
La riflessione parte dal modello del welfare culturale e dalla prescrizione sociale per proporre una visione tripartita dell’uso della poesia come pratica di benessere. La modalità con la quale la poesia può essere proposta può assumere una dimensione clinica, una dimensione di sviluppo e accompagnamento, e una forma diffusa e quotidiana. In questa prospettiva, essa sostiene salute, relazione e partecipazione sociale, contribuendo a una visione della cura più integrata, plurale e comunitaria.
Che la poesia e la creazione letteraria in generale siano terapeutiche è cosa della notte dei tempi. Così come che le arti e la cultura non siano solo intrattenimento.
Nella sua etimologia il verbo prescrivere significa scrivere avanti, con un senso di sguardo al futuro e possibilità di creare, prima di diventare sinonimo di ordinare e consigliare un farmaco o una terapia.
E questo “sguardo oltre” è tipico della poesia, e può essere ancor più allenato dalle pratiche di poesiaterapia, in cui la dimensione curativa della parola è consapevole e guidata.
Ma allora perché è necessario coniare un termine per ricordare che la poesia, e le arti più in generale, possono essere utilizzate come veri e propri farmaci su indicazione del medico?
Perché la ricerca si occupa non solo di inventare quello che non c’è ma anche di (ri)valorizzare quello che già c’era e si è perso. In fondo, dei benefici degli effetti cromatici degli affreschi delle sale per i malati dell’Antico Ospedale di Siena erano già al corrente nel XIII secolo.
Nel nuovo modello integrato di promozione del benessere del welfare culturale[1] le pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale hanno un ruolo cardine. Questa prospettiva trova radici nella visione che considera la salutogenesi – cioè i fattori a supporto del benessere umano piuttosto che le malattie, focalizzandosi sulla fioritura della persona e non sulla cura del sintomo, come invece per la patogenesi – e nel modello bio-psico-sociale integrato di George Engel (1977), che nasce come alternativa al riduzionismo, considerando cinque livelli essenziali che influenzano la salute: fisiologici, psicologico-comportamentali, socio-relazionali, culturali ed esistenziali-spirituali.
È la stessa visione, del resto, che da secoli appartiene ad altre culture: nella tradizione medica cinese, per esempio, il medico è custode del benessere prima ancora che curante della malattia, chiamato a preservare l’equilibrio della persona piuttosto che a intervenire solo quando il sintomo è già conclamato; un’idea che la salutogenesi, con linguaggio diverso, sta riportando al centro anche nel nostro contesto occidentale.
Nella sua raccolta La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica, Franco Arminio ipotizza che se “non esistesse la medicina […] Molte persone si rivolgerebbero alla letteratura. Sorgerebbero gli ospedali della lingua perché quasi tutte le malattie vengono dalla poetica che abita il nostro corpo. La medicina del futuro è la poesia” (2020, 84). Potrebbe sembrare un’invettiva contro il metodo allopatico ma in realtà, a voler guardare oltre, ci si legge la necessità di trovare valide alternative che alleggeriscano la situazione di fatica che affligge il nostro SSN, unita alle difficoltà economiche e al burnout della maggioranza degli operatori sanitari. E sempre nella stessa raccolta ricorda che “la bellezza dei luoghi è diventata un farmaco per alleviare i dolori”.
La bellezza – nel caso della poesia potremmo usare il termine meraviglia – è il motore del benessere che l’arte veicola, il suo principio attivo, quel componente alla base di un farmaco che ne attiva il potere terapeutico. Stare immersi nella bellezza è curativo. La neuroestetica ci ricorda come durante un’esperienza di bellezza il cervello viva un’attivazione neuronale che alimenta la capacità di comprensione e contemporaneamente possa modulare risposte fisiologiche e psicologiche associate allo stress.
La natura dell’essere umano – Homo artisticus, come lo definisce David Bueno i Torrens (2025) – è ciò che gli permette di usare le arti, poesia compresa, come motore di crescita cognitiva, emotiva e sociale. Tutt’altro che un vezzo, dunque.
Come dimostra il documento fondamentale di questa nuova era dell’arte come cura: il rapporto OMS del 2019, La cultura fa bene[2], che offre una mappatura sistematica delle evidenze disponibili per le arti dello spettacolo, le arti visive, la letteratura, la cultura e le arti online.
A firmarlo sono Saoirse Finn e Daisy Fancourt, oggi direttrice del WHO Collaborating Centre on Arts and Health. Il report ha messo a sistema oltre tremila studi sul rapporto tra arti e salute, diventando il punto di riferimento per le politiche di welfare culturale in tutto il mondo, e rilevando, tra gli altri dati significativi, come la partecipazione culturale attiva sia un investimento efficace, capace di ridurre gli accessi al pronto soccorso e l’uso inappropriato di farmaci.
In questo contesto, la prescrizione sociale rappresenta il dispositivo che mette in atto praticamente il welfare culturale e, attraverso un link worker, mette in relazione l’operatore sanitario con le realtà del territorio. I paesi apripista rispetto a questa pratica sono stati l’Austria, il Regno Unito e il Portogallo.
In Italia la prescrizione sociale ha conosciuto una forte accelerazione recente, grazie a reti territoriali, progetti pilota e documenti di indirizzo che stanno consolidando il legame tra cultura e salute. La regione Toscana, dove l’esperienza pluriennale del Sistema Musei Toscani per l’Alzheimer – una rete formalizzata di musei toscani nata nell’agosto 2020, orientata a rendere musei e cultura accessibili alle persone con demenza e ai caregiver – è oggi un punto di riferimento concreto, ricorda come la cultura può essere considerata infrastruttura di welfare, non solo come servizio accessorio.
A livello nazionale il 5 febbraio 2026 è stato firmato un Protocollo d’Intesa tra Ministero della Cultura e della Sanità che ha avviato ufficialmente la prescrizione sociale. A coordinare e mettere a sistema queste esperienze interviene il Cultural Welfare Center di Torino, il primo centro di competenza multidisciplinare nato per promuovere lo studio, la ricerca e l’accompagnamento delle politiche sul rapporto tra cultura e salute.
Sul piano delle pratiche, oltre alla Toscana, non mancano altri progetti pilota, come Music and Motherhood sperimentato in Europa e rilanciato dall’ISS come ricerca e intervento con canto di gruppo per supportare neomamme con sintomi di depressione post partum; Dance Well, progetto europeo di danza contemporanea in spazi museali e artistici, rivolta principalmente a persone con Parkinson, guidato dal comune di Bassano del Grappa; i progetti di Archivi e Salute, che utilizzano documenti storici e testi come stimoli per la terapia della reminiscenza in persone con demenza; Nati per Leggere, un programma nazionale italiano di promozione della lettura in età precoce, nato nel 1999 dalla collaborazione tra pediatri, bibliotecari e Centro per la Salute del Bambino; Sciroppo di Teatro, un progetto di ATER Fondazione nato in Emilia-Romagna nel 2021, con un’idea semplice e potente: i pediatri prescrivono ai bambini un’esperienza teatrale tramite voucher o libretti che consentono l’accesso agevolato agli spettacoli.
Esperienze diverse per linguaggio e destinatari, ma accomunate dallo stesso principio: portare la cultura dentro i percorsi di cura senza che questa perda la propria natura, ma anche guardare oltre le situazioni di fragilità conclamata, lavorando alla prevenzione primaria e alla promozione dello sviluppo.
E la poesiaterapia, come si relaziona con la prescrizione sociale?
Per rispondere a questa domanda è utile distinguere le terapie artistiche creative, che impiegano consapevolmente il linguaggio artistico come strumento di benessere, e le Arts on Prescription, che orientano la persona verso risorse culturali e sociali non cliniche presenti nella comunità. In questa seconda prospettiva, la poesia può diventare il punto di partenza di interventi capaci di sostenere la regolazione emotiva, attenuare ansia e depressione e favorire percorsi di risignificazione, facendo leva sul processo creativo, la dimensione ludica e la partecipazione sociale.
A questo punto, un’altra domanda decisiva: dove termina la poesia come pratica culturale proposta nell’ambito della prescrizione sociale e dove inizia il lavoro specifico del facilitatore o del poetaterapeuta?
A mio parere la distinzione si articola su tre livelli: quello della poesiaterapia clinica, che opera in un setting terapeutico e interviene su bisogni o patologie specifiche; quello della poesiaterapia dello sviluppo, che condivide rigore metodologico, intenzionalità e competenza del facilitatore, ma si colloca fuori dalla clinica, configurandosi come una forma strutturata e non medicalizzata di accompagnamento, in dialogo con la logica della prescrizione sociale, e quella della poesia, libera da cornici metodologiche, praticabile da chiunque come esperienza estetica e umana di benessere, senza che ciò coincida automaticamente con una forma di cura.
Sono tre livelli che non vanno confusi ma nemmeno separati rigidamente: la poesiaterapia dello sviluppo può essere intesa proprio come il ponte tra rigore e accessibilità, offrendo alla prescrizione sociale una cornice già pensata, competente e accogliente. Mantenere questa distinzione, quindi, non significa limitare la diffusione della poesia, ma riconoscerne l’architettura plurale: la poesiaterapia clinica resta essenziale quando è necessario un intervento mirato in chiave patogenetica; la poesiaterapia dello sviluppo risponde al bisogno di un percorso guidato ma non clinico; la poesia diffusa, infine, resta il terreno comune in cui tutto questo può crescere, nelle biblioteche, nei gruppi di lettura, nella vita quotidiana di chiunque scelga di fermarsi e darsi il tempo di guardare oltre il significato letterale delle parole.
La strada da percorrere, per non ridurre queste categorie a etichette rigide, è mantenere aperto il dialogo tra i diversi approcci, riconoscendo che l’intenzione profonda di ogni processo di cura, medico o non medico, è sempre quella di portare sollievo e benessere alla persona che abbiamo di fronte.
Verso una “Poesia on Prescription”?
Affinché la poesia diventi una pratica di cura diffusa, la strada della prescrizione sociale è una via maestra, proprio perché supera il modello medico tradizionale puramente riparativo. Ma prima di permettere ai medici di indirizzare i pazienti verso risorse non cliniche della comunità il percorso necessita di sistematizzazione: un’analisi del contesto locale e dei bisogni della popolazione, la costituzione di un gruppo di riferimento multidisciplinare tra professionisti sanitari, operatori culturali e terzo settore, la mappatura delle risorse presenti – biblioteche, circoli letterari, facilitatori non clinici – e infine il monitoraggio degli esiti sul benessere emotivo e sulla riduzione del ricorso a farmaci o servizi d’urgenza, come indicato anche dal toolkit dell’OMS per chi voglia avviare un progetto di prescrizione sociale fondato sulla poesia.
Un lavoro intenso, con molti attori coinvolti che ha bisogno della divulgazione e della ricerca, in egual misura. Ma anche della formazione di facilitatori, dell’alfabetizzazione degli stessi operatori sanitari alla prescrizione, integrando le arti e le discipline umanistiche nella loro formazione per migliorarne le capacità empatiche e comunicative, per costruire una collaborazione reale tra sanitari, professionisti della cura e professionisti della cultura.
Prima di tutto, però, è necessario promuovere la consapevolezza che la poesia è un bene comune essenziale, che “esprime l’enorme complessità, versatilità e adattabilità del cervello umano, e riflette, mentre la potenzia, l’interazione tra le capacità cognitive, emotive e linguistiche che ci definiscono come esseri umani” (Bueno i Torrens, 2025, 238). Ecco che la poesia porta benessere perché ci riporta alla nostra natura, che da sempre è integrazione di corpo, mente e cuore, e di cui la poesia, dalla notte dei tempi, si prende cura.
Note
[1] www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Welfare
[2] https://culturalwelfare.center/casistudio-ricercaoms2019/
Bibliografia
Arminio, F. (2020). La cura dello sguardo. Nuova Farmacia Poetica. Bompiani.
Bueno i Torrens, D. (2025). L’arte di essere umani. Giunti.

Giulia Tosolini è vicedirettrice e referente internazionale della rivista Poetry Therapy Italia.
Nata e cresciuta a Udine dove si è formata e ha conseguito il Dottorato in Scienze Linguistiche e Letterarie; fino al 2022 ha coniugato la didattica e la ricerca accademica. Si occupa di insegnamento delle lingue straniere agli adulti, lifelong learning, approccio esperienziale alla didattica e lavora con la parola consapevole come strumento di benessere attraverso progetti personali e numerose collaborazioni nazionali e internazionali con professionisti degli ambiti sanitari, educativi e umanistici.
Facilitatrice in Poesiaterapia di primo livello e in formazione continua – attualmente frequenta un master in Meditazione e Neuroscienze –, si definisce un’esploratrice di mondi e parole.

