Poetry Therapy Italia

01 marelli

“Quali parole curano?” fa parte di quelle domande che non sembrano avere risposte definitive, tuttavia nell’editoriale prendono forma alcune certezze e diversi pungoli, che poi ritroviamo scorrere in modo sotterraneo o in superficie lungo tutto il presente numero.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
(Da Antico Inverno, Salvatore Quasimodo)

Quali parole curano? Non chiedeteci di dare una risposta “che squadri da ogni lato” la domanda intorno alla quale è nato questo numero 7 di Poetry Therapy Italia. Si tratta di una domanda dall’animo troppo informe, che richiederebbe una risposta così vasta e articolata che certo non potrebbe risolversi con un solo (per quanto corposo) numero di rivista, figuriamoci con un editoriale. Tuttavia, anche se non abbiamo espresso “la formula che mondi possa aprirvi”, sia qui di seguito, sia nell’intero numero “qualche storta sillaba e secca come un ramo” siamo riusciti a formularla.

Le parole sono creature viventi

Dici una parola e pare che sia quasi niente, “Eppure colui che dice “sera” dice molto, / una parola da cui scorrono profondità e lutto / come miele greve da fave vuote”, così scrive il poeta austriaco Hugo von Hofmannsthal nella sua Ballata della vita apparente.
Le parole sono e hanno vite apparenti, nel senso che non potranno mai essere solo quel che appaiono. Le parole non valgono di per sé, perché sono mutanti che si modellano nel tempo e nella cultura in cui vengono emesse. Il filosofo Gorgia, nello spiegare quanto importante sia la parola, afferma: “La parola sta all’anima come la medicina al corpo”, un paragone che, individuando una connessione profonda tra parola e cura, dovrebbe suonare come monito a un uso responsabile delle parole.
La stessa parola può uscire dalla nostra bocca in forma di guanto vellutato o punta di freccia avvelenata, può contenere più semi di quanti ne abbia avuti fino a quel momento o essere svilita di qualsiasi senso. La parola vive di ciò che la nutriamo e non nutriamo: “Cercavano il miglio gli uccelli / ed erano subito di neve; così le parole” recita l’esergo di questo editoriale. Ma è davvero così effimera oltre che metamorfica la parola?
Ogni parola è figlia degli esseri umani e in quanto tale, nasce, si ammala e muore come gli esseri umani. “Le parole sono creature viventi” come ci ricorda lo psichiatra Eugenio Borgna, riprendendo sempre von Hofmannsthal e, in quanto tali, respirano e traspirano. E che cosa esse respirino e traspirino dipende da noi: da chi queste parole le mastica e soffia nell’etere o sulla carta, e da chi le beve, ingerisce e digerisce, sempre che non risultino indigeste.

Primo spartiacque: l’intenzione

Ogni parola, anche se solo pensata, è enérgeia, ovvero ‘forza in azione’, che si compone e si nutre di più energie – energia psichica, energia immaginifica, energia emotiva, energia fisica (e quindi sensoriale), energia spirituale. Il primo fondamentale passo per far sì che una parola sia curativa è trasformare le energie che la compongono in energia terapeutica. Affinché questo avvenga tutte le parole, siano esse scritte, dette o ascoltate, devono essere sempre guidate dall’intenzione di portare benessere al paziente.
Questo primo principio base è da tenersi sempre attivo in un percorso di poesiaterapia, perché utile a compiere un primo passo per discernere le parole che curano da quelle che non curano e perché utile a comprendere come usare queste parole nel migliore dei modi. L’intenzione però, per quanto rappresenti, in genere, il primo importante spartiacque, non basta da sola a determinare che una parola diventi curativa.  
Secondo il Buddhismo tutte le nostre azioni, non vivendo noi in un universo predeterminato, sono portatrici di effetti benefici o di sofferenza, per noi stessi e per quelli che ci sono vicino.
All’interno dell’ottuplice sentiero che porta al Nirvana - la cessazione di dukkha[1]– viene dal Buddhismo riservato un ruolo principale alla Retta Intenzione, necessaria per realizzare effetti salutari con il corpo, la parola e la mente e per evitare gli effetti non salutari. La Retta intenzione porta alla Retta Parola o Retto Discorso, che come spiega Walpola Rahula significa astenersi:

1) dal dire bugie;

2) dalla maldicenza, dalla calunnia e da tutte quelle parole che possono causare odio, inimicizia, disunione e disarmonia tra individui o gruppi di persone;

3) da tutti i linguaggi duri, brutali, maleducati, maliziosi o ingiuriosi;

4) dal pettegolezzo e dal chiacchiericcio futile, vano e sciocco.[2]

Sulla scorta di questi precetti morali vale la pena esplicitare almeno due considerazioni: 1– Come accade nella poesiaterapia, anche se i buddhisti consegnano alla retta intenzione e alla retta parola un ruolo cardine per la loro pratica spirituale, essa può però raggiungere il proprio massimo compimento solo se queste due rettitudini si relazionano alle altre sei diverse rettitudini dell'ottuoplice sentiero. 2– Certamente la poesia, se vuole evitare che questi valori buddhisti e le parole che li incarnano, non si ammantino di sterile retorica, perbenismo da bacchettoni ed estremismo, ogni volta che occorre, da un lato si devono saper prendere le dovute deroghe e licenze artistiche rispetto a questi insegnamenti morali, dall'altro bisogna sempre agire nella consapevolezza che si eviterebbe tanta sofferenza se muovessimo la nostra lingua secondo la "retta intenzione".
Circa la prima considerazione, ognuno di noi ha esperito più volte nella propria vita che non è detto che le buone intenzioni bastino per produrre del bene: non è detto portino quelle buone ricadute che speriamo, come non è detto che vengano comprese da chi ci ascolta o ci legge. Nel 2009 nell’operazione Leggere, con cura da me condotta insieme a Ivan Sirtori presso l'ospedale di Lecco, ricordo che fra le sette poesie distribuite nel reparto di ortopedia col fine di umanizzare la relazione degente-personale medico, ve ne era una, molto profonda e apparentemente innocua, dove era presente anche la parola mano. La poesia venne donata, ma fra i degenti c’era anche un nuovo ricoverato che aveva appena perso la mano in un incidente in moto. Purtroppo, bastò la sola presenza nel testo poetico di quella parola, per farlo arrabbiare e deprimere più di quanto già non lo fosse: le parole hanno in sé un potere taumaturgico o distruttivo inimmaginabile, per questo occorre maneggiarle con la massima cura e professionalità. Professionalità che passa, non a caso, dalla capacità di usare intenzionalmente e deontologicamente la poesia e altre forme letterarie, per la guarigione e la crescita delle persone, in consapevolezza e rispetto del sé e dell’altro da sé.

Valore dell’analogico nella poesiaterapia

L’intenzione nella relazione non va, quindi, disgiunta da altri fattori semantici paraverbali della parola-messaggio la quale vive, come abbiamo visto, in una perenne mutevolezza. Proprio questa condizione di estrema plasticità e molteplice interpretazione in cui versa la parola da quando nasce nell’emittente a quando viene, volente o nolente, introiettata in sé dal ricevente, ci induce ad adottare alcune accortezze affinché la parola risulti curativa, al di là del significato che trasporta. La prima, e forse più importante accortezza, è l’uso sapiente del tono della voce con cui le parole vengono pronunciate, poiché il tono stabilisce un primo basilare contatto emotivo con il ricevente.
Paola Perfetti, drammaterapeuta de Il Paese Ritrovato, in questo senso si esprime in modo chiaro e netto nell'intervista presente in questo numero: “la lettura con i residenti malati di Alzheimer richiede che ci siano costanti direttive analogiche: il contatto con gli occhi, lo sguardo, l'uso della voce, l’osservazione condivisa, il richiamo all’attenzione; tutto della lettura è finalizzato al loro benessere”, e ancora sempre in riferimento ai malati di Alzheimer, “leggo testi brevi, stando attenta al tono della voce e all’intenzione (il linguaggio analogico è importante più di qualsiasi parola)”.

Talvolta, circoscrivendo “l’analogico” alla sola parola, il tono della voce rappresenta con la musicalità della parola, l’unico contatto comunicativo con il ricevente, specie se non si conosce la lingua con cui si sta comunicando o non si comprende a fondo il testo. Ludwig Wittgenstein, filosofo del linguaggio, della mente e della matematica, disse: “la poesia di Trakl non la capisco. Però il suo tono mi rende felice. È il tono delle persone veramente geniali”.

Dove finiscono le parole inizia la poesia

Il poeta versa, come spesso accade a un lettore di fronte a un testo poetico, in un’analoga condizione di parziale incomprensione di quanto egli stia componendo, quasi come se la poesia accadesse all’insaputa di se stesso, come ci rivela Giorgio Vigolo:

Perciò una poesia
si scrive di soppiatto,
all’insaputa quasi di noi stessi;
è un contrabbando fatto sui confini
sorprendendo le scolte, è un furto sacro
in cui si rischia la dannazione
o il bacio divino.

Perché è vero che la poesia si fa con le parole, ma è anche vero che la poesia inizia nel non detto, dove finiscono le parole. Laddove non arrivano le parole arriva la poesia. Per far comprendere quale salto si compia quando si passa da un ascolto ordinario di una parola, usata in modo ordinario, a un ascolto straordinario di un uso poetico della parola, prendo a prestito le parole di Joyce Carol Oates, la più grande scrittrice di boxe, che descrive il passaggio da un incontro preliminare qualunque al “match del secolo”: “è come passare dall’ascolto, o ascolto distratto, di una chitarra strimpellata svogliatamente all’ascolto di un’esecuzione perfetta del Clavicembalo ben temperato di Bach. E questo fa parte del mistero della storia: succede così tanto, con una tale rapidità e prontezza mozzafiato, che è impossibile cogliere tutto. Si sa soltanto che sta succedendo qualcosa di profondo e che sta succedendo in un luogo al di là delle parole[3]. Le parole della poesia sono quelle che si giocano il “match del secolo”, sono quelle che fanno esplodere la massima potenza generativa da ogni minima sillaba.

Perché usare la poesia per curare

Il poeta è uno speleologo delle immensità nascoste nella parola ed è un uccello di fuoco che spicca il volo dalla terra delle parole per esplorare tutte le immensità nascoste fuori dalla parola. Ecco, allora, che emerge quanto la parola poetica sia una soglia; la parola quand'è poetica è limen: si differenzia da quella ordinariamente usata perché è liminale.
Uno forse sarebbe portato a pensare che parole come “anima”, “amore”, “libertà” siano poetiche mentre “spazzatura”, “transistor”, “depressione” non lo siano, ma non è così. Non esiste nessuna parola “poetica” a priori. Sono i poeti, in quanto medici, coltivatori e manutentori delle parole, nonché spesso i loro più fervidi inventori, a renderle poetiche. Una parola diventa poetica se il suo non detto genera poesia, diventa poetica per come viene adottata, per come viene scavata, trattata, foggiata, trasformata, mutata, detta, vestita, spogliata… e si rivela parola poetica per come ci veste, ci spoglia, ci mette a nudo, ci scava, tratta, foggia, trasforma, ci muta, detta, riveste… La parola ha una plasticità, figlia della plasticità del nostro corpo e del cervello che giunge a pensarla. Così come noi concepiamo e modelliamo le parole, allo stesso modo, una volta concepite, le parole ci abitano e modellano.
Dunque, il poetaterapeuta che usa solitamente come proprio strumento privilegiato la poesia, si trova in una posizione privilegiata poiché lavora con parole scelte con cura dal poeta, e quindi curate, bonificate e tolte dalla palude dell’ordinarietà. La poesia, composta da parole vivificate e rigenerate, anche energeticamente, almeno nel suo stadio di partenza, risulta sana e creativamente fertile, e, quindi, materia prima ideale con la quale avviare una relazione di cura.

La parola che previene

Tutte le parole, che siano incluse in una poesia o meno, sono “verba manent” perché, parafrasando e rovesciando l’antica locuzione latina, vanno a “scriversi” nel corpo di chi le riceve (emittente compreso, poiché mentre egli dice si ascolta), per poi di solito sciogliersi come inchiostro che evapora alla luce del sole. Ogni corpo ha pagine così stratificate e infinite che potremmo, stando in questa metafora, leggere ogni persona come una Biblioteca vivente di 500.000 anni. In alcuni particolari casi le energie delle parole, specie se traumatiche, continuano ad agire in punti del corpo e/o in circostanze precise, come una cicatrice che torna a far male con il cambio di stagione, come un calcolo ai reni, una pallottola non estratta perché troppo vicina al cuore.
Dunque, di nuovo torniamo a domandarci “quali parole curano?” Le parole che curano sono quelle che vengono scritte, dette, ma anche ascoltate con la massima cura, attenzione, responsabilità. Le parole che curano poi non sono solamente quelle che, scegliendole, portano alla massima consapevolezza, ma anche quelle alle quali impari a rinunciare con la massima consapevolezza.
Le parole dette e non dette con cura, almeno nelle relazioni ordinarie, svolgono un’ottima prevenzione primaria. Il proverbio di contare fino a dieci prima di parlare, ci aiuterebbe a risolverebbe a monte molte situazioni spiacevoli in cui tutti i giorni, puntualmente, incappiamo, dato l’uso ipertrofico delle parole che caratterizza questa nostra epoca.
A questa prima azione di prevenzione, entrando più nel mondo proprio della cura, Lucia Giudetti Quarta della Fondazione Giancarlo Quarta, dedicata alle relazioni di cura nelle malattie gravi, nell’intervista pubblicata nel libro Anche le parole curano, disegna un altro degli orizzonti in cui si devono muovere le parole in medicina: “la parola di un medico, quando esercita la sua funzione, è uno strumento del suo armamentario, è proprio come un bisturi. Va usata con la massima precauzione, perché può provocare danni seri, talvolta irreversibili. D’altro canto, l’ascolto e la parola sono medicina, accompagnano e integrano la pratica clinica e, anche se la prudenza è d’obbligo, curano.[4]. Va aggiunto, inoltre, come, grazie a numerose ricerche scientifiche in ambito medico che lo hanno dimostrato, le parole siano il primo farmaco che medico e infermieri somministrano ogni giorno e come queste parole influenzino le successive fasi diagnostiche e terapeutiche, concorrendo, ad esempio, a modificare sia la risposta dei pazienti agli stimoli dolorosi, sia le aspettative positive sull’assunzione dei farmaci, migliorandone gli effetti analgesici[5].
Non a caso, Rita Charon, medico e studiosa di letteratura, fondatrice e direttrice esecutiva del programma di Medicina narrativa presso la Columbia University, afferma che “il cuore della medicina è la relazione. Ci sono molti ostacoli: il professionista potrebbe non essere abbastanza acuto, comprensivo, fantasioso; il paziente potrebbe non essere abbastanza fiducioso, coraggioso, ricettivo. Eppure, è da questo incontro posto sotto infausti auspici che deriva tutto il potere della cura[6].

Occorre essere sempre consapevoli e vigili sul fatto che ogni parola emessa, che sia di senso compiuto o meno, in quanto sequenza fonemica, corrisponde a un gesto vocale, al di là che poi sia esso codificato in una lingua o meno. Questo significa che un essere umano, che si relaziona con un altro essere tramite le parole, compie dei gesti, anche se di natura vocale, nei confronti dell’altro. E questi gesti in forma di parola – come anni di poesiaterapia studiata e praticata sul campo mi insegnano – pur seguendo delle regole generali di cui bisogna conoscere indicazioni e controindicazioni, non vanno bene di per sé. Le parole vanno scelte a seconda della persona e del gruppo che hai di fronte, in quel dato momento e contesto. Le stesse parole dette a una persona possono portare benefici, mentre dette a un’altra possono risultare dannose. Questo ancora di più ci fa apprezzare le parole della Charon e ci fa capirei quanto sia importante che le parole agiscano in un campo emotivo protetto, empatico, all’interno di una relazione di profonda fiducia.

Non tutte le parole “poetiche” curano

La poesia in generale è per sua natura terapeutica, ma come abbiamo già compreso con “la poesia della mano” di Leggere, con cura, non tutte le parole e versi che compongono una poesia sono terapeutiche a priori; e anche quando potenzialmente potrebbero esserlo non è detto che risultino effettivamente terapeutici per quel gruppo di persone o per quella data persona. Tanto è vero che più volte mi è capitato di affermare che in poesiaterapia la migliore poesia non è necessariamente quella più bella ma quella che più ti fa bene.
A maggior ragione non dobbiamo dimenticare che le parole sono ambigue: sono oggetti anche se non lo sono. Non solo quelle “concrete” come coltello, pietra, cartello... ma anche quelle “astratte” come libertà, speranza, vendetta.... è la fisicità delle parole a renderle oggetti accomodanti, contundenti, vellutati, giovani, vecchi, neonati... e comunque sia le parole anche quando dicono tutta la verità mentono. Se, ad esempio, pronuncio la parola “mento”, quanto dico lo verità e quanto mento?
Umberto Fiori ha risposto a questa domanda, componendo una lettera dopo l’altra, una poesia:

Mento[7]
Se qualcuno per strada
mi grida: “Che cos’hai detto?”,
ferma la moto, scende, mi corre incontro,
mi branca per il colletto,
vuol dire che non cadono nel vuoto
quando uno le dice, le parole:
da qualche parte si sentono.
Mi si vede: non sono trasparente.
Non sono solo, se le mie testate
trovano un mento. Se la faccia fa male
e i denti sanno di sangue
allora è vero: c’è un posto
dove tutti siamo presenti.
E’ lì che ogni momento
io vi aspetto.

La poesia di Fiori, non fa sconti, è come la realtà: nuda e cruda. Ed è proprio la concretezza di questi suoi versi a garantirci che davvero “c’è un posto / dove tutti siamo presenti”. C’è un posto in ognuno di noi puro e incontaminato, incorruttibile; lì transita il fiume della poesia.
Ed è lì che anche il poetaterapeuta torna ogni volta che teme di smarrirsi, cercando la forza dentro di sé e nei suoi predecessori. Jack Leedy (1921-2004), psichiatra, autore del libro fondativo Poetry Therapy: The Use of Poetry in the Treatment of Emotional Disorders (1969), è consapevole del ruolo strategico che il ritmo proprio di una parola o di una sequenza di più parole può giocare all’interno di un percorso di poesiaterapia. La semplice figura retorica della ripetizione, ad esempio – dice Leedy – permette di ottenere l’effetto immediato di sottolineare l’importanza di un termine o di un concetto, conferisce ritmo incalzante e martellante, crea richiami tra i versi, avvia un processo di condivisione.

Via Poetry Therapy Italia, numero 7

Questo numero 7, non a caso, pone il focus su alcuni pionieri: da Peggy Osna Heller esponente storica della Poetry Therapy americana – introdotta e divulgata in Italia da Antonella Zagaroli – a figure di riferimento per la nascita della poesiaterapia italiana, come Vezio Ruggieri (scritto da Della Giovampaola e Marciano), Pino Bartalotta e Antonio Bertoli, i quali meriterebbero, con la stessa Zagaroli e altre ancora, numeri monografici per quello che di significativo hanno seminato nel corso della loro luminosa vita.
Insieme a questi fari degli anni Novanta/Duemila, nella sezione Esperienze e Teorie, si raccontano percorsi significativi sul rapporto parola-cura, esplorando le relazioni tra poesia e terapia familiare (Papp), un racconto autobiografico di auto-aiuto attraverso la parola (Gioia), la Mindfulness (De Santis), Cromoterapia (De Bon), Scuola (Ziliani, Fiorenza), in particolare si coagulano più articoli intorno alle ricerche sull’uso dello haiku in ambito poetico-terapeutico (Marucci, Davoli) e sulla cura della malattia dell’Alzheimer (Perfetti, Bulfaro, Palumbo).
Continua nelle ultime due sezioni della rivista il lavoro di valorizzazione di libri ed esperienza attigue alla poesiaterapia che possono offrire spostamenti di sguardo: come accade nell’Amuleto (Grutt), Il filo srotolato (Grisoni, Treccani) o Manuale d’Incanto (Di Consoli, Sormani Valli) che indagano e narrano in modo diverso il potere di guarigione della poesia; o come accade in Vivere la Paura, libro scritto a quattro mani da Elisa Veronesi e Paolo Maria Manzalini dove ci si addentra su quanto sia importante non rimuovere la paura, ma attraversarla facendo crescere dentro di sé fiducia, sicurezza, coraggio e consapevolezza; come accade nell’intervista a Valeria Rossi, autrice che dalla canzone “Tre parole” a oggi ha condotto un percorso interiore nella relazione con l’altro; come accade con Arte in un click: trova le differenze in cui opere d’arte note, fotografia e letteratura convergono in un’operazione di cura della disabilità ad opera dell’arteterapeuta Valentina Selini.
Chiude il numero un articolo che invece vuole ribaltare il punto di vista di come di solito viene letta la boxe. Lo facciamo raccontandovi l’importantissimo lavoro di prevenzione e cura sociale che l’ex campione italiano di boxe, Renato De Donato, svolge nel quartiere di Viale Padova a Milano con la sua Heracles Gymnasium, palestra di boxe ispirata alla grecia classica. Pugilato, filosofia, letteratura, tracciano in questo quadrato di periferia di De Donato, numerosi punti di intersezione, all'insegna di quella ossimorica “pratica civilmente selvaggia” che è la boxe.
Poesia e pugilato si direbbero così distanti, ma come ho scritto sulla rivista La Balena Bianca[8], con parole diverse la poesia si fa come la boxe: a mani nude e a voce nuda. Anche quando si infilano i guantoni e il paradenti, anche quando si afferra una matita o un microfono durante un poetry slam, la poesia e la boxe restano sostanzialmente due arti della nudità.
In un angolo ci sei tu, con tutto quello il tuo corpo avrebbe da dire, e all’angolo opposto ti fronteggia il tuo “io-ombra” (Joyce Carol Oates), entrambi con quella dannata paura di non avere tutte le parole che servirebbero per crescere.

[1]È vero che la parola pāli dukkha (o in sanscrito duhkha) nel senso ordinario significa ‘sofferenza’, ‘tormento’, ‘dolore’ o ‘miseria’, come opposto della parola sukha che significa felicità’, ‘piacere’ o ‘tranquillità’. Ma il termine dukkha come Prima Nobile Verità, che rappresenta il punto di vista del Buddha sulla vita e sul mondo, ha un significato filosofico più profondo e un senso enormemente più ampio. Ammettiamo che il termine dukkha nella Prima Nobile Verità contenga, abbastanza ovviamente, il significato ordinario di ‘sofferenza’, ma include anche idee più profonde come quelle di ‘imperfezione’, ‘impermanenza’, ‘vacuità’, ‘insostanzialità’. Quindi è difficile trovare un vocabolo che comprenda tutti i concetti racchiusi nel termine dukkha in quanto Prima Nobile Verità e pertanto è meglio non tradurlo piuttosto che fornire un’idea sbagliata e inadeguata traducendolo con ‘sofferenza’ o ‘dolore’.” Rahula Walpola, L'insegnamento del Buddha, Edizioni Paramita, pagg. 21-22.

[2] Rahula Walpola, L'insegnamento del Buddha, Edizioni Paramita, pag. 42

[3] Oates Joyce Carol, Sulla boxe, Edizioni 66THAND2ND, Roma, 2015, pag. 20

[4] Giudetti Quarta Lucia e Pampallona Allan, Le parole che curano, in “In cammino sul sentiero del cambiamento.Intervista con Lucia Giudetti Quarta” di Giuseppe Ceretti, Ed. Fondazione Giancarlo Quarta, 2014, Milano, Pag. 34.

[5] Come hanno evidenziato nel volume, Giuseppe Ceretti, Alan Pampallona e Eugenio Borgna, quest’ultimo prefatore di questo libro.

[6] Charon Rita, Medicina narrativa. Onorare le storie dei pazienti. Raffaello Cortina Editore, 2019, Milano, pag. 47.

[7] Fiori Umberto, da La bella vista, Marcos y Marcos, Milano, 2002

[8] La Balena Bianca: https://www.labalenabianca.com/2022/03/01/dome-bulfaro-boxe-poesia/

 


 

Dome Bulfaro Foto Dino Ignani Rimini 2016Dome Bulfaro (1971), poeta, performer, editore, è uno degli autori italiani più attivi nel divulgare e promuovere la poesia performativa e la poetry therapy. È stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura per rappresentare la poesia italiana in Scozia (2009), Australia (2012) e Brasile (2014). Ha formato e dirige artisticamente il gruppo di ricerca Mille Gru di Monza (2006), poi costituitosi in associazione (2007), casa editrice (2008) e gruppo curatore della rivista Poetry therapy Italia (2020). Ha fondato con Simona Cesana PoesiaPresente LAB, scuola di poesia (2020), sempre gestita da Mille Gru. Ha ideato, cofondato ed è stato Presidente della LIPS, Lega italiana poetry slam. Come critico e studioso ha pubblicato Guida liquida al Poetry slam (Agenzia X, 2016) e ha tradotto con Sara Rossetti Poetry Therapy. Teoria e pratica di Nicholas Mazza (Mille Gru, 2019). Le sue pratiche di poesia terapia si sono sviluppate dal 2009 in Italia e all’estero, negli ospedali di Lecco, Milano, Lugano, il Coesit di Melbourne, in collaborazione con l’Hospice di Monza e presso altri enti. (Foto Dino Ignani)
» La sua scheda personale.