Poetry Therapy Italia

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In un luogo immaginario, il Parco Naturale delle Parole, l’autore s’imbatte in tre cartelli su cui vi sono scritti consigli per “produrre parole sane” e "nutrirsi di parole”, ma anche divieti “per salvaguardare le parole”, in difesa della “bellezza antica” di ogni lingua.

Oggi mi sono immerso nell'immaginario del Parco Naturale delle Parole e all’ingresso mi sono imbattuto in questi tre cartelli posti a difesa della “bellezza antica” di ogni lingua:

          

Dieci consigli per produrre parole sane

Cura i semi delle parole
Semina parole nutrienti
Coltiva delle parole suoni e significati nutrienti
Coltiva un ascolto vivo delle parole
Dai il giusto peso alle parole che ascolti
Dosa ed esercita bene le parole che dici e che taci
Dosa ed esercita bene il silenzio eloquente
Salvaguardia le parole dai suoi parassiti
Metti il giusto sale nelle parole
Esalta il sapore delle parole

          

Dieci consigli per nutrirsi di parole

          

Nutriti di parole coltivate con cura
Nutriti ogni giorno di buona poesia
Gusta le parole con discernimento
Gustati parola per parola
Nutriti di parole che creano arte e servono con arte
Nutriti filtrando qualsiasi informazione
Nutriti di parole chiare nella comunicazione e autentiche nella creazione
Non nutrirti di parole per te dannose
Non nutrirti di parole mistificate
Digiuna dalla parola, di tanto in tanto, per assaporarla appieno

          

Dieci divieti per salvaguardare le parole

          

Non gettare parole al vento
Non usare le parole per ingannare
Non derubare le parole della loro dignità
Non appropriarti delle parole: sono un bene comune
Non abusare del corpo delle parole
Non sfruttare i poteri delle parole
Non devitalizzare le parole
Non abbandonare le parole
Non favorire la morte delle parole di una lingua
Non uccidere le parole

 

Pasolini, poeta partigiano, in difesa della “bellezza antica” di ogni lingua

Ogni lingua disegna un proprio paesaggio sonoro, semantico, emotivo, psichico, spirituale. Il paesaggio linguistico dell’italiano, così ricco di vocali e parole piane, trova in gran parte corrispondenza nelle linee vellutate delle colline e nei cieli smerigliati toscani. L’italiano è una lingua in cui è “tutto umano, tutto alieno / il dopo, il prima, / la terra, il cielo, / che chiude perfetto la sua rima” (Mario Luzi).

Ogni lingua però è soggetta, come il paesaggio naturale, alle stagioni e alla loro ciclica muta. Il rinnovamento della flora lessicale di una lingua, quindi, non solo è inevitabile ma auspicabile: per una lingua è salutare, in genere, assimilare termini che derivano da altre lingue, locali o internazionali, così come è salutare che alcune sue parole diventino col tempo desuete o concludano il loro ciclo vitale entrando in completo disuso. La morte è parte integrante di qualsiasi processo vitale e nemmeno una lingua può evitare di non sottostare a questa legge naturale.

Quando questi processi fisiologici, però, non aderiscono a un ritmo trasformativo biologico sostenibile, crescono fuori misura, senza controllo, come un tumore. La trasformazione paesaggistica non armoniosa di una lingua, ne sfigura i tratti, alterandone il profilo, l’atmosfera, il profumo, il gusto, l’identità nitida che la definisce.

Penso a quella violenta trasformazione subita dal paesaggio italiano tra gli anni Sessanta-Settanta e denunciata nel 1975 da P. P. Pasolini: «Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole".»[1] Quel  “qualcosa” di magico e di visibile solo nella notte nostra lingua, che ha nelle lucciole di Pasolini la sua metafora immaginifica, sta scomparendo per sempre.

La nota virulenta sostituzione di parole italiane con parole inglesi, ad esempio, anche laddove non esiste un reale bisogno, incarna perfettamente la logica “usa e getta” consumistica in cui siamo immersi e assuefatti. Va denunciata come forma chiara di autolesionismo di un popolo. Il genocidio culturale dei dialetti italiani, avvenuto in nome di un’unità monolinguistica nazionale, genocidio di cui la maggior parte di noi italiani è stato involontariamente complice dagli anni Cinquanta in poi, è un altro esempio di catastrofico degrado linguistico.

Rottamare parole di una lingua radicata ancora in ottima salute, qualunque essa sia, sostituendole con innesti di altri termini provenienti, da lingue non autoctone, non è solo insano ma va denunciato come atto criminale.

Ogni parola è una pianta del paesaggio linguistico di una terra e del suo popolo. Siamo stati in questi ultimi decenni troppo accondiscendenti, e quindi complici, del degrado delle parole e del discorso. Il terremoto linguistico a cui abbiamo sottoposto i dialetti e lingua italiana, fagocita e stravolge i loro paesaggi con un’avidità sempre più feroce, minando le falde acquifere e l’aria della “bellezza antica” di tutte le nostre lingue. Dovremmo noi italiani uscire da questa nostra mollezza da aristocratici benestanti del pianeta Terra (status che peraltro stiamo perdendo), e difendere con fermezza ogni singola parola, non assistendo più inebetiti a questa strage. Bisognerebbe riprendere il discorso interrotto di Pasolini: «Penso all’abbandono di certi vecchi casali laziali, o siciliani… Bene, soltanto per difendere dalla strage uno di questi casali, mi dico che dovrei avere la forza, mistica, di cambiare corso alla mia vita: dedicarmi a tale causa, come Gandhi all’indipendenza dell’India, o Dolci alla rinascita di Partinico. Occorrono proteste e digiuni, e magari la bomba molotov, per difendere la “bellezza antica”»[2]. Ora, senza arrivare alle bombe molotov, si può fare muro e opposizione al degrado linguistico e culturale di cui nostro malgrado ci nutriamo da troppo tempo, trovando proprio nelle parole le nostre migliori alleate.

Il 28 settembre 1975 dalle pagine del Corriere della Sera, trentacinque giorni prima di essere ucciso, Pasolini pretende con tutti gli italiani consapevoli che venga spiegato perché negli ultimi dieci anni “di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna. I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata.”[3]

Noi oggi, 28 settembre 2023, dalla rivista di Poetry Therapy Italia, quali umili eredi del pensiero corsaro pasoliniano e in quanto cittadini italiani e del mondo, vogliamo consapevolmente sapere perché nonostante l’allarme urlato mezzo secolo fa dal maggiore poeta e intellettuale italiano del Novecento, siamo giunti a questo punto di nefandezza culturale. I cittadini italiani e del mondo vogliono consapevolmente sapere perché stiamo svendendo e depauperando le straordinarie ricchezze della Terra e delle lingue. I cittadini italiani e del mondo vogliono consapevolmente sapere e, con le lingue affilate, armati delle parole più umane, sono pronti a dare battaglia.

 

[1] Pasolini Pier Paolo, da Il vuoto del potere ovvero “l'articolo delle lucciole”, Corriere della Sera, sabato 1 febbraio 1975.

[2] Pasolini Pier Paolo, “Cristallizzazione dei misteri infantili”, in Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano 1999: 1623- Between, vol. IX, n. 18 (Novembre/November 2019). Intervista rilasciata a L.P. per Il Gazzettino di Venezia, 24/05/1968.

[3] Pasolini Pier Paolo. “Perché il Processo. Tribuna aperta” sul Corriere della Sera, domenica 28 settembre 1975, p. 2.

 


 

Dome Bulfaro Foto Dino Ignani Rimini 2016

Dome Bulfaro (1971), poeta, esperto di poesiaterapia, si dedica alla poesia (di cui sente un servitore) ogni giorno dell’anno. È tra i più attivi e decisivi nel divulgare e promuovere la poesia performativa; ed è il principale divulgatore in Italia della poetry therapy/poesiaterapia. Dal 2021 è docente di Poesiaterapia e Lettura espressiva poetica presso l’Università degli Studi di Verona, nel pionieristico Master in Biblioterapia. Nel 2013 ha ideato e fondato con C. Sinicco e M. Ponte la LIPS - Lega Italiana Poetry slam. Nel 2023, ha ideato e fondato con M. Dalla Valle. P. M. Manzalini e I. Monge la BIPO - Associazione Italiana Biblioterapia e Poesiaterapia, prima associazione di categoria. Ha fondato e dirige Poetry therapy Italia (2020), rivista di riferimento della Poesiaterapia italiana. Ha fondato e dirige (con Simona Cesana) PoesiaPresente – Scuola di Poesia (2020) performativa, scrittura poetica e poesiaterapia. www.domebulfaro.com

(Foto Dino Ignani)
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