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Tita su una gamba sola è un testo autobiografico, quasi un flusso di coscienza fatto di poesie che insieme formano quello che possiamo definire un poema narrativo o racconto in versi, che ci ricorda che la scrittura è anche traccia del passato, specchio del vissuto, racconto e comprensione di sé.

Tita su una gamba sola, edito da Mille Gru nel 2012, ha in copertina una foto in bianco e nero che ritrae una bambina seduta a guardare fuori dalla finestra, i capelli corti, lo sguardo che volge altrove, nostalgico ma curioso e attento. Quella bambina è Tita e Tita è Patrizia Gioia, l’autrice che scrive ciò che Tita le detta dal passato e dal presente[1].
La collana, in cui il libro s’inserisce, è a lei intitolata, porta, infatti, il nome di TITA: il bambino è padre dell’uomo. Il testo, dalla grafica essenziale e pulita, è costellato di illustrazioni, collage e foto, realizzate dalla stessa Patrizia Gioia, che creano una fusione magica tra colori, simboli e parole. Un cuore trafitto, un fuoco che brucia, il viso di un neonato compaiono tra le altre immagini a dire dei sogni e delle paure. Chiude il libro la bellissima postfazione di Dome Bulfaro con una nota di Vivian Lamarque.

Quando apri Tita e inizi a leggere le prime pagine, ti pare di aver aperto una piccola scatola e questa scatola ti apre un mondo e questo mondo è una Wunderkammer dalla quale non sai se uscirai, perché ormai ci sei dentro e qualcosa ti dice che, da qualche parte, è nascosta una piccola chiave. Solo che non sai dove si trova, né tanto meno se riuscirai a trovarla.

7 TITA copTita è un libro misterioso, e uso questo termine, perché parla del mistero della vita e di quello della morte e poi perché contiene tanti spunti e alcuni tra questi sono velati e hai bisogno di leggerli tra le righe, scavare negli spazi bianchi, per vedere sino a dove puoi vedere, se hai gli occhiali giusti per leggere.
Eppure Tita non fa tanto la misteriosa, è una bambina con “l’argento vivo addosso” che racconta la sua storia con il linguaggio schietto e puro dei bambini, non mente e guarda in faccia la realtà mentre la dice. Capiamo dalla casa di ringhiera e i suoi abitanti che non siamo ai giorni nostri, la sua storia si svolge alla fine degli anni Cinquanta, per le strade di Monza, dove incontriamo il droghiere, i bambini che giocano a pallone e il prete che non sempre trova le parole giuste.
Il tempo di Tita è un tempo presente, quasi un flusso di coscienza fatto di poesie che insieme formano quello che possiamo definire un poema narrativo o racconto in versi. Nella nostra Wunderkammer ci spostiamo da un’angolatura all’altra, perché Tita ci guida su e giù nei meandri dei suoi pensieri e della sua realtà dove gli adulti ancora non hanno capito bene com’è che si fa a prendere la vita e camminarci dentro e farla propria. Lei, che ha tutta la spontaneità che caratterizza ogni bambino, si domanda spesso se i grandi sanno ciò che fanno, come quella volta che il bidello ha fatto finta di essere il direttore e si è messo dietro la cattedra per poi essere poco dopo miseramente scoperto.
E riferendosi alla scuola dice anche: “a scuola ci insegnano cose/che poi nella vita i grandi non le fanno/ci dicono che abbiamo una coscienza/ma sembra che poi loro non lo sanno.”

Alle volte è irriverente e anche un po’ spregiudicata e non gliene importa niente se le piacciono tanti bambini, anche se dicono che dovrebbe piacertene uno alla volta e poi ama giocare con Angela e pettinarle quei lunghi capelli anche se la Servidio dice che è la figlia di una puttana. Poi alla sera si addormenta con una domanda strana e si chiede se Dio ce li ha i capelli belli come una puttana.

Questa spregiudicatezza è così sincera che di lei ci innamoriamo da subito e questa sua sincerità la porta ancora più vicino a Dio perché con lui costruisce un rapporto speciale, di dialogo intimo ma anche di amore conflittuale e pieno di domande. La religiosità che la contraddistingue è visibile in ciò che fa e dice ed è abitata dagli angeli che incontra in chiesa e con cui ama parlare sussurrando. Deve ricordarsi di parlare piano prima che arrivi il sacrestano e li interrompa bruscamente. Tornano spesso le preghiere e i riferimenti alle istituzioni religiose, ma Tita ce lo dice chiaramente che a lei piace molto stare con Dio ma anche essere libera dagli schemi e dalle imposizioni perché: “Dio mi pare più contento/perché non è sempre lì a dirti quello che devi fare/lui ti dà le cose e sei tu che devi valutare.”

Purtroppo arriva presto il momento in cui smettere di credere ai miracoli. C’è una cesura netta nel testo, la separazione, la pagina bianca che divide. Quando al padre di Tita viene amputata una gamba a causa di un tumore, anche Tita resta irrimediabilmente con una gamba sola. E quando il papà muore, tutto va avanti eppure niente è più lo stesso.
Le parole e le immagini con cui Patrizia ci racconta questo momento sono precise e il dolore arriva tutto insieme come una botta che fa male e che non riesci a smettere di sentire. Quel vuoto che sembra indescrivibile qui si fa presente e Tita lo porta tra le mani aperte a coppa, mentre le offre al lettore che la legge. A questo punto anche gli occhi del lettore sono nuvole sature di vapore acqueo e vogliono piangere insieme a Tita, perché hanno percorso con lei tutta questa strada. C’è un grande silenzio che si apre nelle pagine, è il silenzio del dolore di fronte al tempo che continua a passare e non si ferma nonostante la morte. È il dolore di chi porta un vuoto enorme mentre tutto sembra scorrere uguale. Possiamo sentire le urla, sentire il silenzio, sentire l’odore.

Poi, quando i giornali prospettano una fine del mondo che non arriva, Tita ci traghetta oltre, nello spazio di fiducia che nel tempo ha costruito: “c’era qualcosa dentro di me che era diverso/non è facile dirlo ma come una fiducia/come una specie di profondità/dove il dolore va e smette di far male”.
Sono le onde del mare, che tornano più volte in questo libro, a portarci anche alla fine in un luogo dove troviamo le domande sul significato della vita e della morte, i pensieri sulla resurrezione e uno sconfinato bisogno d’amore. La voglia di essere abbracciati e il desiderio di sentirsi dire ti voglio bene. Lo spazio di una mancanza che è anche quella gamba rimasta sola su cui però si può ancora imparare a ballare e giocare.

Tita su una gamba sola è un testo autobiografico e ci ricorda che la scrittura è anche traccia del passato, specchio del vissuto, racconto e comprensione di sé. Mentre rileggo le ultime pagine di Tita vedo immagini a me familiari, mi tornano in mente per una strana coincidenza i racconti di mia madre, che all’età di otto anni ha lasciato il paese dov’è nata per recarsi in collegio dopo la morte di mio nonno. Eppure mi dico che la storia raccontata da questo libro è una storia che riguarda tutti, è universale perché dice della mancanza e del vuoto, di come viverlo e del rapporto con quello che non c’è.
È sempre Tita a dirci qualcosa a riguardo, come solo lei sa fare: “così da un po’ sento/come se anche quello che non c’è/avesse un peso dentro me/e prima di dormire penso/al panettone e a Gesù/e a chi pesa di più.”
Metterò queste parole sotto al cuscino questa sera, per vedere insieme a Tita dove va nei sogni quello che non c’è e scoprire ancora un po’ dove sa andare a posarsi l’invisibile.

[1] La foto in copertina è di Flavio Gioia e il progetto grafico del libro di Ratti/Gioia.

TITA su una gamba sola, di Patrizia Gioia, Mille Gru, 2012

 


 

sara rossettiSara Elena Rossetti insegna lingua e civiltà inglese a Sesto San Giovanni. Si è occupata della traduzione di poesie di Christina Rossetti (Edizioni San Marco dei Giustiniani e GalassiaArte) e di Andrea Inglese (Patrician Press). Ha pubblicato una raccolta di poesie (Patrician Press) e alcuni aforismi con Edizioni Pulcinoelefante. Ha lavorato con la compagnia teatrale Favola di Mattoni e ora frequenta il corso di teatropoesia e fa parte del Coro DiVerso diretto da Dome Bulfaro.
» La sua scheda personale.

 

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