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Poetry Therapy Italia

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La descrizione, sistematica e appassionata, di un ipotetico percorso formativo, una scuola di specializzazione quadriennale in grado di formare psicoterapeuti – “specialisti della carta bianca” – che sappiano armonizzare il sapere psicoterapeutico con quello poetico.

 

1. Verso una scuola di psicoterapia poetica.  

Poetry therapy, terapia poetica, poetoterapia? La mancanza di un nome ci indica quanto in Italia sia difficile delineare l’identità di questa nascente professione[1]. Eppure c’è chi da anni la svolge con passione e ora, grazie alla coraggiosa iniziativa del gruppo di ricerca Mille Gru con PoesiaPresente LAB, scuola di scrittura poetica, poesiaterapia e poesia performativa, è stimolato a concordare linee guida comuni per la formazione dei futuri terapeuti poetici.
Se per orientarci volessimo usare come bussola la NAPT statunitense, vedremmo che in essa confluiscono una grande varietà di figure[2]; non si tratta però di una scuola, ma d’una variegata associazione di professionisti i quali si confrontano sulle buone prassi attraverso riviste, progetti condivisi, workshop e convegni. In Italia siamo molti passi indietro e ci occupiamo in pochissimi di questa materia, ma proprio per questo abbiamo la possibilità di progettare insieme un ventaglio di proposte formative solidamente strutturate dal punto di vista teorico-metodologico e ben chiare nelle loro differenze.
In questo articolo proverò a fantasticare su ciò che mi sta più a cuore: una scuola di specializzazione quadriennale che formi psicoterapeuti poetici.  

Quello dell’arteterapeuta è un mestiere complesso, poiché richiede di essere esperti su due fronti:

  • il sapere psicoterapeutico, costituito da teoria e tecnica, secondo precisi modelli di riferimento.
  • Il sapere inerente al mediatore artistico prescelto, anch’esso costituito da teoria e tecnica e suddiviso a sua volta in due ambiti:
    1. la competenza artistica in senso stretto;
    2. la capacità di utilizzarla in senso curativo.

Una formazione in terapia poetica dovrà abbracciare tutti questi aspetti.
Prima di esaminarli, occorre precisare che quella poetica non è la sola tipologia di scrittura terapeutica esistente; la NAPT stessa non è esclusivamente incentrata sulla poesia[4]. Credo anch’io che abbia senso dare spazio, in un’ipotetica scuola di specializzazione, sia all’autobiografia, alla scrittura creativa, alla fiaba terapeutica, alla journal therapy, sia alla narrazione orale, all’improvvisazione teatrale, al soul collage (o psico-collage) e a elementi di arteterapia, musicoterapia e danzaterapia, per tre ordini di motivi:

  • la connessione della poesia con tutte le altre arti. Come afferma Silvana Borutti (2016) «musica, poesia, pittura si somigliano nella non-cosa, ciò che Mallarmé, in Crise de vers, chiama il fiore assente da tutti i mazzi[5]», cioè evocano corrispondenze con la realtà, “somiglianze immateriali” con le cose, attraverso la sola apparizione dei significanti. «La mimesi della cosa vive simbolicamente in un gesto allusivo, una scintilla, una vibrazione sonora volatile» (Ibidem). La poesia attua queste corrispondenze in misura più intensa, riunificando in sé tutte le altre arti: è l’unico linguaggio verbale a essere al contempo pittorico, per l’attenzione al dettaglio concreto unita alla concisione e l’uso di similitudini, metafore e sinestesie; musicale e danzante, per l’importanza delle sonorità ritmicamente organizzate; teatrale, per l’enfasi governata dalle pause.
  • venire incontro alle preferenze dei futuri pazienti: bisogna «andare a prendere il paziente lì dove è», suggerisce Nancy Amendt-Lyon (2007, p. 26), nel suo campo preferito, senza catapultarlo bruscamente molto al di là della sua zona di comfort. Non sono molti i pazienti che possono arrivare con facilità a comporre versi senza una graduale preparazione che passi, con metodo, attraverso altri territori.
  • venire incontro morbidamente alle resistenze degli stessi allievi della scuola: un programma formativo che diversificasse le tipologie di scrittura sarebbe più attraente, data la diffidenza attuale verso la poesia nel nostro Paese (essenzialmente a causa di come la si propone a scuola).

Tuttavia, la differenza fra una specializzazione in terapia poetica e una, anch’essa tutta da inventare, in “scriptoterapia” (o writing therapy, o terapia della scrittura) rimarrebbe sostanziale; nella prima, infatti, si darebbe più spazio a forme d’arte non verbali e le altre tipologie di scrittura dovrebbero essere ausiliarie rispetto alla poesia, che rimarrebbe il fulcro principale della formazione. Nella seconda si potrebbero immaginare più ramificazioni, e la terapia poetica potrebbe essere solo una delle opzioni, magari dopo un biennio di materie in comune.
Un elemento distintivo della scuola dovrebbe essere la presenza di un centro di ricerca e sperimentazione: infatti, siamo solo agli albori della costruzione di una teoria sugli effetti terapeutici del linguaggio poetico e ricerca e formazione dovrebbero procedere in parallelo: gli esperti del settore potrebbero fare autoformazione mettendo i saperi in comune e individuando filoni di studio da approfondire in sottogruppi con appuntamenti cadenzati e convegni annuali, per ampliare il respiro e la solidità della disciplina.

2. Appartenenze possibili per il terapeuta poetico.

Come accade per le altre artiterapie, i metodi e le tecniche della poetry therapy possono essere declinati all’interno di una varietà di impostazioni teoriche[6], ma la scelta di un modello anziché di un altro produce differenze sostanziali e dà forza e precisione agli interventi[7], come accade in tutte le scuole di psicoterapia: anche quelle “integrate” si focalizzano su alcuni modelli escludendone altri. Credo sia impossibile pensare a una scuola di specializzazione priva di solide basi teoriche, dove ci si limiti a insegnare tecniche più o meno efficaci secondo principi generici.
Pur auspicando un dialogo costruttivo con altri indirizzi[8], credo che l’approccio umanistico[9] potrebbe costituire lo sfondo adatto per riscoprire la matrice relazionale della poesia, liberandola dallo stereotipo che la inquadra oggi come una pratica introspettiva, intrapsichica e individuale.
Mi sono imbattuta nella psicoterapia della Gestalt in un momento in cui, dopo aver condotto per anni laboratori di autobiografia poetica, stavo faticosamente – data la carenza di pubblicazioni e punti di riferimento – tentando di elaborare una teoria sulle proprietà curative della poesia; i nessi sorprendenti fra i principi cardine della psicoterapia della Gestalt (per brevità, pdG) e gli specifici meccanismi curativi del linguaggio poetico hanno dato una cornice luminosa alla ricerca. Per ragioni di spazio, qui posso solo accennare alla considerazione speciale che la pdG riserva al linguaggio poetico come mezzo di guarigione, rinviando a lavori futuri un approfondimento.
Secondo la pdG il malessere dipende in larga misura dalla mancata integrazione fra parti della propria personalità ed esperienza, alcune delle quali si atrofizzano, desensibilizzano o sono escluse dalla consapevolezza, con conseguente impoverimento del sé. Molteplici fattori socioculturali, infatti, che si riflettono in tutte le relazioni a partire da quelle familiari, impediscono all’essere umano una crescita piena, integra e spontanea: il primo sintomo di questa sofferenza è il divorzio fra parola e corpo, che rende ripetitiva, stereotipata e arida la comunicazione. Per la pdG «L’opposto del verbalizzare nevrotico è il linguaggio creativo e vario; non è né la semantica scientifica né il silenzio; è la poesia» (PHG, 1971, pp. 338-342), unica forma verbale autenticamente creatrice e non sovrastruttura introiettata. Il poeta rende plastico il linguaggio per modellarlo alla ricerca di una configurazione dinamica e armonica in cui si riunifichino i diversi aspetti dell’esperienza, dando compiutezza e forma ai frammenti e alle “gestalt” incompiute. Gordon Wheeler (1992, p. 120) afferma che l’essere umano, per porre rimedio alla frammentazione e all’incompletezza che gli procurano sofferenza ha «la necessità di formare totalità significative, a livelli sempre più elevati, sempre più inclusivi»: e la poesia è una totalità ritmicamente articolata, ricca di sensi, polifonica, che rappresenta «l’integrazione creativa di un problema». (PHG, p. 250), una soluzione sui generis, che non ha nulla di utilitaristico o strumentale. La poesia è infatti, come sottolinea Sichera (2007, p. 137) rifacendosi ad Heidegger e a Gadamer, «la massima alternativa a ogni uso strumentale della parola», dunque rientra a pieno titolo nella categoria che Goodman definiva «creatività gratuita» (PHG, p. 421).
Anche in psicoterapia della Gestalt si studia la psicopatologia, sebbene con la massima attenzione a non ridurre l’individuo a un’etichetta diagnostica: per il terapeuta poetico sarà importante conoscere le principali aree di sofferenza psichica e studiare (siamo ancora agli albori di una simile sistematizzazione) quali siano gli interventi più adatti a seconda dei casi. Ma occorre una precisazione: poiché in psicoterapia «non serve capire di più di sé stessi ma soprattutto acquisire attitudini emotive varie e consapevoli per poi agire in modi diversi tali da rendere il mondo più accettabile» (Zagaroli, 1994) l’obiettivo di un terapeuta poetico a orientamento gestaltico non sarà utilizzare le poesie dei pazienti come test da cui evincere le patologie, né come testi da interpretare psicoanaliticamente, ma riscoprire insieme a loro, mentre si legge e scrive poesia, che «il parlare quotidiano è una poesia dimenticata e come logorata, nella quale a stento è dato ancora percepire il suono di un autentico chiamare» (Heidegger, 2013, p. 42): come vedremo, la missione fondamentale del terapeuta poetico gestaltico sarà essenzialmente la rianimazione della comunicazione che ridiventa, da automatismo, gesto attivo di contatto trasformativo, azione creatrice, evocazione dell’invisibile, rievocazione di parti perdute, convocazione dell’altro a una relazione più piena e vitale.

 

3. Specialisti della carta bianca: Il terapeuta po-etico.

3.1. Una cura tra le righe. Specialisti del silenzio e dell’implicito.
Una volta assunta la pdG come metodo di sfondo, per comprendere come impostare la formazione del terapeuta poetico è necessario conoscere molto bene il suo mediatore artistico: com’è fatta la poesia e quali sono le caratteristiche che la rendono unica. La principale è il suo essere intessuta di pause, dunque di vuoto, di silenzio. È soprattutto il vuoto a fine verso a determinare il ritmo, cuore pulsante del testo poetico. Il lavoro sul proprio rapporto con il silenzio e con il vuoto – un percorso di sfrondamento, sottrazione, abbandono, attraversamento del bianco e degli spazi vuoti – sarà dunque essenziale per il terapeuta poetico: la poesia è un discorso poroso, umile, che non ha la presunzione di riempire tutto lo spazio; un discorso insaturo, che fa risaltare ogni singolo elemento lasciando intorno il bianco, la luce; un discorso dove il contatto (la parola) e ritiro dal contatto (il silenzio) si alternano in modo naturale, come nell’andare e venire della marea. Credo che il terapeuta poetico debba somigliare alla poesia stessa; debba fare, cioè, con il paziente, ciò che la poesia fa con le parole.
La poesia trattiene nelle sue maglie il silenzio grazie non soltanto alle pause, ma anche all’utilizzo particolare che fa del linguaggio: da un lato condensa senza esplicitare, tratteggiando paesaggi emotivi ellittici pieni di zone d’ombra, dall’altro moltiplica e accentua il senso moltiplicando non il numero delle parole dette, ma le metafore, le figure sonore e tutte le altre figure retoriche che la rendono ridondante, albero multicolore pieno di nascosti nidi di senso scovabili soltanto per via analogica. La poesia, in sostanza, ha a che fare con la dimensione dell’implicito tanto cara a Daniel Stern (2007, pp. 45-63): il lettore arriva a coglierne l’essenza in modo laterale, intuitivo, sensoriale. Attraversare una poesia è un viaggio conoscitivo che coinvolge il corpo a partire da immagini sonore ritmate le quali, come nella metafora del sasso nello stagno di Gianni Rodari (1973), generano invisibili cerchi concentrici ed echi profondissimi. Ferlinghetti (2003) scriveva che «la poesia è fatta di aloni in dissolvenza / in oceani di suoni».
L’alone di una parola, di un verso o di un discorso, è la dimensione implicita.
Alla sensibilità e alla cura verso l’implicito è importante allenare il terapeuta poetico in formazione.

3.2. Slanciatori delle parole, assistenti di volo.
La poesia non soltanto non satura lo spazio e dà modo alle parole di respirare, ma le lascia anche libere di sfidare i limiti definiti dalla grammatica e dalla logica, manifestandosi in tutte le loro potenzialità: esse non sono solo concetti, ma anche suoni, segni, immagini, gesti, e la poesia dà loro carta bianca per essere ciò che sono, slanciandole in volo oltre gli steccati prestabiliti. Trattiamo le parole in modo poetico quando le dilatiamo, ne accogliamo le potenzialità innovatrici, la capacità di dirci cose che noi stessi non conosciamo, di “fare” verità (poesia da poiein, fare) uscendo da sentieri comunicativi tracciati da codici standardizzati e angusti. Ecco che ci appare l’intrinseca eticità della poesia: la sua apertura all’insopprimibile divenire del linguaggio che, come una persona con cui siamo in rapporto, non si può sottomettere e recintare. Così, il terapeuta poetico in formazione sarà incoraggiato a trattare il paziente come essere unico, imprevedibile e inconoscibile e sarà orientato ad aumentare i suoi gradi di libertà e il suo repertorio di potenzialità espressive, espandendo gli orizzonti della sua esperienza senza rinchiuderlo in etichette diagnostiche o in precetti. Nel terapeuta poetico è contenuto il terapeuta etico.

3.3. Affinare le percezioni e amplificare l’attenzione: apprendisti della meraviglia.
Liberare le parole dalla gabbia del concetto non significa incoraggiare e coltivare il disordine, anzi: in poesia si è attenti a ogni dettaglio, precisi, rigorosi, ci si prende cura delle parole una per una, scongiurando la «peste del linguaggio, che si manifesta come […] automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze» (Calvino, 1988, p. 60). La poesia è un antidoto prezioso contro l’incapacità di nominare ciò che si vive e si sente, incapacità che Miriam Polster (1986, p.101), riprendendo Goodman, chiama afasia acquisita, ciò che impedisce al linguaggio di diventare “linguaggio dell’esperienza”. La poesia, innamorata di tutte le creature e i fenomeni, all’opposto dell’afasia li celebra attraverso un linguaggio che non li imprigiona, ma li canta, come scrive Maria Zambrano (2010, pp. 44-45):

«Il poeta, innamorato delle cose, si attacca a ognuna di esse e le segue attraverso il labirinto del tempo, del mutamento, senza poter rinunciare a nulla: né a una creatura, né a un istante della creatura stessa, né a una particella dell’atmosfera che l’avvolge, né a una sfumature dell’ombra che getta o del profumo che emana, né al fantasma che in assenza suscita. […] il poeta vuole una, ciascuna cosa, senza restrizioni, senza astrazioni né rinunce. […] Vuole la realtà, ma la realtà poetica non è solo quella che è, ma anche quella che non è; abbraccia l’essere e il non essere in ammirevole giustizia caritativa, giacché tutto, ma proprio tutto, ha diritto a essere, finanche ciò che non ha mai potuto essere. […] Lavora soltanto per fare in modo che tutto arrivi a essere».

Ecco la molteplice missione curativa della poesia: abbracciare gli elementi dell’esperienza nominandoli con parole concrete e acuminate che, rese luminose ed essenziali dal vivificante tuffo nella calce viva del silenzio, risaltino e brillino condensandosi in immagini ritmicamente connesse. Il linguaggio è così rianimato, la coltre di polvere che ottunde i sensi è scrostata: la poesia ci sbalza oltre gli abituali schemi linguistici e interpretativi ampliando e arricchendo, ai limiti della vertigine conoscitiva, la nostra esperienza di noi stessi in relazione agli altri e al mondo, al cosmo.

3.4. Aprirsi a essere altro: la metafora come lingua di dialogo, pace e rinascita.
Come ho scritto in un precedente lavoro[10], il senso globale di una poesia e il suo potere curativo sono determinati dalla ricchezza dei suoi strumenti specifici (similitudine, metafora, sinestesia, antitesi, ossimoro, anafora, rima, iperbato, ipallage...) al cui utilizzo “farmacologico” andrà accompagnato il paziente e dunque il terapeuta poetico in formazione. Qui mi soffermerò sulla metafora, ma credo che a ognuno di essi vadano dedicati ampi segmenti formativi.
Addestrare l’occhio metaforico nel percepire la realtà – quello che Aldrich, citato da Ricoeur (1986, p. 281), chiama il picture thinking, un potere pittorico del pensare e del sentire, che consiste nel vedere aspetti nuovi della realtà – sarà indispensabile per il terapeuta poetico, poiché la metafora – definita da Bateson la colla organizzativa dei processi mentali, la struttura portante e originaria del pensiero umano – è quella forza trasformativa che fa sentire l’esistenza d’una rete invisibile di parentele fra tutto ciò che esiste. Abbattendo le distinzioni fra generi, specie, categorie concettuali e consentendo la contaminazione delle immagini, essa concorre a creare nuove realtà, aprire possibilità, aumentare i gradi di libertà e creatività dell’essere e promuovere la relazione fra elementi differenti del mondo, l’affratellamento, dunque la pace. La metafora ci riporta al mito di Proteo, figlio di Oceano e Teti, capace di cambiare forma in ogni momento: viaggiando da una metafora all’altra sentiamo la nostra natura proteiforme, capace di continue trasformazioni e rigenerazioni. Io sono io, sì, ma posso essere anche qualcuno o qualcos’altro. La metafora (metá, oltre, pherein, portare), è qualcosa che fa slittare il senso, che porta me oltre me stesso. Il linguaggio si spoglia delle sue funzioni descrittive logico-razionali per accedere alle funzioni di scoperta, ai momenti che Fritz Perls chiamava “aha”. Il poeta, inaugurando nuove immagini, dà sempre origine al linguaggio (Bachelard 2006, pp. 9-13): la poesia così non è solo un divenire espressivo, ma un divenire del nostro stesso essere. Il poeta non si limita a esprimere somiglianze già esistenti fra le cose, ma soprattutto fonda nuove relazioni, crea una nuova realtà e riconfigura l’esperienza.
È esattamente ciò che dice Goodman a proposito della psicoterapia: «il risultato non è un semplice riordinamento delle situazioni non risolte, ma una nuova configurazione che contiene nuovo materiale […], nello stesso modo in cui l’opera diventa nuova e imprevedibile per l’artista man mano che egli lavora il mezzo materiale, il paziente non viene a ricordare se stesso con un semplice rimescolamento delle carte: egli, piuttosto, “scopre e fa” se stesso (PHG, p. 253)».
Non riesco a immaginare una scuola di terapia poetica dove non si studi la metafora dal punto di vista filosofico, letterario e psicologico e non la si pratichi con costanza, in modo da dare ai terapeuti poetici in formazione preziosi utensili per allargare i confini dell’esperienza in quei pazienti soffocati fra le mura d’un sentire e d’un pensiero irrigiditi e impoveriti.  

3.5. La dimensione del pre-poetico: un’ipotesi di pratiche.
Da queste premesse deriva che il terapeuta poetico sarà innanzitutto uno specialista del silenzio e dello stupore innamorato che solo il silenzio consente, rispettoso delle dimensioni implicite e non svelabili dell’altro. Prima ancora di diventare esperto di poesia, dovrà allenarsi a stare nel e con il silenzio, spegnere tutti i rumori di fondo e fare quel doppio movimento rispetto alle cose di cui solo la poesia è capace: allontanarsene quel tanto che basta per “vederle” come mai prima e riscoprirle nella loro unicità, plasticità e rete di interconnessioni, riavvicinandosi a esse con sguardo vergine e rinnovato per assaporarle come fosse la prima volta, senza volerle capire né possedere ma soltanto amare, approssimandosi a una conoscenza né definitoria né definitiva.
Un’ipotetica scuola di specializzazione contemplerà dunque sessioni propedeutiche in cui si coltivino il silenzio, la meraviglia, il riconoscimento, la legittimazione dell’altro a essere sé stesso e l’incontro con la diversità, a partire dall’autorizzazione della propria creatività e capacità trasformativa. Ciò può essere fatto attraverso varie pratiche.
Ne individuo sei che mi sembrano fondamentali, di cui fornisco brevi cenni:

  • stare in silenzio in solitudine con sé stessi: il terapeuta poetico in formazione sarà invitato a restare con sé stesso quanto più a lungo potrà tollerare, in un ambiente il più possibile spoglio e neutro, “bianco”, in ascolto della propria presenza corporea e respirante nel qui e adesso di quello specifico luogo che lo contiene;
  • aprendo l’occhio percettivo, focalizzarsi sull’ambiente de-automatizzando lo sguardo: esercitazioni mirate di scrittura descrittiva di piccoli oggetti e dettagli infinitesimi, la pratica di poesie come l’haiku e il tanka e sessioni di camminata silenziosa e solitaria aiuteranno a immergersi nella percezione sensoriale di ciò che si ha intorno, riscoprendo lo stupore verso ogni dettaglio;
  • ascoltare l’altro con partecipazione silenziosa: attraverso specifici lavori in coppia e di gruppo, si potrà apprendere un ascolto attento in cui essere contenitore accogliente e trasformativo;
  • permettere al silenzio di infiltrarsi nella scrittura rinunciando a dire tutto; attraverso esercitazioni (petit onze, distillato poetico, palpitare di nessi, mineralogia poetica, caviardage, sentieri poetici e altri dispositivi[11]), imparerà, dopo aver scritto un testo, a cancellare quasi tutte le parole, per lasciarne poche a galleggiare nel vuoto, fino ad apprezzare la quintessenzialità del risultato senza sentirsi frustrato o manchevole;
  • parlare cercando le giuste pause senza forzare il ritmo del respiro, quel tanto che basta per valorizzare e rivitalizzare le parole pronunciate, dandogli colore, luce, vibrazione, un ritmo che dia forma;
  • aprendo l’occhio immaginativo, descrivere sé stessi, l’altro, i vissuti e l’ambiente in termini metaforici, rintracciando le connessioni fra aspetti apparentemente distinti della realtà e dell’esperienza.

 

4. In cammino verso il poetico: il filo d’oro della metrica.

Possiamo affermare, con Gabriella Sica, che la metrica sia «un filo d’oro che trattiene e delimita, una madre che forgia e taglia, dà forma ai visi e alle cose». La conoscenza e la pratica dei vincoli metrici non sono in contraddizione con la capacità trasgressiva e innovativa del linguaggio poetico: a essere curativo in poesia è proprio l’equilibrio dialettico fra creatività e norma. Come afferma Robine (2006, p. 155) bisogna mantenere la tensione fra creatività e normatività», tensione che «non può essere soppressa, salvo a fare appello alla negazione». E in un’epoca come questa, dominata da disancoramento, frammentazione e fluttuazione, diventa ancor più benefico riuscire a esprimersi e a trovare le proprie parole e immagini originali entro i limiti, le regole e il contenimento amorevole di una forma, respirante ma definita, come il sonetto, la sestina, l’ottava rima: il terapeuta poetico studierà a fondo le principali forme della tradizione poetica italiana e i loro effetti terapeutici specifici, diventando un conoscitore della metrica, a partire dal metro italiano per eccellenza, l'endecasillabo, che sembra sia la misura corrispondente alla naturale emissione di fiato della lingua italiana. La conoscenza si allargherà a forme poetiche di tutto il mondo, specialmente quelle quintessenziali, che richiedono concentrazione e focalizzazione e allenano la capacità di scelta e rinuncia ampliando le facoltà percettive, la ricettività agli stimoli esterni, l’attenzione e la consapevolezza della realtà come armonia di opposti.
Un ausilio alla formazione della sensibilità ritmica verrà dalla pratica della musica e della danza. Un terapeuta poetico privo di senso del ritmo e di orecchio musicale potrebbe riuscire bene nel suo lavoro attingendo ad altre risorse, ma credo che includere la lettura metrica, pratiche di lettura con utilizzo del metronomo, e discipline come l’expression primitive e l'euritmia[12] fra le materie di studio di un ipotetico percorso formativo sia fondamentale, così come una collaborazione fra terapeuta poetico, danzaterapeuta e musicoterapeuta. La poesia va sentita nel corpo, la sua radice è il movimento; essa gioca con le sonorità della lingua provocando un godimento sensoriale che riconduce all’uso festoso, corporeo e vitale del linguaggio di cui è capace il bambino. Una scuola di terapia poetica non potrà escludere dalle sue materie da un lato i giochi di parole e i nonsense, dall’altro esperienze vocali, gestuali e ludico – sonore dove il linguaggio è riportato alla sua fonte originaria[13].     

5. La lettura come conoscenza e come canto: verso una biblioterapia corporea.

Per assimilare in profondità le caratteristiche della poesia e abitarla come una casa familiare di cui si conosce ogni angolo, ogni utensile e ogni passaggio segreto, un terapeuta poetico dovrà leggere molto, specialmente poesie nella propria lingua madre, e comunque il più possibile in lingua originale. Una scuola di specializzazione in terapia poetica dovrà dunque annoverare fra le sue materie la storia della poesia, la lettura dei principali poeti italiani e la conoscenza di poeti e poesie che hanno affrontato sia temi universali, sia specifici ambiti di sofferenza: in questo modo il terapeuta avrà a disposizione un ampio repertorio di testi da utilizzare con diverse tipologie di pazienti. Infatti anche la biblioterapia, ovvero l’utilizzo terapeuticamente mirato della lettura, dovrà trovare posto nella nostra scuola ideale; ma si tratterà di una forma del tutto particolare di biblioterapia, poiché la poesia, dice Mariangela Gualtieri (2008):[14]

«vuole essere detta, vuole respiro, saliva, corpo e voce. Vuole uscire dalla polvere della pagina scritta, dalla letterarietà, dalla camera chiusa del pensiero, sbavarsi in una bocca che porta bene impressa la terra in cui è nata, il pane che ha mangiato, il vino che ha bevuto. La poesia vuole diventare musica. È culto festivo: se si è in tanti ad ascoltarla allora diventa la festa di tanti, una festa del dire e dell’udire».

Insomma la poesia non rinuncia alla sua vocazione orale: preme per incarnarsi e coinvolgere l’altro. «Riportare la poesia in patria» significa «riconsegnarla alla voce» (Carminati, 2002, p. 18). Così, suggerire poesie durante una seduta psicoterapeutica implicherà anche leggerle ad alta voce al paziente e incoraggiarlo a fare altrettanto, in modo che la cura poetica si accenda a partire dal corpo vibrante sonoro delle parole: l’arte della lettura ad alta voce farà parte integrante della formazione dello psicoterapeuta poetico.  

6. La terapia poetica in gruppo e il fondo poetico comune.

La poetry therapy può avere efficacia anche nelle sedute di psicoterapia individuale, ma a mio avviso esprime al massimo le sue potenzialità curative in ambito gruppale.
Il gruppo, infatti, «è un luogo dove le persone possono diventare creative assieme, […] luogo di verifica dei propri confini di crescita, comunità in cui i membri possono svilupparsi ai livelli massimi di potenzialità umana» (Zinker, 2002, p.146). Così come la totalità è irriducibile alla somma delle parti, «la comunità che scrive è un organismo che vive di vita propria, non un aggregato di individualità» (Sampognaro, 2008, p. 90). Il gruppo che scrive è dunque un noi scrivente, e questa “confluenza sana” rende possibile il superamento di blocchi anche importanti nella scrittura. «La consapevolezza del milieu, del gruppo impegnato nello stesso tentativo, offre un senso di sicurezza, un sostegno al fare, uno sprone» (Ibidem, p. 92). «Il sostegno, particolarmente accentuato da Laura Perls nella sua pratica e nei suoi scritti, rappresenta una dimensione fondamentale nel potenziale di gruppo» (Robine, 2006, p.122).
Il motivo più specifico che mi induce a indicare nel gruppo il luogo elettivo della terapia poetica è l’esistenza, teorizzata da Jacques Lecoq (2000, p. 61) di un fondo poetico comune nei gruppi che condividono esperienze significative: «si tratta di una dimensione fatta di spazi, luci, colori, materie, suoni presenti in ciascuno di noi. Tali elementi si sedimentano attraverso le nostre diverse esperienze, le nostre sensazioni, attraverso tutto ciò che abbiamo guardato, ascoltato, toccato, assaggiato. Tutto ciò s’imprime nel nostro corpo e costituisce il fondo comune da cui sorgeranno slanci e desideri di creazione». Il fondo poetico comune è ciò che accomuna esperienze e individualità molto differenti: sono gli elementi condivisi della situazione, cioè del campo relazionale. Esso è visibile in un gruppo che lavora insieme, spesso anche dopo poche ore. Arrivare, attraverso specifiche esercitazioni, a percepire il fondo poetico comune presente nelle scritture di un gruppo, crea un senso di appartenenza e intimità che non nega la propria identità ma la rafforza, in intima connessione con le altre: «l’emergere delle figure di gruppo è il contributo individuale che crea la “musica” del gruppo» (Spagnuolo Lobb, 2011, p. 232). Per tali ragioni la scuola su cui stiamo fantasticando non potrà non includere fra le sue materie la formazione alla conduzione dei gruppi secondo i principi fondanti della psicoterapia della Gestalt.

7. Fondamenti neuroscientifici del linguaggio poetico.

Fra le materie fondamentali di una scuola di terapia poetica come quella che stiamo ipotizzando, rivolta a psicologi e medici, annovererei elementi di anatomia e fisiologia cerebrale, conoscenze sulla specializzazione emisferica e lo studio delle ricerche neuroscientifiche sull’esperienza estetica e sulla poesia in particolare.
Mi sto attualmente occupando della traduzione del libro “Gehirn und Gedicht” di Arthur Jacobs e Raul Schrott, un imponente volume in grado di aprire nuovi orizzonti di ricerca sulle basi neurofisiologiche del linguaggio e del pensiero poetico, così come degne di nota sono le ricerche del Max Planck Institute for Empirical Aesthetics[15], fondato a Francoforte nel 2012, che utilizza metodi scientifici per individuare le basi psicologiche, neuronali e socio-culturali delle esperienze estetiche. Ad esempio, durante uno studio i ricercatori hanno rilevato che la fruizione di alcune poesie, anche mai sentite prima, era in grado di provocare brividi e pelle d’oca, specie

«alla fine di versi, stanze e intere poesie. La ragione di ciò risiede nei principi compositivi del linguaggio poetico, come la rima e il metro poetico (cioè lo schema di stress delle sillabe). Queste caratteristiche ricorrenti del linguaggio poetico attingono fortemente dall'inclinazione del nostro cervello verso la ritmicità e la conseguente eccitazione delle aspettative»
(Wassiliwizky, E., Jacobsen, T., Heinrich, J., Schneiderbauer, M., & Menninghaus, W. (2017).

Un altro progetto dello stesso istituto verte sui rapporti iconici di suono e significato emotivo nella poesia. Si chiedono i ricercatori:

«Ci sono suoni affettivi nella poesia che differiscono tra poesie gioiose e tristi? O, in altre parole, esiste una connessione tra suono e significato nella poesia - un fenomeno spesso indicato oggi con il termine “iconicità fonologica”? Cosa ci fa sentire o sapere che una poesia è triste o gioiosa? E possiamo dire la differenza anche se non capiamo la lingua in cui è scritto il poema?» (Kraxenberger, M., Menninghaus, W., Roth, A., & Scharinger, M. (2018).

Ricerche similari stanno fiorendo anche in Italia (basti pensare al progetto NeuroDante) e penso costituiscano un indispensabile ambito di approfondimento teorico per il terapeuta poetico.

Conclusioni: Verso una terapia corpoetica.

Quello poetico è un linguaggio così ricco da potersi definire “totale”: è verbale, concettuale, emozionale, visivo, sonoro, ritmico, musicale, teatrale e gestuale. La varietà di canali in cui simultaneamente si esprime potenziano le sue capacità curative e rendono necessario un percorso formativo particolarmente ricco e articolato per gli “specialisti della carta bianca”. Ho metaforicamente così definito i terapeuti poetici perché la poesia ha un intimo contatto con il silenzio e il vuoto, cioè con il bianco della pagina; perché dà carta bianca alle parole di essere e divenire in tutte le loro potenzialità al di là dell’ “ordine del discorso” (Foucault, 2004); infine perché consente di nascere nuovamente attraverso la riconfigurazione creativa delle immagini arrivando a percepire sé stessi, anche soltanto per un istante, come carta bianca su cui è possibile, sempre, una riscrittura. Coniando un neologismo, mi piace chiamare corpoetici i terapeuti che fanno della poesia il fulcro del loro lavoro, poiché la poesia restituisce alle parole il cor (il nucleo) e il corpo – cioè l’originaria valenza musicale, gestuale e visiva – e le lascia danzare, libere e creative, dentro il protettivo contenitore ritmico, compiendo attraverso ogni suo strumento un’infaticabile e accogliente opera di reintegrazione e riconnessione in cui aspetti separati e diversi del sé e dell’esperienza possano dialogare e fare pace, suggerendo così un’attitudine profondamente etica nei confronti sia del linguaggio che della realtà.      

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BIBLIOGRAFIA

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Cupane L. (2009). Il corpo parlante. La poesia come pratica di cura autobiografica, in Formenti L. (a cura di), Attraversare la cura, Milano: Erikson
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[1]La scrittura, infatti, nel nostro territorio ma anche in molti altri paesi del mondo, è l’unica arte che incontra difficoltà a essere legittimata come forma di cura. Ho cercato di chiarire i motivi di questa anomalia in un’intervista comparsa nel numero 1 della rivista (maggio 2020).

[2]Dal sito della NAPT: “Our national and international members come from a wide variety of disciplines. They include but are not limited to social workers, psychologists, educators, counselors, physicians, nurses, occupational therapists, recreational therapists, librarians, chaplains, holistic healers, coaches, creative writing specialists, and performance poets”

[4]Dal sito della NAPT: “Poetry therapy is much more than just the focus on the genre of poetry; it is the use of language, symbol, and story in therapeutic, educational, growth, and community-building capacities”.

[5]Il corsivo è mio.

[6]I modelli presentati, come evidenzia Lerner (1997), hanno fattori comuni e specifici, ma la scelta delle modalità e delle tecniche adottate per promuovere la scrittura poetica durante una seduta terapeutica non dovrebbe essere vincolata dall’impostazione teorica e metodologica del terapeuta, ma dall'esame delle caratteristiche dell'individuo o del gruppo a cui si offre quest’intervento, in un adempimento flessibile e competente delle varie tecniche e impostazioni metodologiche. (…) è attraverso questa proposta flessibile, comprensiva e integrata che la poetry therapy si propone come metodologia compatibile con la maggior parte dei modelli psicologici e psicoterapici. (Luca Buonaguidi, Introduzione alla Poetry Therapy. Poetry Therapy Italiana n. 0, marzo 2020)

[7]Per citarne solo alcune, Art Therapy Italiana ha un’impronta psicodinamica; la Federazione Italiana Musicoterapeuti ha indirizzo umanistico;la Dmt-ER® si rifà all’expression primitive e alla gruppoanalisi; la scuola di drammaterapia integrata ha orientamento bioenergetico, e così via.

[8]Per ragioni di spazio non nomino le neuroscienze, ma ritengo che lo studio delle recenti scoperte sulle basi neuroscientifiche della poesia sia da considerarsi fondamentale nel percorso formativo che stiamo cercando di immaginare.

[9]L’indirizzo umanistico include la terapia rogersiana, la psicoterapia della Gestalt e l’analisi transazionale.

[10]L. Cupane, Gli strumenti chirurgici della poesia. Verso una teoria della poetry therapy, Poetry Therapy Italiana n.0, marzo 2020

[11]Rinvio la descrizione dettagliata delle esercitazioni ad altri lavori futuri; alcune di esse sono descritte in Cupane L.(2009). Il corpo parlante. La poesia come pratica di cura autobiografica, in Formenti L. (a cura di), Attraversare la cura, Milano: Erikson

[12]Per approfondimenti http://www.liberascuola-rudolfsteiner.it/2017/12/30/leuritmia/

[13]Non descrivo qui quali potrebbero essere le esercitazioni pratiche per ampliare la sensibilità ai suoni della lingua, dato il poco spazio. Rinvio al volume citato nella nota n.11.

[14]Queste parole sono tratte dal depliant del programma di “Portar bene: un poeta nelle case”, iniziativa che Mariangela Gualtieri ha tenuto fra il 2007 e il 2008 in vari luoghi d’Italia; non posso pertanto fornire indicazione bibliografica.

[15]Sito web: https://www.aesthetics.mpg.de/forschung/abteilung-sprache-und-literatur/poetischer-und-rhetorischer-sprachgebrauch.html

 

 


 

leonora cupaneLeonora Cupane è una psicologa, psicoterapeuta della Gestalt, specialista in metodologie autobiografiche nelle relazioni d’aiuto (è stata docente e collaboratrice scientifica della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari) e studiosa appassionata di poesia come forma di cura. Vive a Palermo ma conduce laboratori di autobiografia e poetry therapy anche nel resto d’Italia. Ha fondato la scuola di scrittura narrativa d’invenzione Nientetrucchi e coordina un agriturismo letterario dove sta realizzando un bosco poetico.  
» La sua scheda personale.

 

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