
Le parole della poesia possono essere talismani per sostenere momenti dolorosi e manifestazione di gioia. Sono amuleti da tenere in tasca, e incastonati nella memoria come parole-rifugio, bussole per orientarsi quando smarriti nel dolore.
1 - Specchiarsi nella poesia
Le parole non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri, ma per prenderci e correre il mondo in noi.
– Madeleine Delbrel
A Italo Calvino, in un'intervista alla Rai nel 1981, viene chiesto di indicare “tre chiavi, tre talismani per il Duemila”. L’autore risponde: “imparare poesie a memoria. Molte poesie a memoria. Da bambini, da giovani, anche da vecchi. Perché fanno compagnia”. Lo scrittore e saggista Paolo Di Paolo aggiunge un altro elemento a questo talismano: nel saggio Rimembri ancora. Perché amare da grandi le poesie studiate a scuola, l’autore parla delle poesie che ci portiamo in tasca, o in testa, senza nemmeno più saperlo, ma che a volte riaffiorano nelle circostanze più disparate, accendendoci improvvisamente di consapevolezza quando l’esperienza della vita aiuta a completare il loro significato.
Le parole delle poesie che impariamo “da cuccioli”, tra i banchi, ci suggeriscono sentimenti, emozioni potenti, che però noi non abbiamo ancora vissuto appieno; esse funzionano come un segnaposto nel grande gioco della vita: quando arriviamo sulla casella del dolore, quando attraversiamo l’esperienza dell’amore, quelle poesie, sepolte come tesori dei pirati, risuscitano, per ricordarci che qualcuno ha già vissuto, sperato, pianto e agonizzato proprio come sta accadendo a noi. Trattandosi di un(a) poeta, quella persona ha trovato le parole per dirlo; e se ci ricordiamo le sue parole, abbiamo qualcuno che ci accompagna attraverso quel silenzio, quel dolore o gioia altrimenti indicibili. Le poesie sono presenti, aiutano a capire le cose che ci accadono evocandole in modo così esatto da surclassare qualsiasi spiegazione razionale. In fondo è anche questo il mestiere della poesia: descrivere gli interstizi di luce e di tenebra che stanno tra le entità classificabili, misteri però vivissimi, in agguato, che possono farci soffrire se non riusciamo a dirli mai.
Ho avuto modo presto, nella vita, di sperimentare questo particolare superpotere della poesia. Ricordo il senso di liberazione che discende dalla validazione della propria esperienza, proprio quando il contesto sociale sembra negare una simile possibilità. Da adolescente, infatti, a scuola ero abbastanza isolata, abbastanza strana, abbastanza terrorizzata, insomma del tutto a disagio. Ed è stato proprio grazie alle parole dei libri (all’intervallo, in biblioteca) che mi fu permessa una scoperta: nelle poesie c'erano parole di persone che non volevano spiegarmi nulla; non pretendevano di insegnarmi a vivere e a adeguarmi agli altri; non dicevano qualcosa a me, bensì raccontavano qualcosa di me, come se qualcuno da quelle pagine mi avesse riconosciuta e sapesse esattamente cosa stavo passando. “Dai libri finalmente qualcuno ti vede, e ti fa capire che non sei un tragico errore. Che anzi sei amabile. Che sarai amata, un giorno” avrei scritto a riguardo tempo dopo. Mi riferivo in particolare alle poesie di Anna Achmatova e di Vladimir Majakovskij, ma anche nelle ore di italiano il nostro straordinario professore (Vincenzo Viola, recentemente scomparso), ci insegnava a interpretare i testi senza tradirne l’anima. A me non è mai stato chiesto di imparare poesie a memoria, nemmeno a scuola, ma è accaduto ugualmente: alcune le ho rilette così tante volte che si sono sedimentate, per altre mi è bastata una sola lettura perché mi restassero tatuate per sempre nell’immaginazione.
Negli anni a venire, mi sono spesso sorpresa a recitare a me stessa versi che mi sorgevano spontanei come suggello ufficiale, o didascalia, di questa o quella circostanza. Le parole della poesia, che avevo sempre in tasca, nei momenti di stupore o smarrimento mi ancoravano ad altre vite, ad altre esperienze. Mi ricordavano l'appartenenza a una sorta di famiglia elettiva.
Dalle poesie, Saba diceva di me: “Non vede quello che vedono tutti, e quello che nessuno vede, adora”. E io allora potevo andare in giro a testa alta, perché qualcuno conosceva benissimo il mio modo di abitare il mondo.
“Io non tornerò troppo presto: la tempesta non ha un canto breve”, mi ripetevo come Esenin prima di prendere il treno e andare a studiare in un’altra città; “For my sake sail, and never look back, said the looking land” si raccomandava Dylan Thomas, e io, preoccupata, gli rispondevo con i versi di Derek Walcott: “Slowly, the sail will lose sight of islands. Into a mist will go the belief in harbours of an entire race”.
“E se ne dimenticarono i raccoglitori di mele” (Saffo), mi dicevo spesso, nella mia ossessione di essere invisibile per le persone “normali”: “non io, non già, ch’io speri, al pensier ti ricorro”; mi sentivo, infatti, un albatros di Baudelaire, ma solo nella versione di terra: incapace di librarmi al di sopra delle cure mortali, mi limitavo a caracollare goffamente offrendo il fianco al presunto bullismo dell’esistenza nei miei confronti.
Ora che sono sopravvissuta, più o meno, all’adolescenza e allo stress post-traumatico che ne è derivato, riconosco che la mia condizione era abbastanza complessa, anche se non rara: pur dando l’impressione di una persona estroversa, avevo probabilmente un’autostima sotto lo zero e un’insicurezza inversamente proporzionale. Senza sminuire le persone in carne ed ossa che mi hanno amato e sopportato in quegli anni (alcune fino al giorno d’oggi), riconosco però che l’ancoraggio nella poesia ha avuto per me un ruolo determinante: mi ha permesso di crescere senza farmi soffiare via, come la terra per gli alberi.
Sento di dover chiarire, inoltre, che specchiarsi nella poesia non è un gesto narcisistico. Questo tipo di specchio non serve per ammirarsi, ma per capire come si è fatti, nel bene e nel male, insomma per affermare la propria identità. Nel mio caso, come scrive Candiani, “c’è una bambina pugile nello specchio”.
E se ci capita di autocommiserarci un po’, perdoniamoci: magari in quel momento siamo gli unici ad avere, nei nostri confronti, la compassione umana di cui tutti hanno bisogno.
2 - Rifugiarsi nelle parole
Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul
– W.E. Henley, Invictus
Ho fatto riferimento, fino a questo punto, solo a normali circostanze della vita: la solitudine, il disinganno, la gioia delle scoperte, la giostra dei sentimenti, l’insonnia, il mal di testa e le albe sul mare.
Tuttavia, talvolta gli accadimenti dell’esistenza sono assai più gravi e dirompenti: e si potrebbe con facilità sostenere che, in caso di guerra, lutti, gravi shock di qualsiasi tipo, la poesia, tutti i libri e le parole del mondo sono vani.
Nei paragrafi che seguono vorrei sostenere invece l’ipotesi che le parole-rifugio che ci siamo costruiti negli anni possano essere utili, offrire un riparo, anche in casi estremi.
Ogni parola, ogni sillaba,
è un’arma per combattere.
Ci assediate? E noi cantiamo. [...]
Noi siamo ancora vivi / perché non uccidiamo, no:
cantiamo.
Nell’opera lirica Anna A. di Silvia Colasanti, in scena dal 28 settembre 2025 al Teatro alla Scala di Milano, si ripercorre la vicenda biografica, politica e poetica di Anna Achmatova. Lidija, fedele amica di Anna, la aiuta nel difficile compito di sopravvivere alle malattie, a un regime che la opprime, alla carcerazione e fucilazione di persone a lei vicine, alla guerra. Nel libretto di Paolo Nori, di fronte alla frustrazione di Anna, Lidija esclama: “Non è stato niente. Qualcosa ci è rimasto [...]. Una traccia che i tiranni non possono colpire, e le polizie non possono arrestare – le poesie erano dentro di me, nella mia memoria, e pensare che da lì sono arrivate fin dentro ai gulag, copiate sulla corteccia di una betulla. Non è stato niente: qualcosa ci è rimasto. Questo soffio, che chiamiamo poesia, che è l’esatto opposto della morte. Qualcosa che somiglia all’eterno”.
Quando il gioco si fa duro, la poesia, che sembrava un inutile orpello, un passatempo innocuo, al limite un valido coadiuvante della psicoterapia, diventa un dispositivo salvavita di primaria importanza, a volte l’ultimo appiglio che ci salva dall’abisso (e bene lo sanno i dittatori freschi di golpe, quando si affrettano a sopprimere i Neruda, a tagliare le mani ai Victor Jara).
“Imparare a memoria una poesia diventa un mantra, una preghiera, capace di sostenere e venire in aiuto alle persone nel momento del bisogno”: Mariangela Gualtieri dava questo consiglio ai ragazzi che la ascoltavano al Festival della Letteratura di Mantova nel 2022.
E di preghiera vera e propria sembra parlare, ne Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern, quando ricostruisce la ritirata della divisione Tridentina nel cuore dell’inverno russo, nel 1943. Le truppe italiane riescono, a prezzo di altissime perdite, a rompere l’accerchiamento, tra marce notturne e combattimenti, congelamento e fame. “Ma intanto, i russi riappaiono sulla scarpata e mi sparano contro. Allora riprendo a correre in su come posso, sprofondando di continuo fino al ginocchio. Sono allo scoperto sotto il fuoco dei russi e ad ogni passo che faccio arriva un colpo. Adesso e nell’ora della nostra morte dico tra di me, come un disco che giri a vuoto. Adesso e nell’ora della nostra morte. Adesso e nell’ora della nostra morte”. Una preghiera cristiana che diventa mantra: un rigo di un testo ben conosciuto, confortante e ricco di significato, si trasforma in una ruota di preghiera tibetana; noi ci limitiamo a “farlo girare” ed esso dice parole al nostro posto, mentre noi sprofondiamo in un’altra dimensione, come in trance. Quasi una formula magica.
Io, lontana per ora dal rischiare la vita sul fronte russo, posso raccontare però l’esperienza di quando ho dato alla luce un figlio nel 2010. La vulgata suggerisce che i dolori del parto siano simili a una colica renale, o che equivalgano a una ventina di ossa che si fratturano tutte assieme. Nei giorni precedenti, dunque, intuendo che avrei dovuto attraversare un dolore supremo e una certa dose di delirio e duello, ho pensato di imparare a memoria il primo canto della Divina Commedia, e di ricominciare a recitarlo da capo ogni volta che fossi stata investita da un’ondata di dolore.
“La notte ch’i’ passai con tanta pieta” ripetere ossessivamente le terzine di Dante mi è servito ad avere un’arma mentale e a non arrendermi alla disperazione, (specialmente intensa poiché, ritenuta lontana ancora dal momento del parto, sono stata lasciata sola per ore in un’ala apparentemente deserta dell’ospedale prima che qualcuno venisse ad assistermi; ma questo discorso rientra nel vasto campo della violenza ostetrica e rimarrà solo accennato). Mi chiedo, adesso: perché non ho pregato? Io sono, o almeno mi spaccio per, credente, e potrei ricordare innumerevoli interrogazioni, esami, discese con gli sci, prima di cui, puerilmente, mi sono raccomandata al mio angioletto; vi sono anche state occasioni in cui, in grave pericolo o in angoscia mortale, tramite la preghiera ho affidato la faccenda irrisolvibile alla divinità di riferimento.
Il fatto è che il dolore del parto era così intenso, che io non riuscivo proprio a pensare, e se prego, voglio pensare a quel che dico. Così io ho appeso la consapevolezza sottile di essere ancora una persona, e non solo dolore, alle parole che sapevo avrebbero retto anche da vuote. Ma perché ho scelto Dante e non una filastrocca? Perché la poesia, come appiglio per non cadere nell’abisso?
Molti ricorderanno che Dante viene investito del ruolo di nume tutelare dei dannati anche da Primo Levi, come raccontato in Se questo è un uomo nel capitolo sul “Canto di Ulisse”: “Chissà come e perché mi è venuto in mente” scrive Levi, narrando i suoi sforzi per ricordarsi e spiegare i versi a un prigioniero francese. Nel lager, improvvisamente il canto è illuminato a giorno da una nuova consapevolezza: “come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono”. Anche Dante del resto era all’inferno, anche Dante si rispecchia nel lucido esilio di Ulisse: l’interpretazione dei personaggi della Divina Commedia diventa per Primo Levi di una chiarezza dolorosa, “qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui”.
Perché, nel picco estremo della sofferenza, si sceglie la poesia? Non solo perché altri umani hanno vissuto la stessa vicenda, non solo per l’autorità del poeta grazie alle cui parole viene convalidata la mia esperienza, e forse nemmeno solo perché funziona bene come formula magica. Piuttosto, noi scegliamo la poesia, ripescandola dal tesoro variegato del nostro sapere, perché la poesia, questa bizzarra particolarità della nostra specie - che non ha artigli, coda, pelliccia o zanne, ma ha le parole - è appunto ciò che ci permette di restare umani. Nella poesia la nostra anima trova rifugio e rimane inviolata, senza perdersi nel freddo del mondo, nell’insensatezza del dolore.
Zoe Aselli Pellegrini è poetessa e scrittrice. Nata sulle scene dei poetry slam, è cofondatrice del gruppo Poetilici, dove si è distinta per la sua follia e l’impatto dei suoi scritti di denuncia contro le violenze sulle donne.

