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Poetry Therapy Italia

casiraghy 31

Questa intervista a Marisa Brecciaroli, una delle maggiori teoriche e sperimentatrici della poesiaterapia, esplora la possibilità di rendere comunicanti, attraverso la poesia, dimensioni complementari dell’esperienza umana, benché apparentemente contrapposte. 

Marisa Brecciaroli ci dà appuntamento nella sua casa in Bergamo ma ci mostra prima lo studio dove crea. È un spazio luminoso di vetrate e oggetti che hanno un fascino consolidato. Non mancano le piante, negli interni, ma anche nel giardino di alberi secolari dove lei orgogliosa ci mostra delle canne grandi e slanciate verso il cielo. Sono piante alle quali è affezionata, lo si capisce da come ce ne parla e se ne ha conferma quando con un tono divertito e stupefatto ci spiega che hanno una rapidità iniziale incredibile nella crescita: spuntano, con diametro, o già grande, o permanentemente piccolo e il giorno dopo sono già ad arrampicarsi verso il cielo. Ma soprattutto, ciò che la colpisce è la straordinaria capacità delle canne di flettersi parallelamente alla terra quando la neve le piega fin lì, e poi, senza spezzarsi, risalire in alto. Ci vede un insegnamento per noi umani ad essere "flessibili". La prima parte del nostro incontro si rivela essere un preambolo a una sorpresa: noi siamo lì per farle un’intervista ma lei ha già organizzato a sua volta un’intervista a noi intervistatori! Così ci raggiunge una giornalista dell’Eco di Bergamo che raccoglierà informazioni su Mille Gru, PoesiaPresente LAB e la rivista stessa. Trascorriamo un pomeriggio e una serata nei quali i ruoli si scambiano: la conversazione è fluida e ricca di direzioni impreviste. Difficile farci stare tutto nelle battute previste, ma gli incontri più ricchi sono così, non si prestano alla esaustività. Noi siamo venuti perché Marisa Brecciaroli è a tutti gli effetti una delle pioniere italiane dei percorsi di Poetry Therapy.

Lei stessa ce lo conferma: “alcune fra le mie prime esperienze di Poetry Therapy le ho realizzate con uno strumento passatomi da Antonella Zagaroli ed eravamo negli anni Novanta, credo nel 1996. Mentre quello che io ho sperimentato, sia prima, sia dopo il ’96, era su un altro filone di ricerca personale, non di derivazione dalla scuola americana. Già allora privilegiavo lavori affacciati sul versante di "integrazione" fra approcci di tipo psicologico-psicoanalitico e di tipo musicoterapico-fonosimbolico. In che modo? Nel senso che promuovevo un allenamento, nelle letture dei testi poetici e musicali, ad osservare di più il significante, considerato come spia preferenziale anche delle parti preconsce e inconsce”.

E quindi ci racconta dell’esplorazione dei testi e delle loro eloquenti mutazioni formali nel tempo, specchio del ‘percorso’ interiore dei corsisti. Ma soprattutto ci parla dell’imprinting che in lei ha avuto la Scuola di Musicoterapia vista come base insostituibile, per gli aspetti teorici sottostanti alle varie artiterapie, e quindi anche alla poesiaterapia . Così pure parlando della creatività ci tiene a sottolineare come, tanto nel contesto della musica quanto in quello della poesia: “quello che avviene, nella creazione di un testo poetico, è l’esperienza di un dono ricevuto e poi…ridonato. Questo evento, da un punto di vista interiore, porta a esplorare dimensioni anche spirituali. In questo modo si può integrare l’approccio psicoanalitico con quello della psicosintesi che ha in sé questa dimensione anche spirituale e quindi, se il conduttore del gruppo ha una formazione multipla e ampia, può fare un'integrazione a trecentosessanta gradi andando dalla psicologia alla psicoanalisi, alla psicosintesi, per arrivare non solo all’inconscio o al preconscio ma anche al sovraconscio”. Durante tutto il confronto i riferimenti continui all’ambito della musicoterapia non sono mai mancati. Anche parlando dell’isoprincipio, che nella pratica della Poetry Therapy è considerato da molti un elemento di vera ortodossia, lei sottolinea come anche i musicoterapeuti si fondano sullo stesso principio teorico in base al quale bisogna mettersi nell’ascolto delle modalità di espressione musicale della persona che si ha di fronte, per arrivare a quello che è un vero e proprio rispecchiamento. E questo aspetto fondante della teoria dell’ISO deriva dal padre della Musicoterapia: Roland Benenzon.

Poi dai riferimenti ai percorsi individuali e ai presupposti teorici siamo passati alle domande sulla produzione poetica di Marisa Brecciaroli.

Bulfaro: Volevo chiederti del rapporto con i padri, perché ci sono continue citazioni e riferimenti a letterati e artisti nei tuoi libri. Ci sono anche poesie dedicate a grandi autori: quindi c'è una costante attenzione verso l'altro in particolare verso chi ti ha preceduta e ti ha insegnato qualcosa su cui poi tu hai reagito. Quindi, volevo capire il tipo di relazione che senti con questi padri.

Brecciaroli: Mi ha colpito molto il fatto che tu li hai chiamati padri, dato che il tema del padre in realtà per me non solo è importante ma è… grave perché il mio l'ho perso a due anni e mezzo. C'è anche una poesia in fondo a Trasparenze titolata Preghiera in cui io parlo con questo padre e di cui ora mi torna in memoria la sua chiusa, proprio perché lì si manifesta una specie di profondo legame con lui in quanto assente e quindi una specie di mia appartenenza alla dimensione della morte. Te la recito

O Padre, se mi attendi e vuoi davvero
farmi da padre almeno da lontano,
prendi per mano la mia poesia
che giunga alle soglie della morte
dove risiede la mia vita ‘mia’. 

E così sia.

E così… ora mi sento di ringraziarti perché hai favorito un mio passo ulteriore di consapevolezza su una delle origini di quell’abbondanza di citazioni e di esergo che tu hai acutamente notato e sentito come… paterni!
Insomma ora vedo anche questa inconsapevole ricerca di padri di un altro tipo, perché, non avendo avuto quello in carne ed ossa, avrò cercato dei padri per il pensiero… infatti più spesso non sono poeti, ma filosofi, pensatori, scienziati, specie nel mio primo libretto… autori come Foucault, Barthes, Frye, Fornari, Sapir… quindi contrapposti, come genere di scrittura, alla poesia, che invece per me appartiene al lunare, al femminile. C'è anche da dire che quel mio primo libretto, arrivato finalista al Premio Montale, aveva addirittura una pagina a sinistra solo con citazioni, a volte anche corpose, e poi sul lato destro c'era la mia poesia. Erano tutte poesie ispirate dal tema del ‘linguaggio’… e vedi, trovo che anche in questo tema c’è qualcosa di paterno, oserei dire ‘virile’. In questa impostazione a specchio cercavo una specie di raffigurazione ‘visiva’ della collettività di esplorazione di una delle più profonde radici dell’animo umano: il linguaggio, appunto. Le poesie erano scritte quasi “sotto dettatura”, nel senso che io allora ero molto più connessa con energie collettive…(o cosmiche?) e il linguaggio in quanto tale mi ispirava, come un altro si ispira, che ne so, al tramonto o a qualunque altro tema che sembri poetico. Più che una domanda, la tua, per me è stata una suggestione maieutica per ricucire e rivedere questo aspetto del paterno che può essere la radice della mia dimensione anche filosofica.

Manzalini: La parola serve alla speculazione, la parola serve al linguaggio scientifico; però la parola ci aiuta… Quando la parola ci aiuta? Quando smette di essere strumento della filosofia o strumento della esplicazione? Quand'è che la parola diventa strumento di aiuto, di cura?

Brecciaroli: La parola, per me, è di cura quando dentro la parola, in chi la dice, c'è una sostanza energetica, di connessione profonda, intima, con l'altro. Dire empatia è un po' poco, penso a qualcosa in più… è quando c'è quella vicinanza che si fa sentire anche senza dire ‘ti sono vicino’. In altre parole non è tanto cosa dici, ma il come la dici: se quel “come” corrisponde a uno stato interiore di prossimità autentica all’altro, allora secondo me è questo che cura. È un tipo di energia.
Poi, c’è la cura della parola poetica, con le sue modalità linguistiche, che favoriscono un’alchimia fra la dimensione vigile-conscia-razionale, e quella preconscia-inconscia-sopraconscia, oltre a facilitare una integrazione fra lato emozionale e lato logico. Queste integrazioni portano a un’esperienza di inconsueta completezza del Sé… e questo fatto è già di per sé curativo… Oppure, in altri casi, avviene uno svelamento e una riparazione di ferite emotive più o meno rimosse, e, per ciò stesso, più ‘attive’ nel creare problemi emotivi e comportamentali…

Manzalini: Sempre a proposito di parola poetica che cura, come si pone la tua poesia visiva degli anni ’80 e ’90 rispetto a questa funzione terapeutica? È stata solo una ricerca artistico- estetica?

Brecciaroli: Niente affatto. Ma ne ho compreso la valenza auto-terapeutica solo in un secondo tempo. Mentre la scrivevo, avevo l’impressione di seguire solo la mia passione per il linguaggio e tutte le sue forme. Ma poi ho scoperto di essere stata agita da una spinta inconscia e quando l’ho scoperta ne ho intravisto la fertilità in ambito terapeutico.
Ma c’è una corporeità del testo poetico, anche quando non è ‘visivo’, e anche quella può essere di sostegno in un percorso di cura. In breve posso dire che spesso il paziente si deve confrontare con delle perdite. Queste provocano l’esperienza dolorosa di un vuoto (che nella nostra cultura occidentale è percepito solo negativamente come assenza-abbandono). Allora il lato corporeo della poesia, dato dalle immagini, sonorità, ripetizioni, è come se mimasse una forma di ’presenza’ rassicurante, di presenza al posto dell’assenza dolorosa.

Manzalini: A proposito di ‘assenze’, riprendo questi versi che mi hanno colpito molto: le impronte sono alveari della memoria/ le impronte parlano con loro misterioso silenzio/ le impronte ci svolano nel grembo abbandonato/ col suo vuoto colmo di assenza presente. Dicevi prima della motivazione inconscia, in questi versi c'è questa ripetizione anaforica che è un po’ un tuo cavallo di battaglia che però fa riferimento al vuoto, all’assenza. Le impronte sono solo una parola che parla di un vuoto ma che in realtà vuole ricordare che c'è qualcosa, un pieno.

Brecciaroli: Sì, vedi bene il fatto che queste ‘Impronte’ sono tutt’uno col tema dell’assenza e del vuoto, c’è anche un mio librino del 2009, intitolato “Il viaggio dall’assenza all’Assenza”, lì ho manifestato, con le ‘forme’, che è possibile il ‘viaggio’ che parte dallo status dell’assenza, con la a minuscola, cioè vissuta problematicamente come facciamo noi occidentali, e che poi approda all’Assenza, con la A maiuscola, cioè vissuta anche positivamente alla maniera orientale. Infatti lì si passa da un’ ‘assenza’ come la puoi vedere in questo mesostico

            L’Assenza, assenzio
          del Silenzio che
        non Sussurra silvestremente
              dEntro ma è
         maNcanza,
     vacanZa, vuoto o
svilente Abbandono

all’Assenza, vissuta invece come “asilo dell’amore” e del “Silenzio [che] silvestre sussurra dentro” e come “Energia d’Essere essenziale”. Come vedi nel corso del tempo la mia scrittura poetica, confrontandola sullo stesso tema, è molto cambiata nelle forme, e questo fatto, in poesia, per me è la spia più veritiera dello stato interiore di chi scrive.
Il testo che tu hai citato sulle “Impronte” è di un anno fa e, non a caso, è molto differente e si potrebbe dire che è una traduzione fedele di aspetti teorici di tipo lacaniano, ma l’atmosfera linguistica creata dalle anafore e dalle immagini che tu stesso hai citato (gli alveari della memoria…il grembo abbandonato…) è uscita fuori dalle astrattezze di quelle teorie.

Manzalini: Volevo chiederti qualcosa anche sulla musicalità delle parole. Mi incuriosiva se ti sei interessata prima dell'aspetto musicale e poi ti sei spostata sulla parola oppure le due cose sono andate insieme?

Brecciaroli: Sì sono andate sempre insieme, fin da ragazza. Diciamo che quando io volevo fare la scuola di Poetry Therapy, in Italia non c'era. Ho detto “vabbè, è la musicoterapia quella che più si avvicina”. Anche nella mia esperienza di vita sono state queste le due stampelle, direi proprio così, che mi hanno aiutato a trasformare delle situazioni della infanzia, fanciullezza e della giovinezza, veramente rischiose per il mio equilibrio emotivo, come ad esempio gravi lutti precoci, abbandoni eccetera e, come dicevo, sono state le stampelle per riuscire a trasformarle in un'esperienza di conoscenza, di me e dell'animo umano, più profonda, quindi in un’ opportunità. E questo si è ripetuto anche più di recente per altri eventi della mia vita. Quindi la musica e la poesia mi sono state di grande aiuto insieme ad altri mezzi, come ad esempio un completo percorso di psicoanalisi, poi La scuola del perdono, in senso laico, oltre ad un percorso sui tipi di energie angeliche o sul riequilibrio dei vari chakra… Direi che tutte queste esperienze girano intorno al discorso delle energie. Per concludere, sì, la musica e la poesia per me sono nate insieme; ne ho scavato tutte le ragioni facendo la Scuola di Musicoterapia, e quindi nei miei laboratori di poesia e musica in ambito psicologico ho dato grande importanza a questi aspetti fono-simbolici di tutti gli elementi sonori della poesia: timbro, ritmo e poi melodia che dipende da come la leggi. È stato sempre un intreccio meraviglioso senza vedere quasi il confine fra l'uno e l'altro. Un mio amico psicoanalista mi diceva: «tu sei già bigama: hai già la musica e la poesia, non c'è posto per altro».

Bulfaro: La musica non parla e non ascolta/ la musica esiste e vivamente è. E poi parli di udito d'anima. Volevo chiederti come si può fare orecchio dell'anima? Come si può affinare l'udito dell'anima?

Brecciaroli: Mi viene in mente principalmente Io strumento del dolore, visto come il motore che ti fa cercare. Poi, quando cerchi, a me è capitato di trovare quello che tu dici ascolto dell'anima, con i suoi strumenti privilegiati: la dimensione musicale e poetica… ma poi ci si chiede cos’è, dov’è l’anima? Qui mi viene da rispondere con parole di Theilhard de Chardin e che traduco approssimativamente così: “Così va perfezionando in lei, per la sua beatitudine e a suo rischio, la potenza particolare di comprendere e di amare che costituirà la sua più immateriale individualità.” Ecco quindi l’anima: una ‘immateriale individualità’ che a noi poeti fa creare poesia, o che, dalla poesia, noi possiamo ‘ascoltare’… ecco l’udito d’anima. Quello che io so è che fin da ragazza quando ho cominciato a scrivere ero molto più connessa con queste energie d’anima che mi arrivavano proprio come dettatura, specialmente dei primi versi. Come dice Rilke, il primo verso lo danno gli dei. E dopo, lui trascina oltre… ma tornando alla tua domanda, per fare orecchio d’anima si parte dal dolore per avviare la ricerca e quando cerchi ti apri. E quando sei aperto c’è già tutto, chi lo chiama inconscio collettivo chi energie angeliche, ma le definizioni sono secondarie perché si tratta di una esperienza.

Manzalini: Prima abbiamo parlato del lavoro degli insegnanti, del lavoro di psicoterapia, per la tua esperienza quali sono i campi in cui la poesia può davvero venire in aiuto? E mi riferisco tanto al rapporto individuale quanto al rapporto di gruppo e sia nella situazione collettiva come in una scuola istituzionale o sia nei laboratori.

Brecciaroli: Se devo parlare delle mie esperienze posso dire che nel campo scolastico ero molto coartata dai programmi, dagli orari; però, nonostante ciò, ricordo che, quando facevo lezione di letteratura, coi testi poetici soprattutto, anche nelle scuole di tipo professionale o a ragioneria, quindi con alunni completamente lontani da sensibilità e interessi letterari, vedevo che restavano così, a bocca aperta. E lì ho capito che quando tu sei dentro una cosa, quando sei come innamorato di quella cosa, contagi… Nella situazione scolastica però erano solo sprazzi. Mentre nei laboratori extra scolastici è chiaro che tutto era molto più “possibile”, non dico facile. Nei laboratori di gruppo io avevo teoricamente lo svantaggio di aver fatto sì una esperienza di psicoanalisi lunga e completa, ma pur sempre solo di tipo individuale. Comunque, per fortuna, poi, negli anni di scuola di musicoterapia, ho potuto completare il mio percorso con esperienze anche gruppali.

Manzalini: Ma erano gruppi rivolti a categorie di persone o rivolti liberamente alla popolazione?

Brecciaroli: In alcuni casi erano rivolti ad una categoria, quella degli insegnanti che volevano fare un aggiornamento sulla poesia. In altri casi, invece, prima facevo una presentazione pubblica in una libreria, o in un museo, o in una biblioteca. Lì mostravo quello che avrei poi fatto, esemplificando concretamente, in modo che poi, da lì, si costituisse un gruppo motivato, grazie a una scrematura dei partecipanti all’incontro preliminare. Ho sempre preferito fare così. Chi si iscrive deve sapere a cosa va incontro ed io, in quel modo, posso poi essere libera di fare ciò che mi piace e che so fare. In questo modo si crea anche una grande corrispondenza fra me e i partecipanti, cosa che, in alcuni casi, ha favorito esperienze molto lunghe (una di queste è durata quindici anni!). Questa lunghezza ha permesso una crescita, e una possibilità di verifica più completa, anche per me chiaramente. Dico questo perché quando un’esperienza dura tanti anni, hai modo proprio di vedere gli sviluppi e i frutti a livello non superficiale.

Bulfaro: I tuoi libri sembrano concepiti come un vero viaggio nel sé, anche nella loro struttura. Volevo capire cosa significa per te scrivere un libro e soprattutto chiederti qualcosa sul congedo dal libro quando si arriva all'approdo. Si vede che sono dei libri pensati con delle strutture precise, con dei percorsi che vanno da un punto e vogliono arrivare in un altro.

Brecciaroli: Sì, i miei libri più importanti, come tu dici, non sono semplici raccolte e sono sempre il frutto e l’espressione di un viaggio nel sé, che spero sia utile anche ad altri. Nel caso di Trasparenze ricordo bene che il congedo l’ho intitolato Commiato. Il percorso che dà struttura al libro parte dall’introduzione nella quale cito Willeford che dice «Avremmo ormai dovuto imparare dall'antropologia che spesso i primitivi riuscirono a far convivere, in un'armonia altamente differenziata sia in senso culturale che psicologico, processi mentali di tipo magico e non. Avremmo altresì dovuto imparare dai terribili avvenimenti che hanno segnato la storia di questo secolo che la coscienza non è esclusivamente empirica e razionale così come l'inconscio non è esclusivamente magico». Quindi fin dalla introduzione preannuncio che trasparenze vuol dire questo: riuscire a incamminarsi a far sì che queste due dimensioni, considerate differenti o agli antipodi fra loro, siano trasparenti l'una con l'altra, totalmente comunicanti. Anche fisicamente ho cercato di rappresentare questa trasparenza, in un punto del libro in cui ci sono due pagine con due poesie in pagine sovrapposte, grazie al fatto che una è scritta su un foglio pergamenato trasparente… sono due poesie di poetica, nella quali cioè parlo della poesia. Sono molto distanti una dall’altra come afflato. Una è molto visiva, e ci sono le teorie del sogno, della memoria, tutte cose molto da studiosi, diciamo molto razionale. Anche se è tutta in endecasillabi ed è molto visiva: quindi le ho dato una mossa diciamo anche immaginativa, però ci sono tanti concetti.

In fluttuante eppure necessaria
Memoria Muta e fertile del Sogno
sola evidenza che la poesia
il solitario ascolto possïeda

Bulfaro: In questa poesia c’è tanto amore per Leopardi.

Brecciaroli: Si, è uno dei miei Autori più amati, anzi direi il primo in classifica, anche per il suo pensiero filosofico, intrecciato con le poesie. L’altra poesia, su pergamena trasparente è, contrariamente, una filastrocca cantante, senza significati…logici.

Con te si vive di sola trasparenza
con te si vaga per soli lungomari
con te si prega senza le preghiere
con te si ascolta la voce dei sentieri

con te si vede la mente dei cuori
con te si fiutano profondi pasturi
con te si sfiora la pura indipendenza
con te si vola in vera trasparenza

dove le desinenze “ari” “ere“ “eri” “ori” danno una dimensione più musicale che altro… queste due poesie sono una sopra l’altra per far trasparire fra loro queste due dimensioni mentali così diverse. Alla fine per tornare alla tua domanda, c'è il congedo che chiamo Commiato: l'ho scritta con un’alternanza fra una riga più scura, in grassetto, e una normale. Già nell'aspetto visivo si sottolinea la presenza di due realtà diverse come luce, che però stanno insieme. In questo modo si fa comparire una volta lo scuro una volta il chiaro ed è il senso del Tao. E attraverso la musicalità e quasi il non sense dei versi si arriva all’approdo, come sottolineavi tu, nel forte significativo ossimoro “in silenzio / applaudire”.

Alle infingarde soglie
e premurose griglie
ai tempestosi abbracci
e ai teneri capricci
alle unghiose frane
e concertate trame
ai rovinosi crucci
e delicati frutti
alle dolenti note
e sorridenti gote
ai gineprosi assalti
e fantasiosi salti
ai saporosi frulli
e convincenti trulli
alle fulgenti brame
e trascorse sovrane
ai solletichi arpeggi
e brumosi campeggi

alle ghisolfe
e agli attrezzi
alle marigolde
e ai solfeggi
ai trenini
e alle violette
ai giardini
e alle ricette

alle crudezze e alle amarezze
alle bellezze e alle finezze

alle vive doppiezze
della vita

in silenzio
applaudire
.

Le vive doppiezze richiamano quello che all’inizio dice Willeford.
Quanto al congedarsi da un libro mi viene da dire che succede quello che avviene quando fai un figlio. A un certo punto lui si stacca, sembrerebbe tutto finito, ma in un altro senso comincia, cioè comincia qualcos'altro di più partecipato, di più comune, di più avventuroso. Anche perché a volte, sai, questi libri così, di poesia impegnativa, saranno quattro gatti che li leggono. E non sai mai fino a che punto abbia avuto senso stamparli. Cioè potevi tenerlo per te, però complessivamente prevale un senso di positività perché comunque è una cosa che tu hai compiuto. E ciò corrisponde a quello che il lavoro psicoanalitico mi ha aiutato a fare, cioè a raggiungere una specie di traguardo, non tanto perché hai fatto un libro, ma perché hai fatto qualcosa di tuo, che era la cosa che corrisponde alla tua individuazione, a quello che sai fare. Poi c’è la speranza che la tua individualità possa raggiungerne un’altra simile a te, alla tua anima e che si senta, così, meno sola. Di questo tipo per me era stato l’incontro coi poeti quando ero abbandonata nella più totale solitudine… in questo è stato il loro salvarmi…

Anche l’intervista giunge alla sua conclusione. Il nostro incontro iniziato nel pomeriggio termina che ormai è notte. Il congedo assume il senso sottolineato da Marisa Brecciaroli, quando si completa una cosa si affida al suo percorso e in questo modo ne nasce un’altra. Forse per questo in conclusione abbiamo parlato dei progetti nel cassetto. Forse per questo uscendo da casa di Marisa Brecciaroli ci guida verso l’automobile una meravigliosa luna piena che attraverso le fronde di inconsapevoli alberi ci ha mostrato impreviste trasparenze.

 


 

azzurra d agostinoMarisa Brecciaroli, ha pubblicato diversi libri di poesia, poesia visiva e sonora.
Tra gli anni '80 e '90 ha seguito percorsi di formazione, ricerca e sperimentazione in poetry therapy e musicoterapia: psicoanalisi a indirizzo psicodinamico, formazione quadriennale in musicoterapia a indirizzo psicodinamico, corsi e seminari in Psicofonia presso Elisa Benassi (Mantova), collaborazione con la poetry therapist Antonella Zagaroli.
Recentemente ha seguito una formazione di Terapia strategica breve e di Terapia EMDR.
Conduce laboratori di poesia e musica anche in ambito psicologico.

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Paolo ManzaliniPaolo Maria Manzalini (Napoli 1963) medico, psicologo clinico, psicoterapeuta si occupa di cura e riabilitazione psichiatrica dal 1992, prima in contesti residenziali e da dieci anni in contesti territoriali. Attualmente Responsabile della Struttura Semplice dell’Area Territoriale Psichiatrica della ASST di Vimercate. Promotore con l’Equipe del CPS di Vimercate della rassegna Far Rumore – Azioni per la salute mentale. Da sempre attento alla parola come fondamento dell’incontro e della comunicazione tra gli umani, negli ultimi cinque anni ha ripreso ad approfondire l’espressione teatrale e ha preso parte alla edizione 2017-18 del Corso di TeatroPoesia condotto da Domenico Bulfaro presso il Teatro Binario 7 di Monza. Responsabile Comitato Scientifico di Lì sei vero – Festival Nazionale di Teatro e Disabilità.
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Dome Bulfaro Foto Dino Ignani Rimini 2016Dome Bulfaro (1971), poeta, performer, editore, è uno degli autori italiani più attivi nel divulgare e promuovere la poesia performativa e la poetry therapy. È stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura per rappresentare la poesia italiana in Scozia (2009), Australia (2012) e Brasile (2014). Ha formato e dirige artisticamente il gruppo di ricerca Mille Gru di Monza (2006), poi costituitosi in associazione (2007), casa editrice (2008) e gruppo curatore della rivista Poetry therapy Italia (2020). Ha fondato con Simona Cesana PoesiaPresente LAB, scuola di poesia (2020), sempre gestita da Mille Gru. Ha ideato, cofondato ed è stato Presidente della LIPS, Lega italiana poetry slam. Come critico e studioso ha pubblicato Guida liquida al Poetry slam (Agenzia X, 2016) e ha tradotto con Sara Rossetti Poetry Therapy. Teoria e pratica di Nicholas Mazza (Mille Gru, 2019). Le sue pratiche di poesia terapia si sono sviluppate dal 2009 in Italia e all’estero, negli ospedali di Lecco, Milano, Lugano, il Coesit di Melbourne, in collaborazione con l’Hospice di Monza e presso altri enti. (Foto Dino Ignani)
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