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Poetry Therapy Italia

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Che bisogno c’è di “formare un poeta terapeuta” in una “scuola di poesiaterapia” se la poesia è già di per sé una forma di auto-cura? In questo primo articolo sul tema della formazione del poetaterapeuta, si è cercato, sia di entrare in questa domanda, sia di presentare i tre “attori” principali per la formazione del poetaterapeuta. Si è poi sviluppato il discorso sul primo dei tre attori di quella formazione, cioè l’insieme di studi comune alle varie arti terapie su: cura-terapia, presa in carico, rapporto fra “teoria e clinica”, metodo. Si è invece solo tratteggiato uno schema per il secondo attore: la natura dello strumento poesia, da sviluppare insieme al terzo attore, in un altro articolo, in uno dei prossimi numeri della rivista.

Le parole in quanto tali sopravvivono benissimo, nel senso che i loro scheletri giacciono nei dizionari;
ma pochi di noi sono capaci di ridar loro la vita.

(R. Schafer)

 

Necessità di una “scuola” di poesiaterapia

La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare.
La poesia è una catarsi del dolore. Quando tutto, ove siamo, è buio ed ogni cosa duole e l’anima penosamente sfiorisce, allora veramente ci sembra che ci sia donato da Dio chi sa sciogliere in canto il nodo delle lacrime e sa dire quello che a noi grida, imprigionato nel cuore. (Antonia Pozzi)

Quindi, se la poesia è già di per sé una forma di lenimento del dolore, perché dovrebbe essere necessaria una “scuola” per fruire del potere salvifico della poesia?
Ma davvero, sempre, basta la poesia, da sola, a… salvare? (dal latino salve: star bene, in salute). Tanto più che la stessa Pozzi delimita la funzione della parola poetica alla sola “catarsi del dolore” (che pure non è poco!).
Purtroppo l’esito suicidario, non solo della stessa Pozzi, ma anche di altre illustri poetesse e poeti (Silvia Plath, Marina Cvetaeva, Anne Sexton, Amelia Rosselli, Cesare Pavese…) ci dovrebbe avvertire del fatto che uno strumento che va tanto in profondo, come fa la poesia, necessita anche di una maestria nell’essere usato, ha bisogno di una conoscenza complessa e altrettanto profonda da parte di un operatore formato proprio nel saperlo usare nel modo più consapevole, prudente e sensibile, tanto che Dome Bulfaro lo paragona, appropriatamente, ad un bisturi.
Inoltre, ci possono essere casi in cui la necessità di una espressione artistica o poetica può essere letta da alcuni psichiatri quasi più come “sintomo”, o come espressione compensatoria, piuttosto che come una forma di autocura esaustiva o almeno sufficiente (basti pensare al caso Van Gogh in arte, e ai casi Dino Campana e Friedrich Hölderlin nella poesia).
È necessario quindi che si avvii una vera e propria ricerca, affinché ci sia una scuola che “formi a 360 gradi” il poetaterapeuta e, in questo tipo di “scuola” di poesiaterapia, è doveroso passare da enunciazioni generali, benché veritiere, come quella di Antonia Pozzi, ad una articolazione esaustiva dei passi concreti da fare per chi ha il compito di gestire in modo competente tutte le potenzialità terapeutiche della poesia. E i passi concreti devono essere guidati da una preparazione pluri-orientata:

  • sul fronte della conoscenza dello strumento poesia, nonché delle problematiche del linguaggio e infine anche della dimensione estetica dell’esperienza[1];
  • sul fronte della conoscenza profonda di sé (tramite analisi personale) per evitare proiezioni di vario genere (psichiche/artistiche), consapevolezza della propria identità poetica;
  • sul fronte della conoscenza dei vari indirizzi teorici diagnostico-clinici di tipo terapeutico (psicoanalitico, gestaltico, cognitivista, umanistico-fenomenologico, sistemico, fonosimbolico, psicosintetico-transpersonale, ecc…), conoscenza dei disturbi a cui è applicabile la poesiaterapia;
  • sul fronte delle conoscenze delle problematiche psichiatriche;
  • sul fronte delle conoscenze delle problematiche psicosomatiche;
  • sul fronte di un sapere che sappia accomunare “i settori della prevenzione, della educazione, della riabilitazione e della terapia (prima dispersi e separati), per una epistemologia della complessità il cui sistema concettuale e pratico circuita con quello delle artiterapie”[2];
  • sul fronte della conoscenza di strumenti complementari per eventuali integrazioni utilizzabili in alcuni passaggi della terapia di base (fiori di Bach, meditazione, costellazioni familiari, forme varie di artiterapie, protocolli del “perdono”, in senso laico, ecc…);
  • sul fronte della conoscenza degli aspetti burocratico-istituzionali, (leggi che normano gli ambiti di intervento dei professionisti delle artiterapie; come si costruisce un progetto, finanziamenti).

E allora, dopo un ritardo appariscente rispetto alla tradizione di poetry therapy statunitense, finalmente anche in Italia si è avviata la ricerca-sperimentazione per una prima scuola[3] che ha l'obiettivo di formare dei veri e propri operatori nel mondo complesso, profondo, delicato, dell’utilizzo della poesia in ambiti terapeutici; cioè una poesia che sia al servizio di chi si trova in passaggi difficili o dolorosi della vita, o al servizio di chi è affetto da una patologia.

Affermata la necessità di una scuola che formi il poeta terapeuta, comincio ad esporre la mia visione sul tema della “formazione del poeta terapeuta”, partendo da uno scorcio storico sullo sfondo culturale che ha preceduto la nascita di questa scuola: una scuola tanto attesa dai pionieri che, fin dagli anni ‘90, si sono inoltrati individualmente nella ricerca-sperimentazione di un utilizzo del linguaggio poetico in ambiti di prevenzione, o psicoterapeutici o anche soltanto psicologici (vedi articoli di ricostruzione storica di queste origini di poesiaterapia, prima sparse e sommerse, da parte di Dome Bulfaro sul n.1 di questa rivista).
Dagli studi delle neuroscienze e, poi, dagli studi di epigenetica (specie quelli degli anni post 2000) finalmente riconnessi a quelli delle scuole di psicoanalisi e delle varie artiterapie[4], è emersa l’importanza terapeutica primaria delle artiterapie[5]; importanza addirittura privilegiata, in alcuni casi, rispetto agli strumenti terapeutici classici (ambiti clinici dei vari tipi di psicoanalisi e psicoterapie)[6]. E i setting specifici di ogni arteterapia possono finalmente venire considerati nella loro autonomia di ricerca, di sperimentazione e di cura. A monte di tutto ciò, già negli anni ‘90 si era ritoccato anche il bilanciamento di importanza fra il campo della scienza e quello dell’arte, fra la scienza e la poesia.[7] È da tutti questi studi, e da altri più specifici, delle varie artiterapie, che è emersa l’esigenza di una piattaforma teorico-scientifica comune a tutte le varie artiterapie. [8]
Quindi anche la poesiaterapia ha la necessità di padroneggiare questa area comune di conoscenze, di saperi o di studi specifici. Perciò nella formazione del poetaterapeuta,[9] sarà più che opportuno inserire questi studi “di base comune” alle varie arti terapie[10].
A riguardo, poi, di tutta la formazione del poetaterapeuta mi sembra utile e necessario mettere in scena, o considerare, gli attori principali dei contesti terapeutici.

– Il primo di questi riguarda senz’altro un’area di studi comune alle varie artiterapie, che definisca e sviluppi i concetti di cura, terapia, presa in carico, teoria e clinica e infine la questione del metodo; e questo insieme di aspetti è uno degli “attori” in comune con le altre artiterapie.

– Il secondo (ma non in ordine di importanza) riguarda le esperienze e lo studio della natura e delle caratteristiche dello strumento poesia, considerata in quanto linguaggio autonomo.[11]

Il terzo attore riguarda le esperienze terapeutiche personali del poetaterapeuta e lo studio delle peculiarità e delle problematiche dell’essere umano, sia in generale, sia, e soprattutto, nella sua dimensione temporanea di fruitore di una “cura” (nel caso di un’ottica prevalentemente umanistica), o di una “terapia” (nel caso di un’ottica medico-scientifica, integrata con quella umanistica). Infine, sono da specificare gli aspetti deontologici.

In questo primo articolo mi limito a sviluppare alcuni aspetti del “primo attore”: i concetti di: cura/terapia, presa in carico, rapporto teoria-clinica e questione del metodo. Inoltre, ne tratteggio solo alcuni del “secondo attore”, come la natura dello strumento poesia, che sarà sviluppata in un numero successivo della rivista, insieme al “terzo attore”.

 

Concetti di cura, di terapia, di malattia, di presa in carico, aspetti teorici e clinici, questione del metodo, titoli di studio: poeta terapeuta o poeta terapista?

  1. Cura, terapia, malattia.

Nel corso del tempo i concetti di cura, di terapia, insieme a quello di malattia, hanno subìto varie trasformazioni o evoluzioni, tanto che questo argomento potrebbe essere un soggetto importante per una tesi dei prossimi allievi della futura scuola di poesiaterapia. Nel frattempo, segnalo già una esaustiva tesi di laurea all’Università degli Studi di Padova, che affronta anche gli aspetti etici e morali, oltre a quelli storici e filosofici, di questi concetti.[12]
Qui mi limito a indicare più semplicemente due significati basilari di “cura”: uno in sintonia con una logica medica, per cui “curare” è, fondamentalmente “guarire o cercare di guarire da un malessere fisico o da una malattia”; l’altro concetto è più assimilabile al compito di una madre, quindi si tratta di “aiutare a crescere”, o “prendersi cura” come si fa con i figli.
Oltre a tutto ciò, è da rilevare l’attuale divaricazione fra: un’ottica cosiddetta scientifica (per la quale “agire” nel curare significa ottenere risultati a partire dagli scopi che ci si propone) e un’ottica detta umanistica, per cui “agire” significa interagire e assistere alla nascita di un mondo scaturito proprio da questa interazione[13], superando la scissione fra diagnosi e prognosi[14] .
La soluzione può stare nel costruire un’ottica meno divaricata, integrativa di questi due modi di pensiero? Se sì (per Postacchini[15]) allora una formazione del poetaterapeuta (o terapista) si gioverebbe di un tipo di studi e di pratiche, che tendano a soddisfare quella “integrazione” fra le due ottiche, privilegiando, di volta in volta, una delle due, a seconda delle esigenze del fruitore o richiedente la poesia come terapia o cura, e a seconda del contesto in cui avviene la richiesta.

  1. Presa in carico.

Nella fase iniziale del rapporto terapeutico, possono esserci varie modalità, a seconda del modello terapeutico di riferimento scelto. Segnalo uno fra i tanti studi sull’argomento, che cerca di offrire il suo contributo per una “possibile integrazione dei principali modelli teorici psicoterapeutici in una prospettiva di dialogo sempre più efficace con le diverse scuole di formazione psicoterapeutica, anche non sistemiche.”
Comunque, nella questione della capacità della “presa in carico” sono da considerare importanti aspetti della personalità, delle esperienze personali e formative, della empatia del terapeuta, della sua capacità di presenza terapeutica e di tanto altro che tratterò nel numero successivo della rivista, per completare la seconda parte di questo mio articolo.

  1. Teoria o teorie?

Finora una teoria (in senso “forte”) che sia ricollegabile principalmente alle pratiche (più o meno pionieristiche) di poetry therapy, non sembra che esista. Infatti, anche nel testo fondamentale di Nicholas Mazza (Poetry therapy. Teoria e pratica, ed. Mille Gru, 2019 trad. Bulfaro-Rossetti), più che di “una” teoria specifica di poetry therapy, si parla di fondamenti teorici, in sole otto pagine (su circa trecento pagine dell’opera), facendo in realtà riferimento a indirizzi psicoanalitici o psicologici vari, nati in precedenza e in modo autonomo rispetto al concetto di poesia come terapia in sé. Infatti si elencano, senza entrare nel merito, vari modelli psicoanalitici o psicologici: Freud, di cui ci si limita a considerare il Der Dichter und das phantasieren (Il poeta e la fantasia), invece l’opera Il motto di spirito, più fertilmente implicata, indirettamente, col discorso della “forma” nel linguaggio, quindi nel linguaggio poetico.[17]; poi si fa cenno alla “psicologia analitica” di Jung, in relazione alla sua rivalutazione del poeta, in quanto è ricondotto fuori dall’area del patologico. Poi Adler, poi l’approccio del “comportamento cognitivo” ; autori vari e poi la “psicoterapia esistenziale integrata”  che con Schneider (2008) “ben si adatta alla poetry therapy attraverso il metodo fenomenologico, che combina l’approccio artistico di immersione ed empatia in una data esperienza, con l’approccio scientifico dell’organizzazione sistematica nella condivisione di un’esperienza con una comunità professionale”. E come si vede, anche in questo caso non si parla di una teoria vera e propria, quanto piuttosto ci si limita a mescolare metodo e scopi.
Più interessante e specifico sembra l’accenno fatto alla “teoria della gestalt”, dove la poesia è considerata da una prospettiva di risoluzione dei problemi, piuttosto che da quella di una verbalizzazione nevrotica. Si passa poi a Moreno e alla sua “psicoterapia di gruppo”, rilevando anche, e soprattutto, le sue pratiche anticipatorie dell’uso della poesia in terapia, chiamandola psicopoesia.
Insomma, Mazza conclude così: “Le basi teoriche [e fa bene a chiamarle “basi teoriche” invece che “teorie” ndr] della poetry therapy vengono costruite principalmente a partire dalla “filosofia romantica”, dalle teorie tradizionali e psicologiche contemporanee (teorie narrative, cognitive, comportamentali e “umanistiche”)”[18].
Quindi non si parla di una teoria vera e propria di esclusivo appannaggio della “poesiaterapia” in quanto tale, ma solo di qualcosa inerente alla poesia in terapia, cioè ai “momenti” di utilizzo della poesia, che sono perciò “strumentali” e subordinati al percorso di base, che è fondamentalmente basato sulla parola di tipo psicoterapeutico e non “poetica” in senso stretto.
Il canale da cui, secondo me, potrebbe prendere il via una forma, almeno approssimativa all’inizio, di una vera e propria teoria di poetry therapy o poesiaterapia, è quello costituito da uno spazio teorico fluido in cui potessero confluire e integrarsi gli apporti dei grandi ricercatori dell’ultimo secolo: Freud-Lacan-Mauron[19], Agosti[20], Riffaterre[21], Dogana[22], Orlando[23], Lavagetto[24], da un lato, e la teoria della gestalt, dall’altro. E questa apparente mescolanza mi sembra giustificata proprio dal fatto che la estrema complessità, l’alterità, la divergenza, l’ambivalenza-polisemia, la “catastroficità” continua[25] del linguaggio poetico possano essere “fronteggiate” solo da una continua fluidità teorica che sappia navigare fra gli apporti dei vari autori sopra elencati e di altri, eventuali, a venire…
Inoltre, sarebbe interessante far confluire e confrontare fra loro le esperienze pionieristiche di poesiaterapia esistenti, cercando di “estrarne” le quasi-teorie sottese; insomma sarebbe utile lasciare che gli aspetti clinici evidenti di quelle esperienze dialogassero con gli aspetti teorici in essi intravvedibili o in essi stessi innestati, più o meno consapevolmente o intenzionalmente.
Alla fine, come in una specie di caccia non risolvibile fra la priorità… dell’uovo o della gallina, sarebbe forse più produttivo se ci si mettesse nell’assetto osservativo descritto da Andrea Blanco Ferrari (SPI) espresso in una sua intervista sul rapporto fra teoria e clinica (online):

Domanda: C’è una tendenza, abbastanza diffusa, che è quella di separare con una certa disinvoltura la dimensione teorica dalla clinica. Vorrei sapere cosa ne pensa…
Risposta: Per quanto mi riguarda considero l’aspetto clinico di primaria importanza per la formulazione delle mie ipotesi teoriche. Sottolineo ipotesi teoriche e non teorie, in quanto piuttosto che a descrivere la realtà esse devono essere funzionali a poter entrare in rapporto con la realtà, rispettando in primo luogo il dato clinico e non viceversa. È quindi nel dato clinico che è possibile rintracciare il precursore di ciò, che potrà diventare una ipotesi teorica da poter sottoporre a verifica nella relazione analitica con lo specifico paziente. Il legame fra teoria e clinica è in tal senso fondamentale e solo mantenendo intimo questo legame è possibile considerare uno sviluppo delle nostre conoscenze [in campo terapeutico ndr].

  1. Questione del metodo.

Nonostante il riavvicinamento fra il mondo della scienza e quello dell’arte (al quale ho fatto cenno in precedenza alle note 7 e 8 di questo articolo), continua inevitabilmente una sorda incompatibilità sulla questione del “metodo” fra le cosiddette “scienze dure” (Heinz von Foerster, Sistemi che osservano, Astrolabio, Roma, 1987)[26] e i principi nuovi “acquisiti in aree del sapere influenti e determinanti come quelle della biologia con l’autopoiesi, della matematica con gli autovalori e le autofunzioni, della logica con il calcolo dell’autoreferenzialità, della linguistica con l’individuazione”[27]. A maggior ragione, una qualunque arteterapia (e quindi anche la poesiaterapia) che affonda le radici in ben due “scienze morbide” messe “insieme”, avrà a che fare con una doppia complessità e quindi necessiterà di tutti quei comportamenti metodologici che escano dalle gabbie delle “scienze dure” e che prevedano interventi “con determinate caratteristiche, fra le quali è essenziale il rispetto di: un’osservazione costante, una diagnosi in divenire, una prognosi aperta, un protagonismo del soggetto nell’intervento”.[28]

  1. Distinzione fra “poeta terapista” e “poeta terapeuta”

Sulla scia di quanto è avvenuto in musicoterapia (cioè un’arteterapia che ha alle spalle circa trent’anni di esperienza, e che, in più, è partita già sulla base di un piedistallo teorico specifico internazionale, ricordiamo – primo fra vari altri – Roland Benenzon), mi verrebbe da proporre di distinguere fra i due titoli, soprattutto in base al tipo di utenza a cui ci si potrebbe rivolgere in modo… canonico (!?). Ma questa distinzione, alla luce di più recenti acquisizioni conoscitive, mi sembra un po’ “traballante”. Poiché sarebbe lungo riportare qui tutte le ragioni di questa incertezza, per ora mi limito a tratteggiare le “vecchie” ragioni e il vecchio schema tratto dall’area musicoterapica.

Ai due simili, ma distinti, titoli corrisponderebbero due differenti aree di utilizzo-offerta della poesiaterapia: 

a) Poeta terapista: utenza simile alle situazioni di operatività di un counselor, cioè situazioni in cui il sostegno del p. terapista si esplica su un piano psicologico del livello conscio del fruitore, di “superficie” della psiche; quindi, più probabilmente, in situazioni con interventi di durata limitata nel tempo (ospedali, o strutture pubbliche varie: scuole, centri, centri vacanze, residenze per anziani, ecc…). E, insomma, situazioni di interventi in cui il fruitore non disponga necessariamente di una richiesta intensivamente specifica nei confronti della poesia (come canale psichico preferenziale, ma presenti soltanto una discreta motivazione, curiosità e, in definitiva, disponibilità verso il linguaggio poetico).
Requisiti formativi; dal momento che il lavoro del P. terapista non si avventura nelle sacche più insidiose dell’inconscio, la sua formazione può essere simile a quella di un counselor. Ma, in più, dovrebbe avere un attestato o un diploma di una scuola specifica di poesiaterapia. Meglio ancora sarebbe se possedesse una laurea in Lettere o Filosofia a indirizzo psicologico o in Psicologia a indirizzo letterario, pur non avendo fatto una psicoanalisi personale vera e propria. Tirocinio e supervisione di poesiaterapia.

b) Poeta terapeuta: è necessaria questa qualifica nel caso in cui ci siano dei fruitori di poesiaterapia di ambito psichiatrico, che quindi richiedono un operatore formato in questo ambito (psichiatria); oppure nel caso in cui ci siano dei fruitori disponibili ad un lavoro che includa l’affacciarsi anche sul preconscio, inconscio e il sopraconscio, ma particolarmente orientati ad una psicoterapia poetica (personale o di gruppo) o a una vera e propria psicoanalisi personale fondata sullo strumento-poesia (quindi con durata relativamente più lunga) in cui:
– si utilizzi la poesia e/o la biblioterapia come strumento primario di comunicazione: poesiaterapia;
oppure
– si utilizzi la poesia e/o la biblioterapia durante alcuni momenti particolari della psicoterapia o della psicoanalisi: poesia in terapia.
Requisiti formativi; i requisiti formativi sono più complessi e numerosi, visto quanto si è detto sopra; quindi, per quanto riguarda i titoli veri e propri, sarebbero necessari, in alternativa:
– una laurea in Psicologia o in Filosofia a indirizzo psicologico, con successiva psicoanalisi personale completa e, possibilmente, didattica e una specializzazione in poesiaterapia con tirocinio e supervisioni;
– una laurea in Psichiatria, o una formazione in Psicosomatica, più un’analisi personale completa e una specializzazione in poesiaterapia con tirocinio;
– una Laurea in Lettere (meglio se a indirizzo psicologico), o laurea in Scienze della Comunicazione o diploma di Accademia artistica: più analisi personale completa e una specializzazione in poesiaterapia o un’altra scuola di arteterapia (preferenzialmente teatroterapia o musicoterapia) con tirocinio e supervisioni.

 

Esperienze e studio della natura e delle caratteristiche dello strumento poesia

Fase della profonda indagine e della grande caccia (durata: almeno 1 anno) sulla “natura specifica” del linguaggio poetico.

Indagine (investigazione di gruppo, o collettiva):

  • Scrittura di testi “personali” di poetica, per fare una foto della situazione sulle proprie cognizioni di partenza, seguendo questo iter di domande:
    – cosa è “poesia”? Da dove scaturisce? A cosa serve? (Svago? Auto-cura? Compagnia?... ) Quando si manifesta? Perché esiste? Come è fatta? Caratteristiche;
    – tipologie possibili (narrativa, lirica, visiva, filosofica, meditativa, visionaria…);
    – Altra domanda personale…
  • Poesie o testi di poetica di grandi autori di poesia:
    – rapportandoli alle varie domande, sopra indagate;
    – scrivendo poi la propria idea, in base all’esperienza personale di lettura-scrittura di poesie o testi poetici;
    – risposte in forma di lettera ad ognuno di quei grandi poeti, al loro testo di poetica.

Il metodo di Lavoro di tutta questa fase sulle “poetiche” dovrebbe essere estremamente maieutico.

Caccia: Analisi differenziale di testi (non solo poetici), per cercare lo “specifico” della “poesia”, con metodo costantemente maieutico.

Lettura e letture multiple dello stesso testo poetico, coi differenti “fari” possibili (psicologico, letterario, psicoanalitico, estetico, strutturalista, semiologico, inquadramento per osservare il percorso interiore fatto, ecc…).

– Rapporto fra le forme del testo poetico e gli stati psichici che l’hanno generato.

– Studi ed esperienze sul rapporto fra significante e significato.

– Poesia in modalità recettiva e in modalità attiva: loro rapporto circolare o spiralico.

– Esperienze di scrittura poetica collettiva (seguendo vari metodi).

Tutto quanto ho scritto finora andrebbe affrontato in contemporanea con letture e studi di:

  • linguistica
  • semiologia
  • storia della letteratura
  • tipologie di poesia (lirica, narrativa, filosofica, epica, meditativa, visionaria, ecc ...)
  • storia della poetry therapy
  • teorie e pratiche di poetry therapy (strumenti e tecniche)
  • spazi di creatività in poesiaterapia
  • rapporto fra poesia e psicoanalisi, sia sul piano degli studi teorici esistenti, sia sul piano dei tipi di analisi di testi poetici, sia sul piano storico letterario (poeti psicoanalitici e/o psicoanalisti poeti, ad es. Cesare Viviani…)
  • esperienze pionieristiche di poetry therapy italiane
  • esperienze di poesiaterapia con metodo integrato (argomento che verrà sviluppato in un prossimo articolo).

Esperienze di scrittura poetica (individuale e di gruppo, secondo varie tecniche nelle seguenti due modalità che io ho chiamato:
– “Orto ordinato” (si parte dalle forme, secondo una logica simile a quella dell’Oulipo[29])
– “Il Bosco incantato” (si parte da un setting poetico-musicale che promuova vissuti di gruppo, tuttavia preferirei chiamarlo un “ensemble”, come in musica); vissuti che si esprimano preferibilmente in modalità poetica, scegliendo le “forme” più adatte, di volta in volta, all’assetto psicologico emergente; (forme conosciute nei laboratori dell’“orto ordinato”).

 

Bibliografia.

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Agosti Stefano (1982), Cinque analisi: il testo della poesia, Milano, Feltrinelli      

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[1] Loredano Matteo Lorenzetti, (a cura di) La dimensione estetica dell’esperienza, ed. F. Angeli, 1995; J. Hillman, La politica della bellezza, Ed. Moretti e Vitali, 1999; Mauro Mancia, Sentire le parole, Boringhieri, 2004: “Una delle possibili definizioni di estetica riguarda la teoria della “conoscenza sensibile”. Con questa definizione si vuole sottolineare la relazione che l’estetica (aisthesis) ha con la sensibilità” pag. 50 e seg.

[2] Loredano Matteo Lorenzetti (a cura di), Luoghi e forme della Musicoterapia, Unicopli, 1991, pag. 28

[3] L’Associazione Mille Gru sta avviando la sperimentazione di una scuola di poesiaterapia a Monza

[4] Luigi Longhin e Mauro Mancia, Sentieri della mente, Boringhieri, 2001; Loredana Cena e Antonio Imbasciati, Neuroscienze e teoria psicoanalitica: verso una teoria integrata del funzionamento mentale. Springer Science & Businness Media, 2014

[5] Antonio Di Benedetto, Prima della parola. L’ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell’arte, F. Angeli, 2000
Mauro Mancia, Sentire le parole, Boringhieri, 2004 “La creatività umana appare come un ri-creare collegato alla memoria implicita (e quindi all’inconscio non rimosso), la quale non è passibile di ricordo, ma può essere rappresentata nell’attività creativa. […] Su questa base e secondo il principio di Jacobson, […] sono analizzati alcuni aspetti del linguaggio poetico, musicale, artistico e transferale, nel presupposto che questi diversi linguaggi abbiano le loro comuni radici nell’inconscio non rimosso”. Cioè, siano radicati nella ‘memoria implicita’, dove non ha accesso il ricordo, cioè il patrimonio della memoria esplicita o autobiografica, su cui si fondano principalmente le auto narrazioni nell’ambito delle psicoterapie classiche.

[6] Loredano Matteo Lorenzetti (a cura di), Luoghi e forme della Musicoterapia, Unicopli, 1991 “Le istituzioni deputate a tali compiti [salvaguardia della salute, aiuto alla persona in difficoltà…] sono esse stesse sofferenti, in disagio, malate. E ciò per il fatto […] oltretutto, di essere gestite (nella maggior parte dei casi) da una cultura e una politica asservante il sapere a un potere estremamente estraniante e distruttivo, perché illuminato da logiche disgiuntive, separative, disintegranti, prive di logiche multilogiche e di dialettiche creative e autoriflessive. Viene così a determinarsi un sapere del potere controllante e schiacciante il potere del sapere libero, multiforme, dialogico, ‘ribelle’. […] Tali motivi, e la mia esperienza, mi hanno sempre più condotto verso l’idea che la conoscenza e la terapia siano profondamente ed essenzialmente poesia, musica, arte”, pag.28

[7] F. Oneroso, Memoria Tempo Desiderio. Affetti e conoscenza in psicoanalisi. Idelson Liviana 1992 “Parlando di scienza e poesia, F. Oneroso fa notare che, se il linguaggio della scienza tende a descrivere ciò che è, il linguaggio dell’arte dice, e vuole dire, più di quanto sia nella natura degli eventi. Tocca realtà non misurabili e mette in risonanza il mondo simmetrico delle emozioni, facendoci intravedere una quantità di cose radicate nell’irrappresentabilità inconscia. L’artista si cimenta con un compito impossibile: toccare l’infinito, ben sapendo di essere relegato nel finito. Ma, al pari dello scienziato, è un ricercatore che non si rassegna a questa condanna, campione di una sfida incessante a quella conoscenza che è vincolata ai codici razionali. Tenta di rappresentare la multidimensionalità dell’inconscio e di riprodurne alcune caratteristiche, quali la condensazione e l’assenza di tempo, mettendo più cose in uno spazio che normalmente non può contenerle e azzerando gli intervalli temporali” Da: A. Di Benedetto, Prima della parola, Angeli 2000 pp. 84-85;
L. M. Lorenzetti (1995): “L’epistemologo Paul K.Feyerabend auspicava l’incontro fra arte e scienza, sostenendo che il pensiero poetico può contribuire alla conoscenza quanto quello scientifico.[…] Questo genere di particolare pensiero con valenze creative personali, lo si può intendere come tramite conoscitivo che apre, alla dimensione (estetica) della conoscenza, la via dell’ambiguità: “senza ambiguità non c’è alcun cambiamento, mai…”; P.K. Feyerabend, Ammazzando il tempo. Un’autobiografia, Laterza, 1993, pag. 203

[8] L.M.Lorenzetti: “entro la fine di questo millennio l’azione scientifica e artistica potrebbe avvicinarsi al confine del lavoro della cultura multipla come una totalità potenziale, congetturale e plurale. Le arti terapie devono essere poste lungo lo stesso confine e intese non solo come un sistema, ma anche come un sistema distinto e autonomo secondo la specifica natura e le caratteristiche individuali del linguaggio delle varie arti: musica, danza, arte figurativa, arte drammatica, poesia. Perciò considero le arti terapie come una totalità, un insieme. […] Alla vigilia del prossimo millennio sembra estremamente utile arrivare all’idea di un sistema di arti terapie unitario e strutturato, un sistema che possa essere articolato, scomposto e specificato sulla base di applicazioni e linguaggi individuali: musica, teatro, arte, poesia. Questo non sempre si avvera. Si osservano spesso divisioni, contrasti e antagonismi […] Tuttavia il dialogo in atto tra i diversi segmenti di arti terapie e il bisogno e la disponibilità più consapevoli di raggiungere un sistema unitario e integrato sembra portare al reale chiarimento, all’armonizzazione concorde e sistematica della molteplice natura di quest’area. Stiamo cercando un insieme globale che possa finalmente esprimere singolarità, unità, molteplicità nello stesso tempo.” Da “Perspectives on integration between arts therapy areas” articolo in “The Arts in Psychotherpy”, vol. 21, n.2, pp.113-117, 1994 Printed in the USA.
Sul rapporto fra arte, immaginazione e scienza si è più volte soffermato Gerard Holton, “L’immaginazione nella scienza” in Immagini e metafore nella scienza, Laterza 1992

[9] Ho un interrogativo sulla necessità di distinguere, o meno, fra “poeta terapeuta” e “poeta terapista” (come avviene in musicoterapia). Ne accennerò più avanti.

[10] Saranno elencati nell’ultima parte dell’articolo, che uscirà in un numero successivo a quello attuale.

[11] Opere varie di Roman Jacobson e di Stefano Agosti, oltre a quelle di J. Lacan

[12] Silvia Tusino, Il concetto di cura tra etica e medicina. Un’analisi del contributo dell’etica della cura alla filosofia morale e alla bioetica clinica. 2014. Tesi di dottorato con un capitolo sulla genealogia della “cura”, dalla Roma antica, passando da Goethe a Kierkegaard, a Heidegger fino a Ricoeur col suo concetto di “sollecitudine”. Più un altro capitolo sulla “Cura medica”, con la “Medicina clinica e moralità”, oltre che con “La medicina clinica come pratica della cura”. Interessante anche sul possibile legame tra cura e sensibilità femminile, da cui “si è originato un vastissimo dibattito, inizialmente legato soprattutto al pensiero femminista”. Ampia bibliografia fino al 2012. Consultabile on line.

[13] Umberto Galimberti, L’astuto Ulisse e il funzionario: il concetto di cura in una società che cambia. In “La Repubblica” 12 ottobre 1995

[14] L.M. Lorenzetti (a cura di), Luoghi e forme della musicoterapia, Unicopli,1991

[15] P.Luigi Postacchini /A. Ricciotti/M.Borghesi, Lineamenti di Musicoterapia. Ed. La Nuova Italia Scientifica. 1997

[16] Roberto Berrini, Anna Maria Sorrentino, I colloqui di presa in carico nella terapia individuale relazionale sistemica. Articolo scaricabile online

[17] Lev Vygotskij, citato da Orlando, afferma: “La trascuranza di un’analisi della forma è un difetto che si può dire comune a tutte le indagini psicoanalitiche; e noi conosciamo soltanto un lavoro che, sotto questo rapporto, si avvicini alla perfezione: è il saggio di Freud sul Motto di spirito…un modello classico di qualsiasi ricerca analitica”.
Lo scritto di Orlando (Introduzione al Motto di spirito, di Freud, Boringhieri, 1975) risponde alla sua volontà di privilegiare il “momento costitutivo della forma” e di metterlo in relazione coi contenuti, affrancando al contempo questi ultimi dall’inconscio e dalle interpretazioni simboliche della psicoanalisi.
Stefano Agosti, “Il linguaggio e l’inconscio: motto di spirito e poesia” (1982).
Un altro testo, più recente, e interessante per la nostra ricerca, è quello di Roberto Talamo, Forme letterarie e teorie psicoanalitiche. Per una storia delle teorie della letteratura. Ledizioni, 1918

[18] Nicholas Mazza, Poetry Therapy. Teoria e pratica. (Traduzione D.Bulfaro e S. E. Rossetti) Ed. Mille Gru,2019, pp.36-43

[19] Charles Mauron, Dalle metafore ossessive al mito personale, Garzanti, 1966 (traduzione della prima edizione francese del 1963)

[20] Molti sono i testi importanti. Qui ne indico solo due: Stefano Agosti, Modelli psicanalitici e teoria del testo, Feltrinelli, 1987; S. Agosti, "Forme del testo: linguistica, semiologia, psicoanalisi” Ed. Cisalpino, 2004

[21] Michel Riffaterre, La semiotica della poesia, Il Mulino, 1983 (capitolo primo: "La significanza di una poesia")

[22] Fernando Dogana, Le parole dell’incanto, F.Angeli, 1994 – 2° edizione

[23] Francesco Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, Einaudi, 1973; F. Orlando, Lettura freudiana del “Misanthrope” e due scritti teorici. Einaudi,1979

[24] Mario Lavagetto, Freud la letteratura e altro, Einaudi, 1985; M. Lavagetto, La gallina di Saba, Einaudi, 1974

[25] Uso qui il termine ‘catastrofico’ nel senso che gli attribuisce il creatore della teoria matematica della morfogenesi delle catastrofi, il filosofo e matematico René Thom.

[26] H. von Foerster, Sistemi che osservano, Astrolabio Roma, 1987: “Le scienze dure mietono successi perché hanno a che fare con problemi morbidi; le scienze morbide stentano a procedere perché è a loro che toccano i problemi duri… Ciò diviene evidente se si prende un momento in considerazione il metodo d’indagine tipico delle scienze dure. Se un sistema è troppo complesso per poter essere compreso, lo si scompone in pezzi più piccoli. Se anch’essi sono a loro volta troppo complessi, vengono scomposti in pezzi ancora più piccoli, e così via, finché questi pezzi sono talmente piccoli che diviene possibile comprenderne per lo meno uno. L’aspetto più simpatico di questo processo, di questo metodo di riduzione, del “riduzionismo”, è che esso conduce inevitabilmente al successo. Purtroppo, le scienze morbide non hanno la fortuna di operare in condizioni altrettanto favorevoli. Si consideri, per esempio, il caso del sociologo, dello psicologo, dell’antropologo, del linguista ecc…
Se essi riducessero la complessità dei sistemi oggetto del loro interesse, ossia la società, la psiche, la cultura, il linguaggio ecc…, scomponendoli in parti sempre più piccole sulle quali svolgere le loro indagini, ben presto non sarebbero più in grado di affermare che il sistema con cui hanno a che fare è quello da cui erano partiti inizialmente. Ciò avviene perché questi scienziati si trovano di fronte a sistemi fondamentalmente non-lineari, le cui caratteristiche salienti sono date dall’interazione tra “parti” […] le cui proprietà, prese isolatamente, contribuiscono poco e niente alla comprensione del funzionamento del sistema preso come un tutto. Ne segue che lo scienziato il quale lavori nel campo delle scienze morbide, se desidera restare nel campo che si è scelto, deve affrontare un problema di dimensioni immani: non può permettersi di perder di vista l’intera complessità del suo sistema, mentre d’altra parte la soluzione dei suoi problemi diviene sempre più urgente. Non dico questo solo per fargli piacere. Ormai è divenuto abbastanza chiaro che il suo problema riguarda tutti noi. La “corruzione della società”, i “disturbi psicologici”, l’“erosione culturale”, il “crollo della comunicazione”, e tutte le altre crisi” che caratterizzano il nostro tempo, sono problemi nostri, e non solo suoi”. pp.207-208

[27] L.M. Lorenzetti (a cura di), Luoghi e forme della musicoterapia, Unicopli, 1991

[28] L.M.Lorenzetti, ibidem, pag.35

[29] OULIPO, La letteratura potenziale. (Creazioni Ri-creazioni Ricreazioni). Edizione italiana di Ruggero Campagnoli e Yves Hersant, Ed. Clueb, 1973

 


 

azzurra d agostinoMarisa Brecciaroli, ha pubblicato diversi libri di poesia, poesia visiva e sonora.
Tra gli anni '80 e '90 ha seguito percorsi di formazione, ricerca e sperimentazione in poetry therapy e musicoterapia: psicoanalisi a indirizzo psicodinamico, formazione quadriennale in musicoterapia a indirizzo psicodinamico, corsi e seminari in Psicofonia presso Elisa Benassi (Mantova), collaborazione con la poetry therapist Antonella Zagaroli.
Recentemente ha seguito una formazione di Terapia strategica breve e di Terapia EMDR.
Conduce laboratori di poesia e musica anche in ambito psicologico.

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