Poetry Therapy Italia

14 TEORIE Landscape 11 2026

 

Una testimonianza di come la forma poetica dello haiku possa essere uno strumento per allenare lo sguardo alla meraviglia, alla presenza e all'ascolto, dentro e fuori dalla stanza della cura.

Mentre scrivo, sto tornando a Milano dopo lunghe settimane estive passate, come sempre, a Venezia. Non la Venezia frettolosa, caotica, affollata, “da vedere”, ma la città lenta, viva, silenziosa ma aperta alla battuta e all’incontro, fatta di tramonti sempre uguali e sempre diversi, di arte e di vita quotidiana.
Ho goduto di settimane in cui la bellezza intorno a me ha fatto risvegliare la serenità e l’entusiasmo, la progettualità non frenetica che si era smorzata nel lungo anno milanese.
Certo la bellezza non fa scomparire il male, la fatica, i problemi – che siano piccoli fatti privati o grandi fatti tragici che purtroppo ci circondano senza dar cenno di trovare una soluzione –, ma mi aiuta a risvegliare la capacità intorpidita di sentire, pensare e respirare con libertà e serenità.
Ricorda come si possa e si debba sempre cercare il bello, il buono, non per negare il male intorno e dentro di noi, ma per permettere all’anima di respirare, tenere insieme i pezzi e trovare nuove energie e nuove soluzioni.

La bellezza dunque si è dimostrata, ancora una volta, una cura efficace perché, come ricorda Enrico Ferrari (2024), “sperimentare il bello trasforma, non lascia più come prima, dispone all’apertura e all’accoglienza, pone di fronte al mondo con curiosità e tolleranza, senza il bisogno esclusivo di difendersi”.
Leggendo queste parole ho pensato a quanta fatica si fa, a quanto abbiamo disabituato lo sguardo e il cuore a ricercare e sentire la vera bellezza, potendone ricevere calma, conforto ed entusiasmo. E “forse è questa la bellezza nella cura della psiche: non vivere strangolati solo dall’attesa di un avvenire che incombe sulle nostra libertà, magari riproducendo inesorabilmente il passato: ma poter vivere anche della speranza e dell’apertura a un nuovo che dischiuda la creatività” (Ferrari, 2024). Non è dunque un caso aver ripreso in mano proprio in questo momento il lavoro sugli haiku, attimi di respiro dell’anima e di bellezza terapeutica.

Ma perché proprio gli haiku?

Marco Taddei afferma che “o studio dello haiku è un esercizio utile ad affinare l’acume del nostro sguardo interiore per cogliere la bellezza del mondo che ci circonda. È un mezzo di elevazione spirituale per salvaguardare quella libertà di pensiero che tendiamo facilmente a perdere per assecondare i desideri del nostro Io” (Torahiko, 2024).
Credo che questo esercizio di allenamento della capacità di guardarsi intorno e al tempo stesso ascoltarsi, accogliere le immagini interiori, sia necessario per poter stare con i pazienti in un modo realmente terapeutico; non uso la poesia in seduta, ma fa parte, unita ad altro, di quella cura della mia anima che ha cambiato il modo di stare con i pazienti, custodendo quella libertà che consente di accogliere realmente, con accettazione partecipe, ciò che l’altro porta mantenendo salda la connessione al proprio pensiero e al proprio sentire, nel porsi davvero “senza memoria e senza desiderio”, nel qui ed ora.

Torahiko (2024) ricorda come “studiare gli haiku non è né una fuga regressiva verso il senso di impermanenza, né l’esercizio filosofico di una rassegnazione passiva, né la messa in scena di un Io che si compiace di sé stesso”, ma lo studio e la pratica con gli haiku rappresentano un’opportunità di stare con noi stessi con presenza e accettazione, con i limiti e i difetti, lasciando andare desideri inappagabili e cose, future o passate, fuori dal nostro controllo. Allenando lo sguardo a cercare la bellezza, accettando al contempo che ci siano luoghi o momenti in cui non c’è o situazioni in cui assume forme diverse da quelle attese o desiderate, consente all’anima una maggiore apertura.
È possibile trovare bellezza nelle persone che si incontrano passeggiando al parco così come sotto una notte stellata; è possibile trovare bellezza nei graffiti e nelle poesie scritte sui muri di una città, così come in un tramonto sul mare. È possibile cercare e trovare bellezza in un paese lontano e sotto casa propria; è possibile trovare bellezza nell’arte così come nei gesti, negli sguardi e nei giochi delle persone per strada.
E questo è sicuramente un primo passo; ma Torahiko (2024) ci ricorda come “l’osservazione e la presa di coscienza della bellezza della natura da sole non bastano a trasformarla in poesia… diventa possibile a partire dal momento in cui si riflette sulla relazione organica tra noi stessi e il mondo esterno”.

Così credo la bellezza salverà il mondo, sostenendo la cura, ampliando lo sguardo, allargando la mente e facendo risuonare le corde dell’anima.

 

Bibliografia

Ferrari, E. (2024). La bellezza salverà la psiche? Sguardi sull’anima e sul Mondo. La Biblioteca di Vivarium.
Torahiko, T. (2024). Lo spirito dell’haiku. Lindau.

 

 


 

azzurra d agostinoCecilia Smeraldi Psicologa e psicoterapeuta, autrice di saggi divulgativi, coltivo da sempre la passione per la lettura e la scrittura. Amante degli animali e  incapace di decidere se preferisco cani o gatti. Da sempre interessata alla possibilità di declinare la poesia nella cura di sé e nella terapia.
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