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Poetry Therapy Italia

38 marelli

Teodora Mastrototaro fin da bambina ha amato la poesia e gli animali. La scrittura le ha fatto comprendere la differenza tra amore e rispetto e quanto quest’ultimo sia più importante. Ha capito che gli animali hanno i nostri stessi diritti e che non basta amarli, non è sufficiente per la loro vita. Ha deciso così di usare quella scrittura che l’ha curata per diffondere il messaggio di liberazione animale. Per lei è stato un percorso, anche di liberazione da se stessa.

Benvenuti in questa stanza, la camera di una bimba che ancora non sapeva cosa fosse la poesia ma già scriveva, e che conosceva a memoria tutte le orme dei cani. Una bambina grassottella, con la frangetta e il caschetto e gli occhiali, quelli con la montatura quadrata tipici degli anni ‘80. La montatura rigorosamente di plastica “ancora la bambina cade e si sfregia”, diceva l’oculista a mia madre. Una bambina che scriveva e amava tanto gli animali, tanto da trascorrere le sue giornate tra enciclopedie e album di figurine per collezionare la natura e i suoi meravigliosi abitanti. Benvenuti nella stanza dove sono cresciuta con una penna in mano e il peluche di un coniglio dal pelo azzurro, tra le braccia.

Amore e rispetto però non sempre combaciano, anzi. Spesso l’amore prende le forme di un oggetto che ci somiglia troppo. È da poco, solo sei anni, che quella bambina che amava gli animali, ha imparato a rispettarli. Un cambiamento esploso nella scrittura. Sì, la scrittura mi ha fatto guarire dall’amore in direzione del riconoscimento e rispetto dell’Altro non umano, del vivente animale nella sua singolarità.
Poesia e animali per me sono punti di riferimento importanti.
Le due facce di un nastro che percorro incessantemente. La bimba è diventata adolescente, giovane, adulta e i passi, le orme sempre lì. Sì, ho fatto molto altro ma sempre con loro.

Poesia e animali. Side A, side B. Lettere o Medicina Veterinaria? Animali, senza alcun dubbio. Prendersi cura... quel che pensavo fosse amore. Potevo sempre scrivere. Non ho mai smesso di scrivere, poesia. Andando a capo, mi è sempre venuto molto naturale “andare a capo” dopo che un’immagine o un suo frammento prendeva forma sui fogli. Credo che la poesia sia una vocazione che difficilmente può restare inascoltata. Una disposizione a ricevere che è totalizzante, che non ti fa scegliere la convenienza; è una pratica della dissipazione. L’importante è avere sempre dietro i mezzi di registrazione – un quaderno, una penna – altrimenti l’ascolto rischi di perderlo.
Custodisco gelosamente i miei primi quaderni come tutti gli altri, anche i più recenti. C’è chi conserva fotografie, io poesie. Invece di rivedermi nel volto e nell’età del passato, sono i versi che sono stati e che continuano ad essere a tracciare quel volto confuso così simile al mio.

Ma esisterà / un’altra vita / dopo la poesia?

così apro il mio primo libro dal titolo Afona del tuo nome (ed. La Vallisa) pubblicato tredici anni fa, e dopo tredici anni la risposta è sempre la stessa: no! E sei anni fa la poesia mi ha guarito, sì, mi ha fatto guarire dall’amore.

Sei anni fa. Negli anni precedenti la bambina, l’adolescente, l’adulta amava gli animali ma lo faceva mettendo nel piatto a pranzo e a cena pezzi morti di quei meravigliosi esseri che tanto le piacevano. Un bel piatto di pollo al forno con le patate (adoro le patate!). La parte che più mi piaceva era la pelle, così croccante, così saporita. Un bel panino con la mortadella, o meglio, da pugliese, un bel pezzo di focaccia calda con mortadella e provola. Che profumo! E, sempre da pugliese, le orecchiette con le cime di rapa e le acciughe, l’ottava meraviglia del mondo! E cosa ti mangi, dicono da noi! E cosa mangiavo? Mangiavo animali. L’amore per loro non aveva rispetto per le loro vite, per il loro sistema nervoso che frenetico invia impulsi di dolore e terrore per i nostri palati, vestiti, per le nostre cure. Tutto per noi, mentre abbiamo detto che la poesia è una pratica della dissipazione, è felicemente in perdita. Meglio, la poesia non ha nulla a che fare con l’amore e i suoi personalismi (non dovrebbe), ha a che fare col rispetto. Ogni verso abbraccia e se ne va, non pretende nulla, non dà amore, si affaccia per saperci.
La poesia (e il teatro che verso i vent’anni m’ha rapita, senza riscatto).

Partiamo da vicino. La molla finale del mio cambiamento è stato il libro di poesia Legati i maiali (Marco Saya Edizioni – Collana Sottotraccia, ottobre 2020). Un libro dalla lunga gestazione nato nei pressi di un mattatoio. Facendo un po’ l’ingenua mi meraviglio sempre come possano esistere nell’indifferenza luoghi di tortura e sterminio come i mattatoi... Mattatoio, carro bestiame, allevamento intensivo, dentro tutti questi luoghi ma anche in una gabbia dalla quale non volevo più uscire. Tutto ha avuto inizio con lo spettacolo teatrale Inumanimal (2015), azioni che tematizzano il viaggio nei carri bestiame. Questo viaggio è diventato un percorso che mi ha permesso di attraversare l’inferno dell’olocausto animale con un’empatia mai provata prima. Io ero al sicuro a differenza loro, ma qualcosa si è rotto definitivamente. Tutte quelle stronzate, l’uomo buono, il progresso, l’amore.

Inumanimal è uno spettacolo che affronta il tema dello sfruttamento degli animali da parte dell’uomo. L’incontro con le figure responsabili dello sfruttamento stesso in alcuni dei luoghi di coercizione dove sono costretti a vivere. La loro sofferenza, la finalità produttiva a cui sono destinati questi esseri, considerati come macchine vantaggiose per soddisfare le richieste del mercato. Un viaggio che si chiude nel macello (blog La macchina sognante – Un’ora nel carro bestiame). Qui comparvero per la prima volta una parte dei testi che sono poi diventati Legati i maiali. Inumanimal mi ha permesso per la prima volta di avvicinarmi a quella sofferenza incalcolabile ed inesprimibile. Così sono uscita dalla mia comfort zone di usi, consumi e tradizioni. Le azioni compiute nello spettacolo, nelle varie date, mi hanno cambiato totalmente la vita. Che diritto ho io di mandare a morte un essere che ha lo stesso mio diritto di vivere? Non dimenticherò mai le parole di un giornalista venuto ad assistere allo spettacolo, le ho in mente da anni: “Da ora in poi per me sarà più difficile fare la spesa”.

Credo fortemente che le espressioni artistiche, dalla performance alla musica, dalla scrittura al teatro, siano mezzi importanti per la diffusione della sensibilità antispecista. Gli artisti devono impegnarsi in questa lotta – la lotta antispecista. L’attivismo artistico fa sì che ogni soggettività possa portare nelle creazioni questa prospettiva di liberazione, con l’obiettivo di una trasformazione etica. Il messaggio veicolato dall’arte è e rimane una sfida al conformismo culturale e soprattutto è – e resta – un’urgenza. Per questo dopo Inumanimal ho continuato a portare in scena la sofferenza degli animali. Tra i vari lavori, Rape Rack – asse da stupro, Versi e canti da Inumanimal, Della specie – tra ideologia e stronzate, 40.000 i corpi. Il racconto Il Mattatoio, pubblicato sulla rivistaMenelique”, e il monologo Lettera a mia madre, pubblicato all’interno del libro Difendi il pianeta a tavola. Mi sono ritrovata a scoppiare a piangere spesso alla fine di uno spettacolo e pensavo: – che diritto ho io di far piangere un altro essere? Perché? –

Dopo il debutto di Inumanimal ho iniziato a fare attivismo. L’attivismo è una pratica sfiancate e al contempo entusiasmante, perché quando fai qualcosa in comune doni te stesso, è come perdersi finalmente in un gesto unico, che può avere diversi gradi di efficacia e legalità. Prima di spostarmi a Roma ho collaborato a diverse iniziative; le prime che mi hanno scosso particolarmente sono stati i sit-in di protesta pacifica davanti ai mattatoi. Andavamo alle sei del mattino, e il fiato si paralizzava vedendo quei carri bestiame che entravano pieni e uscivano vuoti. Ore e ore di video rubati dagli attivisti ci avevano già mostrato cosa accadeva realmente in quei luoghi: a ogni carro che entrava partiva la proiezione dei filmati dietro le nostre palpebre; ad un passo dall’orrore ascoltavamo il levarsi delle grida degli animali dalle pareti del macello, il frastuono dei macchinari della morte; sapevamo perfettamente cosa stava accadendo lì dentro, e sentivamo il dolore e la rabbia. Ma raccontarsi fandonie è la strategia ufficiale perché le cose restino uguali.

Gli occhi dei deportati sono l’unica zona
visibile attraverso le lastre del carro bestiame.
Il cielo si fa strada dove trema il sole
tra quei volti tanto densi da sprofondare
l’ultimo spazio.
Sul retro Trasporto Animali Vivi,
i fanali anteriori tendono al cancello di entrata,
i maiali stipati spingono il muso che penetra il culo
di un compagno, il culo appesta l’aria per la paura.
Il cielo è di un rosso sventrato.
Gli animali scendono nella zona di scarico del mattatoio,
l’ultimo annusa l’aria che puzza di carne,
riconosce l’odore di chi lo aveva stuprato.

Ho scelto la poesia perché la poesia lavora per immagini. Quelle immagini censurate, con i mattatoi fuori dai paesi, tra spesse mura mentre ovunque vige la retorica degli animali allevati felici. Stiamo parlando sempre di schiavitù, di stupro e di olocausto; di questo si tratta. Si tratta di animali che nascono negli allevamenti e che muoiono dentro i mattatoi, per quello che tutti i bravi cristiani chiamano un “peccato” di gola. Non amano il prossimo, amano solo se stessi.

La carcassa degli animali allevati cruelty free
ha il sangue di un rosso acceso
al tatto è soda ed elastica,
i muscoli sono teneri, la grana finissima,
ed è coperta da uno spesso strato di mezzatura.
Lo scuoiatore la chiama
La Carne Felice
.

Nella seconda parte del libro si afferma l’olocausto e l’innocenza animale.

Ci sono storie di bovini
che cercano di scappare
infilando la testa sotto le grate rimanendo incastrati.
Ci sono poi storie
di liberazione degli animali
quando l’unico modo
per salvargli la vita
è mozzargli la testa
mentre sono lì
ancora in vita.

Il libro è infatti diviso in due parti: una in cui parlano gli animali, l’altra in cui parlano i loro carnefici, così ho indossato anche questi panni. E mi sono sentita male. Sono stata anche uno storditore.

Lo storditore punta la pistola
all’altezza della macchia a forma di stella
sulla fronte del cavallo in fila.
L’occhio che schizza dalla cavità orbitale
lascia una scia luminosa di plasma
visibile per pochi secondi.
La stella è diventata una cometa.
Lo storditore esprime un desiderio
ammirando
quel corpo celeste morente
che attraversa un pezzo di cielo.

Legati i maiali è uno strumento più che un’opera, sento che qualcosa potrà andare meglio, prima o poi. Forse c’è anche un aspetto più intimo, simbolico, quello del pianto, del rendere degni di sepoltura altri esseri viventi che non sono mai riconosciuti, che vivono nell’estraneità finché s’avvia la giostra della tortura e della morte. Mai un calo di corrente, la produzione procede.

Esposti i corpi nel banco frigo:
Bollo Sanitario, Peso Netto, Specie, Taglio, Lotto.
Nessun animale che sia degno di lutto.

L’urlo che si leva nel libro spero trovi orecchie, di quelle belle collegate ai cervelli, perché la poesia è così, fragile quanto potente, l’impatto sul lettore può essere sorprendente, come quando mi hanno scritto: “ho letto il libro, poi ho smesso di mangiare carne”.
Più di una persona me lo ha testimoniato, ed è stato il dono più bello. Mi piace pensare che queste perone siano state curate dalla poesia, sì, curate. Come lo sono stata io.
Ah, dimenticavo, mi chiamo Teodora. Teodora Mastrototaro. Lasciai Medicina Veterinaria per studiare Scienze Zootecniche perché… “amavo” i grossi animali ma non li “rispettavo”. Non ho mai lavorato nel mio campo e sono diventata vegana, vegana e antispecista e prima di tutto rispetto tutti gli animali.

http://www.ildolcedomani.com/2020/12/legati-i-maiali-di-teodora-mastrototaro.html

https://www.labalenabianca.com/2020/12/15/mastrototaro-maiali/

https://www.dinamopress.it/news/sepolta-insieme-ancora-viva-legati-maiali-teodora-mastrototaro/?fbclid=IwAR0rMoIGaGfj2iydcE9VZ9O8q5mLtHIh0hVWxEiH9An84XNE70bpXIq0KgQ

 


Mastrototaro Teodora Foto

Teodora Mastrototaro, drammaturga e poetessa. Esordisce con la raccolta Afona del tuo nome (La Vallisa, 2009), tradotta dal poeta americano Jack Hirschman con il titolo Can’t voice your name (CC. Marimbo, 2010).
La sua ultima pubblicazione è Legati i maiali (Marco Saya, 2020), finalista al premio Arcipelago Itaca - sezione Raccolte Inedite, Vince il Premio Speciale Del Presidente Di Giuria al concorso Bologna In Lettere 2021, Segnalazione al premio di poesia e prosa Lorenzo Montano 2021. 

» La sua scheda personale.