposte laboratoriali dei tanti professionisti sanitari che negli anni hanno aderito al percorso. Alcune di queste testimonianze troveranno spazio nelle pagine che seguono.

Note

[1] Bruner, J. (1986). Harvard University Press

[2] Dewey, J. (1938). Collier Macmillan Publishers

[3] Morin, E. (2001). I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Raffaello Cortina Editore

[4] Charon, R. (2019). Medicina Narrativa. Onorare le storie dei pazienti. Raffaello Cortina Editore

 


Rosa Introcaso, lavora in ASL BI dal 1992 prima come infermiera e poi, dal 2003, come operatrice presso la S.S. Formazione e Sviluppo Risorse Umane. Si occupa di progettazione formativa. In questo ambito i suoi campi di interesse sono, in particolare, la formazione esperienziale e la medicina narrativa. Legge ad alta voce per chi ha piacere di ascoltare, appassionata di arte e di poesia.

Alice Marazzato, psicologa del lavoro e del benessere nelle organizzazioni, ha sempre lavorato nel campo della formazione professionale. Dal 2019 si è occupata di formazione professionale in ambito socio assistenziale e dal 2022 è entrata a far parte dello Staff della S.S. Formazione e Sviluppo Risorse Umane dell’ASL BI, dove è progettista di formazione per iniziative formative rivolte a tutto il personale dell'ASL e occasionalmente svolge attività di docenza rivolte ai dipendenti o in enti esterni. È anche tutor di studenti di psicologia del lavoro e delle organizzazioni per il tirocinio professionalizzante.

Francesca Salivotti, si è formata in Sociologia all’Università degli Studi di Torino, e ha sempre lavorato nel terzo settore, occupandosi di risorse umane e gestione di servizi socio-sanitari. Lavora presso la S.S. Formazione e Sviluppo Risorse Umane dal maggio 2022, dove è progettista di formazione per iniziative formative rivolte a tutto il personale dell'ASL e occasionalmente svolge attività di docenza rivolta ai dipendenti o a enti esterni.