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Poetry Therapy Italia

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L’intervista, realizzata online il 9 gennaio 2021 a partire da alcuni degli argomenti trattati nel libro “Il pianeta della Musica”, ha aperto un’ampia e approfondita riflessione da parte di Franco Mussida sui rapporti della musica con le emozioni, i sentimenti, l’ecologia, l’etica, la formazione e la parola.
Presentiamo qui la prima parte riservandoci di proporre, data la corposità e ricchezza di spunti, la seconda parte nel prossimo numero.

Nucci: Quale significato ha la frase “per un’ecologia dei sentimenti” posta in copertina del tuo libro Il pianeta della musica? Il termine ecologia ci fa venire in mente subito l'ambiente, perché lo utilizzi per i sentimenti?

Mussida: In realtà le parole musica e sentimenti sono unite da una condizione fattiva, l’una esiste in funzione dell’altra. Lo si può comprendere e vivere quando si ascolta un brano musicale. La Musica è materia che si relaziona direttamente al nostro sentire senza bisogno di alcuna parola, ovvero è pura intenzione emotiva. Quando si parla di lei non si deve immaginare una sinestesia, come può essere una canzone, cioè una forma musicale che mette insieme due codici (quello verbale, che nomina e predilige farsi decodificare dalla nostra dimensione intellettuale, e quello musicale, che va in modo diretto verso la nostra dimensione emotiva).

Per emozionare in profondità basta la Musica: non ha bisogno né di immagine, in quanto le immagini emotive le genera da sola, né di parola, in quanto la Musica è intenzione emotiva allo stato puro. La Musica “parla” di emozioni senza nominarle, fa intuire paesaggi interiori senza bisogno degli occhi: per cui, quando si parla di sentimenti, non si può che parlare di Musica; si può dire siano fatti della stessa materia vibrante, ed è normale che sia così.
Così com’è normale che l’occhio veda la luce, permettendoci di osservare il mondo, lo spazio fuori da noi stessi, è altrettanto normale che il flusso musicale, a contatto con la nostra struttura emotiva, ci permetta di sentire, di percepire lo spazio interiore. Per cui si può dire che la luce sta alla nostra capacità di vedere, come la nostra struttura emotiva – la nostra anima – sta alla natura stessa della Musica. Si sta parlando quindi di due cose – Musica e sentimenti – che in fondo sono praticamente una sola cosa.

Parlando di emozioni è anche normale parlare di etica: il comportamento emotivo coinvolge l’elemento etico. E l’etica è qualcosa di totalmente soggettivo, dipende solo dalla singola capacità di sentire, di percepire emotivamente ciò che per brevità chiamiamo bene o male, buono o cattivo, bello o brutto, piacevole sgradevole; l’etica è qualcosa che dovrebbe superare l’area del piacere individuale per sposare un’armonia superiore.

Il bambino diventa uomo educando gesti, movimenti, abitudini, pensiero, volontà e, anche se non ce ne accorgiamo consciamente, diventa uomo educando il proprio sentire, vivendo e controllando gli impulsi emotivi (l’energia emotiva), superando difficoltà e traumi, provando gioie, cercando felicità. Il “sentire” lo si educa soprattutto, e in modo efficace, frequentando uno speciale tipo di palestra dell’anima: quella delle Arti, della poesia, del teatro, della pittura e, tra queste, la palestra di una regina tra le Arti: la Musica.
Educhiamo il sentire quando la Musica la si produce direttamente con uno strumento, o col canto, ma lo educhiamo anche quando ascoltiamo Musica. L’Arte ci educa a sentire la vita in modo più profondo: aiuta, rende più forti, come accade quando si sta a contatto diretto con la natura incontaminata. Accade quindi che una siffatta educazione aiuti a fare, a dialogare meglio, a comprendere meglio ciò che si ha attorno, a muoversi nelle diversità con più sensibilità; questo educare il sentire individuale, in uno spirito di autoeducazione e di ricerca di armonia, io lo chiamo “Ecologia dei sentimenti”.

È una ricerca continua che dura il tempo della vita, è affinare con sempre maggiore coscienza la nostra struttura emotiva e perché ciò accada è necessaria una condizione preliminare: la consapevolezza di possedere davvero una struttura emotiva, e considerare i sentimenti come se fossero i muscoli di questa struttura, per il cui sviluppo occorrerebbe l’aiuto della scuola, con la visione di una formazione che sappia raccontare le diverse età dell’uomo, il suo cambiare col tempo, dove ogni età ha una qualità, ragione, scopo.
Servirebbe raccontare che accanto allo scheletro, che cresce con gli anni, si affianca l’immagine di uno scheletro invisibile e di una muscolatura “emotiva”: acquisita questa immagine si può passare a comprendere meglio ruolo e significato di questa muscolatura emotiva e si può immaginare di condurla per volontà nostra, essendone quindi meno “usati emotivamente”, per pura reazione istintiva.

In secondo luogo, educare il sentire agli stimoli contemporanei, spesso contrastanti, scegliendo quelli che meglio ci armonizzano con la realtà sociale, e infine rendere attivi quei filtri affettivi che ci permettono di vivere nella società con più senso del Noi e con meno senso dell’Io, avendo però ben chiaro che il senso dell’Io è determinante per tutti. Se non lo avessimo, se non lo si facesse maturare nel tempo giovanile in modo naturale, com’è giusto che sia, per poi provare a superarlo consapevolmente (o, come accade ad alcuni fortunati, attraverso discipline, o come un dono spirituale inaspettato, o frutto di traumi o dolori), ci verrebbe a mancare il senso individuale dell’orientamento etico spirituale.

Azzardo un esempio pratico. In questo momento storico si percepisce la necessità di far maturare nelle persone un comune senso civico, un qualcosa che nasce da dentro che possa generare quel buon senso comune tanto auspicato. Sarebbe bello cioè veder emergere un ragionare collettivo in maniera sempre più sociale, un tendere a costruire più che a distruggere... Siamo invece di fronte all’inverso.
Che fare, visto che l’elemento distruttivo nasce dal profondo, è parte di noi? Per uscirne penso servirebbe attuare un modello educativo che tenga conto di un’ecologia che parte appunto dalla consapevolezza emotiva, dai nostri sentimenti; oltre a quello che ho già detto (in termini di rafforzamento della muscolatura emotiva), servirebbe coltivare la nostra interiorità come si coltiva un orto, con senso del ruolo e bellezza. Un orto accudito, lavorato con cura e costanza, potrà produrre frutti di qualità, per noi e per gli altri, ma produrrà davvero buoni frutti se chi lo coltiva è consapevole che a fianco al suo orto, ce ne sono infiniti altri coltivati nei modi più diversi. Orti che producono poco e male, spesso lasciati andare, infestati da gramigne che tolgono ossigeno alle piante commestibili. Chi è bravo a coltivare il suo orto è bene che aiuti chi ha difficoltà.

Preservare ciò che non è tuo, come la natura, promuovere quello che oggi chiamiamo sostenibilità; custodire il pianeta non è una cosa che si può fare solo per legge, ma qualcosa che deve poter essere continuamente seminato con coerenza nel cuore dei piccoli, poi dei ragazzi e degli adolescenti, per continuare in età adulta. Una civiltà solidale, per esistere, non ha altra scelta: abbiamo bisogno di seminare armonia non verbale, di silenzio vivo in cui riflettere e meditare.

L’arte priva di dogmi, ricca di rispetto per il creato, un’arte in cui l’uomo, l’artista, è servitore del suo pubblico, un’arte di ricerca che con il creato si accorda, non cerca di scordarlo, sono straordinari mezzi di semina.
La Musica, i musicisti, la poesia, i poeti sono certo determinanti, sono potenziali straordinari risuonatori di bellezza e di equilibrio. Equilibrio uguale coscienza: senza coscienza ogni equilibrio è precario, soprattutto con ondulazioni imprevedibili e pericolose. E l’equilibrio nel promuovere il senso della vita, della comprensione del suo contrario, la morte, è qualcosa che sta alla base dell’ordinamento umanistico della società. Siamo costruttori e distruttori nel tempo che ci è dato vivere, e al tempo stesso custodi di ciò che abbiamo in comune. Sappiamo cosa arriva dalla mancata gestione della nostra dimensione distruttiva: dovremmo comprendere in modo etico, costruttivo, che viviamo grazie al fatto che distruggiamo. È nella nostra natura umana.

Credo che per affinare un senso etico sociale, che possa costruire una maggiore armonia, occorra educare l’istinto, non reprimerlo ma comprenderlo, orientarlo come positiva forza motrice; abbiamo in noi in potenza il sentire di tutti gli animali del pianeta, usiamolo come mezzo di conoscenza in modo attivo, non solo reattivo distruttivo.
Comprendere che l’alimentazione non è solo fisica, che alimentarsi di conoscenza, di sensibilità artistica, di silenzio contemplativo è indispensabile, e che soprattutto non è tempo perso, ma un tempo utile a costruire nuova socialità. Siamo uomini, si dovrebbe ringraziare per il privilegio, ringraziare prima di tutto la vita fuori da noi, è lei che ci permette di poter esistere. La vita, la nostra e quella degli altri, della natura, del creato, non è un diritto civico stabilito per legge. È un dono. La nostra vita è fatta di esempi di uomini. È su questi esempi che sono state fondate le religioni del pianeta.
In ogni religione c’è un portato di saggezza che va custodito e compreso, ma l’uomo al cui esempio mi sento affine, che credo possa rappresentare un modello di futura società è Cristo. È vero che Caino va difeso come giustamente sosteneva il compianto Marco Pannella, ma alla fine tra due persone che lottano per la sopravvivenza, se una delle due deve prevalere, non è il più abile con la spada a mio avviso che deve sopravvivere; così siamo al dunque etico: o si uccide o si decide di farsi uccidere. Credo sia la seconda scelta che dà valore alla costruzione di una coerente futura etica, un messaggio che ritengo possa portare a quella democrazia solidale a cui in tanti ormai aspirano.

È in questo quadro complessivo che credo possa attuarsi quella che ho chiamato, Ecologia dei sentimenti. Un’ecologia che per essere attuata ha bisogno di “intelligenza emotiva” prima che di “intelligenza artificiale”. Una strada che vede l’intelletto umano al servizio del “sentire del cuore”.

Nucci: La nostra rivista di Poetry Therapy ha lo sguardo puntato sul rapporto tra poesia e benessere. Ad un certo punto affermi, giustamente, che questo non è un libro di musicoterapia. Tuttavia, per i contenuti che tratta, vorrei chiederti: può il tuo libro aiutare un percorso di musicoterapia?

Mussida: Credo che Il pianeta della Musica, in quanto scritto come un trattato, metta in risalto prima di tutto alcuni principi fondamentali a cui riferirsi, in questo caso principi musicali.
Principi che precedono l’aspetto formale della Musica. I principi musicali precedono le forme, sono quelli che stanno alla base del creare, fare, rappresentare Musica. Sono questi principi che definisco: Codice Musicale.

Del resto la Musica, come dicevo prima, è fatta della stessa natura della struttura vibrante emotiva dell’individuo; approcciare il suo codice, quindi, è anche lavorare su se stessi.
Lavorare sui sei elementi del Codice Musicale, cinque oggettivi (Timbro, Ritmo, Melodia, Intervallo e Armonia) e uno soggettivo, rappresentato dal singolo ascoltatore, è dimostrare prima di tutto a se stessi l’esistenza di questa relazione; ciascuno di questi elementi si relaziona all’essere in termini di piacere o dispiacere, e studiare il Codice Musicale ci rivela essenzialmente tre cose:

1- perché una stessa Musica può stare sulle scatole a qualcuno ed essere amata da qualcun altro;

2- che il suo studio apre la strada verso la propensione a considerare la Musica non solo come un’arte espressiva o performativa, ma come una vera e propria scienza – sottolineo scienza – una scienza umanistica.

3- che più cresce la conoscenza degli effetti del Codice più cresce la nostra consapevolezza emotiva.

Lo studio del Codice Musicale può essere promosso non solo attraverso lo studio di uno strumento, ma attraverso la pratica dell’ascolto emotivo consapevole curata da educatori musicali competenti. Una pratica che permette un’evoluzione dell’ascoltatore, consente alla Musica di essere assimilata in profondità dandole nel concreto quel proposito di operatrice ecologica del nostro sentire che si porta naturalmente dentro.

Tornando al libro, devo confessare una cosa che non sapevo, ma una persona che fa musicoterapia mi ha detto. Pare che Il Pianeta della Musica sia diventato un libro cult tra i musicoterapeuti.
Se è così, lo si deve al fatto che esso presenta la Musica come elemento connettivo della sfera non verbale, come mezzo che orienta la comunicazione emotiva in modo diretto e senza mediazioni, un mezzo che conduce alle sorgenti più profonde del piacere personale, le evoca e le stimola. In realtà la Musica non si limita a questo: la Musica è in grado di informarci fattivamente sulle relazioni tra il suo codice e l’organizzazione emotiva della persona ed è proprio attraverso l’analisi di queste informazioni, che rivelano come questi piaceri sorgono e si manifestano in noi, che fa della Musica uno strumento di lavoro in grado di tracciare ad esempio profili emotivi, temperamentali, tendenze comportamentali.

Bulfaro: Avendo letto il tuo libro, non sono stupito che sia diventato un best-seller per i musicoterapeuti perché effettivamente anch’io, pur praticando la poesiaterapia, l’ho trovato uno strumento veramente stimolante proprio a partire dai principi di cui hai parlato, compreso il meccanismo piacevole/spiacevole a cui siamo costantemente soggetti. Vorrei quindi chiederti: come posso trasformare un’esperienza spiacevole in piacevole? Come posso arrivare a riconoscere in una data musica, pur non piacendomi, la bellezza e il valore che ha in sé?

Mussida: Come sai presiedo dalla sua nascita una scuola che ritengo importante per il nostro Paese, il CPM Music Institute di Milano. Tra le altre attività che svolgo c’è anche quella della formazione. Ti anticipo tra l’altro che i contenuti di questa intervista saranno utilizzati in un libro sull’insegnamento consapevole della Musica. Mi occupo della formazione di studenti che sono all’ultimo anno del diploma di primo livello e che devono affrontare una tematica educativa specifica: “Metodologie dell’insegnamento musicale”.

Nell’affrontare questo tema, poiché l’insegnante è fondamentalmente un educatore (il termine educare lo preferisco a insegnare), ho pensato di chiamare gli studenti a misurarsi subito con quello che ritengo essere il primo tra gli elementi con cui confrontarsi: il tema delle proprie simpatie e antipatie. Se non lo si fa, è meglio evitare di affrontare esperienze di relazione educativa. Se non si è in grado di riconoscere, misurare, accogliere la diversità partendo proprio dalle nostre istintive simpatie e antipatie, non si può capire chi si ha davanti, non si possono percepire le sue reali necessità.
Il tema è essenziale in quanto non si parla di tecnica strumentale ma di studio del comportamento relazionale. Se si vuol vivere una vera esperienza di relazione – perché poi questo è il problema – occorre tenere aperto un canale di auto-osservazione, osservare i propri movimenti interiori nel rapportarsi con gli altri.

La relazione educativa, si attua attraverso due attività distinte: parlare/ascoltare, dire/percepire ciò che viene detto, suonare/sentire ciò che si suona. Due gesti paralleli: si attiva o si spegne il suono, ci si esprime attraverso il suono o si assimila il suono dell’altro nel nostro spazio silenzioso.
Quando ascolti, non è detto che tu stia sentendo qualcosa che ti piace, ma è vero che spesso e volentieri sono proprio le cose che non ci piacciono che, se osservate senza pregiudizio, ci insegnano davvero tanto.
Lavorare sull’antipatia è uno dei primi lavori che propongo agli studenti; chiedo a ogni studente cosa di solito scatena in lui antipatia, chiedo di descrivere nei fatti le ragioni per cui certe persone sono ritenute insopportabili.
È un approccio che permette di osservare, di mettere in evidenza aree di debolezza dello studente e di fargliele osservare. Il cuore della simpatia e dell’antipatia è la dimensione affettiva: normalmente si litiga di più, ci si arrabbia, o si trattiene l’antipatia, con le persone che riteniamo lontane ma che in realtà ci sono più vicine di quanto sembra.
Il più delle volte chi ci mette in difficoltà ha in se stesso un elemento che ci completa: lasciare emergere l’antipatia imparando a controllarla aiuta a completarsi.
In quanto il musicista opera sui sentimenti, riflettere sull’antipatia è per lui un lavoro fondamentale: occorre rendersi consapevoli di ciò che ci piace e che non ci piace di chi ci sta davanti.

Se devo quindi rispondere sintetizzando, lo studio e l’osservazione della propria antipatia – paradossalmente – è la cosa che permette più di altre di operare al meglio e anche di continuare a crescere interiormente. Circondarsi di cose che piacciono, stare in un’area confortevole, è come viaggiare a velocità di apprendimento bassa, rispetto a quella che si può raggiunge quando ci si confronta con un elemento ostico e lo si trasforma consapevolmente in qualcosa che si può non solo comprendere ma anche abbracciare: quando accade questo, ci si accorge che anche ciò che è antipatico ci appartiene.

Assecondare l’istinto osservandolo nel suo comparire, anche grazie ai flussi musicali come accennavo poc’anzi, riflettendoci sopra e evitando di esprimere giudizi interiori o, peggio, lasciare spazio a pregiudizi, apre le porte all’accoglienza e alla diversità.
In questo modo, non solo si è in grado di essere davvero d’aiuto, ma si affina l’azione etica, si tempra il comportamento traendone un giovamento forte anche nel rapporto con il quotidiano.

Nucci: Nel libro parli anche della relazione tra musica e droghe. Chi non ha mai fatto uso di droghe perché dovrebbe sentirsi coinvolto dalla relazione tra determinate musiche e determinate droghe?

Mussida: Perché credo che in ogni caso siano informazioni utili. La Musica è di per sé una specie di “droga buona” che eccita l’anima, la psiche senza fare danni. Nel libro ho indicato specifiche tipologie di droghe collegandole direttamente alle cinque componenti del Codice Musicale. Categorie diverse, non solo la cannabis, ma anche le tante altre sostanze che si avvicinano “all’erba”; quante sono le droghe che si avvicinano all’erba? Quante sono affini alla cocaina? Tantissime sono naturali e di sintesi. Ho così diviso le droghe in maxi categorie.

La prima include le droghe del “timbro”, la cui azione lavora per escludere la percezione del ritmo e del movimento, la percezione fine dell’insieme e quindi del piacere di melodia, intervallo e armonia, isolando e amplificando il piacere per il suono fine a se stesso, il piacere di ascoltare. La Cannabis e derivati, naturali e artificiali, rientrano in questo tipo di sostanze. Chi le usa non vuole farsi eccitare. Se chiedi a chi si fa le canne e sente la Musica è probabile che ti dica: “Quando mi faccio le canne meno ritmo c’è e meglio è”. Tutta la dimensione emotiva si smorza. C’è una macchina che si chiama compressore, che prende i picchi sonori e li riduce di 10-20 dB, li parifica, li fa stare tutti in una banda stretta. Le canne sono così, comprimono e riducono il portato emotivo, ti portano a provare il piacere di stare in una specie di limbo ozioso dove non sei toccato da nulla. Può succedere che il mondo si disperi ma tu te la vivi senza particolari ansie. Perché ci si fa le canne? Perché le persone vogliono vivere tranquille, sognare un po’ senza essere disturbate da picchi emotivi.

La cocaina fa esattamente il contrario (e in parte anche l’alcool). Chi la usa si priva di freni inibitori, così può fare quello che l’etica impedirebbe di fare. C’è gente che con l’alcool convive benissimo, così come c’è chi convive benissimo con la cocaina. Con lei e con i suoi derivati l’ego si espande, diventa esagerato. La cocaina è la droga dei collerici, di chi ha un animo egoico e volitivo ma è debole emotivamente, convive male con la propria area sentimentale, la vive appunto come un elemento di debolezza; cerca la perfezione, il fare bene senza errori, coltiva il puro pensiero realizzativo, evitando il risvolto del sentire. Non a caso la si usa per fare sesso da prestazione, senza affetti emotivi; non a caso i delinquenti si muovono con questo tipo di sostanza, perché se devono uccidere qualcuno o se devono compiere un’azione che eticamente non riuscirebbero a sopportare, hanno bisogno di zittire la loro parte affettiva, sentimentale. È la droga della logica e del racconto consequenziale. Nell’ambito del Codice Musicale si lega alla solitudine del suono singolo, alla sequenza di singoli suoni, quindi alla melodia.

Nel libro cito la “droga del tempo”, del ritmo. Lo definisco il pastiglione blu: l’ecstasy. Anche questa è una droga selettiva. Cosa seleziona? Tende ad azzerare tutti gli elementi del codice, tranne il ritmo, il tempo, il movimento. Esalta il piacere del solo movimento, tutto il resto passa in secondo piano, si ha la percezione di essere un elemento che vive grazie al movimento. Nel libro riporto un’auto-intervista di Lanfranco Pace che racconta come dopo aver assunto il pastiglione viene come portato al tempo dei riti tribali, dove il singolo si perde nell’incoscienza nel gruppo. Un gruppo nel quale si esaspera il movimento della fisicità corporea in tutti i suoi aspetti esasperando il movimento respiratorio, il movimento sanguigno, il movimento dei flussi; esaspera tutto il mondo del muoversi dell’uomo.

E poi l’ultima, la più disperante: l’eroina, la droga dell’armonia, del tutto è uno. Si presenta proprio come una “eroina” che illude di salvarti da qualsiasi dolore. Soprattutto illude di poterti far vedere e vivere una realtà priva di dolore, un “altro mondo”, e che questo mondo esiste per davvero e lo si può sperimentare. Il mondo senza dolore esiste veramente, ma non è nella dimensione umana: è il mondo delle piante. Una realtà deprivata del dolore non può essere quella degli umani, bisogna essere santi per riuscire a sopportare la dimensione del sentire e del pensare nel dolore, e al tempo stesso trascenderlo. L’eroina è ricerca di un’armonia di momenti di beatitudine, di santità artificiale. Finito l’effetto si cade in un buio sempre più profondo, si ritorna sempre più immiseriti su questa terra, ogni volta più misero rispetto all’ultimo buco, fumata, sniffata.

Bulfaro: Il giorno dell’inaugurazione della nostra Scuola di Poesia, il 1 Febbraio 2020, abbiamo avuto l’onore di averti tra i presenti insieme a tua moglie Loredana. Nel nostro piccolo stiamo cercando di attivare qualcosa che, anche lontanamente, possa diventare un corrispondente in poesia del CPM, la scuola di cui sei Presidente e dirigi. Quali consigli ci daresti?

Mussida: Penso che abbiate in voi il giusto seme per lavorare con consapevolezza sul codice che vi è proprio, ovvero quello della parola e della poesia.

Un amico stamattina dopo aver pubblicato su Facebook un articolo intitolato “Trump. La musica e la coscienza di distruggere” (https://www.facebook.com/groups/200519468447/permalink/10160547805178448/)mi ha posto questa semplice domanda: “è nata prima la poesia orale o l’organizzazione dei suoni e dei silenzi che viene chiamata musica?” Provando a sintetizzare una risposta: “le forme in ogni caso arrivano sempre un attimo dopo. Prima di ogni fatto sia suonare o parlare vive la necessità di manifestare un’intenzione”.

In qualsiasi attività artistica anche la vostra che si occupa di parola e poesia, vive prima di tutto un’intenzione istintiva, emotiva, che spinge l’attore e l’insegnante. Solo dopo diventa una forma, un gesto, una recitazione, uno scritto poetico. Viviamo trasformando tutto in energia, principalmente in energia emotiva. Ma siamo uomini, abbiamo qualcosa di speciale che gli altri regni non hanno: l’intelletto, il pensiero.

Nel processo poetico alla dimensione intellettuale si aggiunge la sensibilità emotiva e visionaria.

Il vostro lavoro etico agisce accordandosi allo spirito del nostro Paese, quindi conoscendo il modo con cui lavori – caro Dome – non è diverso dallo spirito che proviamo a portare avanti nella nostra scuola. Se mi chiedi un consiglio, mi viene da dirti che voi, come noi, dobbiate lavorare fondamentalmente su due aspetti. Da un lato sulla comprensione della natura artistica ed emotiva dei vostri allievi, dall’altro, aiutarli a esprimere quella loro natura tecnicamente ed emotivamente. Uno degli aspetti è aiutare a vincere il timore di esprimersi. Vale per Musica così come per la parola, la poesia, il teatro. Se vogliamo trovare un massimo comune tra Musica e parola lo si trova – come detto in precedenza – nella dimensione melodica, nella consequenzialità del racconto.

Chi fa Musica e deve realizzare una melodia deve scegliere con cura una nota per volta e dare poi al tutto un significato unico. Ma accade lo stesso per i racconti di parola, per la poesia. Chi scrive poesie o chi ha il compito di farle recitare dovrà scegliere quali parole usare o come aiutarle.

Come dicevo facciamo la stessa cosa con la Musica quando si compone una melodia, anche se, come dice Stravinskij non si può insegnare a costruire una melodia, è un dono, una cosa che vive nel gusto personale. È anche, aggiungerei, la capacità di restare in ascolto, di farsi ispirare.

Credo valga anche per la costruzione poetica. Il vostro lavoro non è quindi tanto diverso dal nostro. Attenzione alla persona prima di tutto. Aiuto nella fase tecnica ed espressiva sostenendola trasmettendo coraggio. Portare avanti con consapevolezza l’idea che la formazione artistica attraverso la poesia significa lavorare in profondità nella e sulla dimensione emotiva e affettiva della persona. Significa promuovere maggiore coscienza emotiva. Il che non può che coinvolgere la dimensione etica nella parola, nella poesia così come nella Musica. L’ecologia dei sentimenti la si può quindi promuovere anche con la Poesia.

 


 

giacomo nucciGiacomo Nucci insegna lettere alla scuola secondaria di 1° grado dopo la laurea in Lettere Classiche in Statale di Milano. Dal 2009 fa teatro e dal 2013 teatro-poesia, sotto la guida di Dome Bulfaro. Ha pubblicato una raccolta di poesie, Sabbie e sorgenti, nel 2013 con Steber Edizioni. Dal 2017 è membro del gruppo editoriale e di ricerca Millegru, con cui ha pubblicato Così va molto meglio. Nuove pratiche di Poetry Therapy e con cui pratica poesia ad alta voce, laboratori per bimbi, massaggio poetico con donne incinte e con adulti.
» La sua scheda personale.

 


 

Dome Bulfaro Foto Dino Ignani Rimini 2016Dome Bulfaro (1971), poeta, performer, editore, è uno degli autori italiani più attivi nel divulgare e promuovere la poesia performativa e la poetry therapy. È stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura per rappresentare la poesia italiana in Scozia (2009), Australia (2012) e Brasile (2014). Ha formato e dirige artisticamente il gruppo di ricerca Mille Gru di Monza (2006), poi costituitosi in associazione (2007), casa editrice (2008) e gruppo curatore della rivista Poetry therapy Italia (2020). Ha fondato con Simona Cesana PoesiaPresente LAB, scuola di poesia (2020), sempre gestita da Mille Gru. Ha ideato, cofondato ed è stato Presidente della LIPS, Lega italiana poetry slam. Come critico e studioso ha pubblicato Guida liquida al Poetry slam (Agenzia X, 2016) e ha tradotto con Sara Rossetti Poetry Therapy. Teoria e pratica di Nicholas Mazza (Mille Gru, 2019). Le sue pratiche di poesia terapia si sono sviluppate dal 2009 in Italia e all’estero, negli ospedali di Lecco, Milano, Lugano, il Coesit di Melbourne, in collaborazione con l’Hospice di Monza e presso altri enti. (Foto Dino Ignani)
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