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Poetry Therapy Italia

casiraghy 31

L’intervista a Franca Grisoni, una delle voci più significative della poesia italiana contemporanea, che nasce dal pretesto di raccontare il suo libro Alzheimer d’amore, ma che apre una finestra sul suo vissuto, sulla sua ricerca poetica e sui suoi testi, scaturiti dalla felicità e alimentati dall’amore.

Quando raggiungi una poetessa come Franca Grisoni nella sua casa con uno studio ricavato da una chiesetta sconsacrata, ti viene spontaneo osservare i muri di sapiente spessore e i libri che vedi un po’ dovunque. Ma lei ti spiazza e senza preamboli ti accompagna a visitare il suo giardino e il suo orto. Se cercavi i fiori della poesia tra le pagine e l’inchiostro il messaggio che lei ti rimanda in modo autentico e immediato è molto chiaro: la poesia nasce dalla concretezza della vita reale. Ed è capace, con dolcezza infinita, di riprenderti se solo si accorge del rischio che il tuo piede, troppo cittadino, potrebbe calpestare il piede rampicante di una zucca. È pronta Franca Grisoni a scongiurare la tragica possibilità di danneggiare ciò che lei ha seguito con amorevole cura. La stessa cura che si legge nell’accoglienza del suo sorriso. Siamo venuti, Dome Bulfaro ed io, ad incontrarla per un’intervista che nella nostra testa ruoterà intorno al volume Alzheimer d’amore (Interlinea, 2017), da lei curato che questa rivista ha già recensito e che ci proietta al "Alzheimer Fest 2020" a Cesenatico al quale ci ha invitato per un intervento.

Prima di iniziare l’intervista vera e propria imparo a conoscere – Dome la frequenta da tempo – la spontaneità e la dolcezza di questa donna concreta e sensibilissima nel contempo. Parla con calma, poi accelera, a tratti si ferma come a seguire un pensiero o uno scorcio del suo giardino, quello interiore e quello che completa la bellezza della sua casa. E passando accanto ad una bellissima pianta di fico sorride e si scusa perché la mattina di quel giorno appena alzata è andata a raccogliere dei fichi per allietare la nostra conversazione ma non abbastanza presto per contendere i migliori ai merli.

Per me sarebbe già abbastanza così per avere colmo il cesto della gratitudine perché la poesia è una condizione esistenziale e questa donna è poesia nei gesti, nelle esternazioni, nelle pause, nei silenzi più prolungati. Arriva a precisare che lei sa di essere poetessa, ma che ama definirsi lettrice accanita di poesia ed è da questa attitudine che è nato il preziosissimo volume Alzheimer d’amore vero balsamo, vero strumento di comprensione, di rielaborazione interna e di accettazione.

È pomeriggio, è ancora estate, l’atmosfera poetica è ancor più intensa e andiamo a cominciare.

Manzalini: Franca Grisoni nel definirsi dice di sentirsi un po’ poetessa, un po’ lettrice, un po’ critica... ma io ho una curiosità di tipo biografico: quando nasce l’incontro con la lettura poetica o la produzione poetica?

Grisoni: La lettura nasce da sempre, non saprei dire, mentre la scrittura nasce da una pienezza. Ho già avuto occasione di dire che il mio approccio alla poesia è stato come il latte che tracima dal pentolino sul fuoco: è scaturito dalla felicità.
Nasce dalla felicità, dalla felicità di un amore grande con una persona grande, e poi la famiglia, la bambina, la casa, la gioia. È nato dalla gioia, una gioia incontenibile!

Bulfaro: Dalla tua famiglia?

Grisoni: Questa famiglia.

Bulfaro: Ma trasmessa da chi?

Grisoni: Ho sposato un uomo eccezionale. Quando ho cominciato a scrivere le poesie lui mi disse: “adesso le scrivi, prima le dicevi”; e mi ha sempre incoraggiata. Io non avrei mai creduto di pubblicare, mai! Le scrivevo e gliele facevo leggere, in dialetto. Lui era marchigiano però le capiva le mie poesie e mi diceva “sono bellissime”. E io rispondevo: “anche a me dici che sono bellissima”.
Poi è stato lui ad incoraggiarmi. Un giorno è venuto Franco Loi a leggere a Brescia. Noi eravamo tra il pubblico. Leggevano anche alcuni poeti bresciani. Ogni poeta locale ha una sua claque, ma quel giorno per Franco Loi ci siamo spellati le mani: era l’unico vero poeta presente. E dopo la lettura è stato mio marito a dirmi: «dai, digli che scrivi poesie, digli che scrivi poesie». Così gli ho parlato e gli ho mandato qualche poesia da La Böba. Dopo forse quindici giorni leggevo già all'Umanitaria per il Pier Lombardo. Franco Loi, generoso com’è sempre stato, ha creduto in me. Ma è stato mio marito a innescare tutto perché a me bastava che le leggesse lui, ero paga di questo.

Manzalini: Quindi è stato Franco Loi a sancire che quelle poesie avevano un valore.

Grisoni: Sì, fu grazie a Franco Loi. C’è da dire che le poesie erano già raccolte sotto un titolo. Ma quando ho pubblicato quella prima raccolta avevo già la seconda con un titolo: L’oter. Perché ho bisogno che le poesie abbiano dei temi e un ordine che le raccolga in una sequenza. A Loi era piaciuto il tema de La böba e aveva voluto che pubblicassi, voleva che pubblicassi subito, ed ha ottenuto che pubblicassi prima su una rivista e poi con San Marco dei Giustiniani. È stato lui che lo ha fortemente voluto, per me è stato un grande incoraggiamento.

Bulfaro: L’iniziatore.

Grisoni: Ma mio marito ha sempre creduto in me. Tanto che, quando abbiamo saputo che con De chí. Poesie della penisola di Sirmone partecipavo al premio Viareggio, mi disse: “vincerai tu, perché le tue poesie sono le più belle”. Lui era sicuro che avrei vinto.

Manzalini: Che anno era?

Grisoni: 1997. E prima con La böba avevo vinto il Bagutta opera prima. È stata una cosa veramente straordinaria, anche adesso faccio fatica a capacitarmi, perché poi ad un certo punto danno i premi a chi ne ha già vinti. Mentre i primi due che mi sono stati assegnati sono stati sorprendenti, anche perché non ho mai partecipato ad un premio mandando io le poesie. Non che io non sia competitiva, ma non voglio sapere, non voglio agitazione, non voglio dispiaceri. Voglio stare tranquilla. Poi erano anni particolari per il dialetto, adesso non è più così.

Bulfaro: Nel senso che adesso è stato sdoganato.

Grisoni: Il dialetto è stato studiato, ha avuto critici e antologie. Allora credevo che poesie in un dialetto parlato da pochi, che non aveva un passato letterario, non potessero interessare nessuno.

Manzalini: Ma allora la scelta o forse esigenza del dialetto come la possiamo inquadrare? Perché se penso al latte che viene fuori dal pentolino sul fuoco, mi fa pensare a qualcosa che non si governa tanto.

Grisoni: Diciamo così: sono nata a Sirmione, proprio in centro al paese, sono figlia di sirmionesi e ho imparato l'italiano a scuola. Però qualcosa sapevo leggere, qualche lettera, poche parole. Comunque, in classe c'era un grande cartellone con delle figure e delle lettere dell’alfabeto attaccate con le puntine: così per la “c” di casa, ma sul pom c'era la “m” di mela. Mela è il suo nome, ma il frutto è il pom! Per me la cosa vera è in dialetto. Non avevo letto di linguistica, certe letture sono venute dopo. Le cose per me erano in dialetto. A scuola ha imparato che le cose avevano dei nomi, appuntati sopra, in italiano. Sia la psicologia che la linguistica offrono le proprie teorie, ma a me la cosa si era risolta così: non mi è mai venuta una poesia in italiano. E quando mi è stato chiesto di scrivere in italiano l’introduzione in versi a Medea (Fondazione Etica/L’Obliquo, 2012), li ho tradotti in italiano dal dialetto. Non mi è mai venuto un verso in italiano, che per me è la lingua della prosa.

Manzalini: Quindi, per riprendere un concetto che è molto caro anche a Dome Bulfaro, la poesia è verità.

Grisoni: Non ne sono sicura.

Manzalini: Verità non come affermazione di una verità assoluta, ma l'espressione poetica è espressione di un qualcosa che deve essere autentico, vero.

Grisoni: Io faccio così: mettiamo che io abbia percepito qualcosa, un’idea, la butto giù, la scrivo. Il tempo di scrittura è quello della composizione della poesia. Se non la finisco è perché non è arrivata la cosa vera, ho mancato la cosa. Può darsi che essa venga in un altro momento, ma non lavoro tanto sui testi. Talvolta faccio qualche cambiamento di sottrazione o di aggiunta quando batto i testi a macchina. Perché generalmente scrivo su foglietti… Però nello scrivere poesie non è che proprio credo alla verità in senso teologico. Se ho avuto una intuizione, se mi sorge quella cosa che tracima scrivo… se il testo rimane incompiuto forse significa che non sono arrivata alla verità che ha generato l’impulso. 

Bulfaro: Diciamo che il latte che tracima è quella verità, quella autenticità…

Grisoni: Che è poi un’urgenza. Perché le mie poesie sono molto musicali, specialmente le prime. Non le scrivevo le prime, sgorgavano e le scrivevo successivamente, le ricordavo a mente perché oltre ad essere brevi, sono molto musicali, e questo aiuta...

Bulfaro: … sono orali.

Grisoni: erano così, Poi con gli anni e con la memoria meno fresca le appunto su foglietti.

Bulfaro: Ma le registravi?

Grisoni: No, le sapevo tutte. Lavoravo come manicure a Sirmione e lì sono nate alcune poesie…

Manzalini: In testa… e quindi a memoria.

Grisoni: A memoria, perché sono musicali e perché sono orali e perché è monosillabica la mia lingua. Ho avuto occasione di leggere alcune poesie a Taiwan. Ero andata a trovare mia figlia, una sua amica faceva parte di un gruppo e mi hanno invitato a leggere delle poesie. Mia figlia le ha tradotte in inglese e una poetessa locale le ha tradotte in cinese. Erano molto musicali in cinese, molto musicali. Da fare il pelo al dialetto. Con l’inglese invece si era persa completamente la musicalità.

Manzalini: Quindi la musicalità spiega anche la scelta delle parole brevi, delle monosillabe.

Grisoni: Non è una scelta, nascono così. Nascono dei versi così. Nascono così sull’onda di un’urgenza.

Bulfaro: Hai bisogno dell'immediatezza, hai bisogno dell’urgenza.

Manzalini: Io, prima di spostarci sulla raccolta Alzheimer d'amore, volevo qualche chiarimento perché mi sono incuriosito a L’ala. È un’idea che ho trovato molto bella, è strumento, è connessione con qualcos'altro, è definire un confine, è uno spiccare…

Grisoni: L’ala è spirituale, decisamente, ispirata in senso religioso.

Manzalini: Ecco per l’appunto, io volevo chiedere questa parte della spiritualità nasce da dove?

Grisoni: Da una conversione. Perché, morto mio marito, mi sono convertita.

Bulfaro: Da cosa a cosa?

Grisoni: Dall’agnosticismo alla Chiesa Cattolica Romana…
L’ala viene da una proposta di Giovanni Tesio che mi chiese un certo numero di poesie per pubblicare una piccola raccolta. Quelle poesie facevano parte di una raccolta più ampia dal titolo molto suggestivo, Fiat. Nel 2008 La Morcelliana ha pubblicato Poesie, un volume dove si trovano tutte le mie opere precedenti, fino a L’ala. Qui c’è anche Fiat, la raccolta inedita che chiude in volume. Non ho ancora finito di pentirmene perché il libro che amo di meno è proprio Fiat, che è sbilanciata perché mancano le poesie che ho fatto confluire in L’ala, dove c’è il tema della trascendenza.

Manzalini: La trascendenza che però passa da una concretezza, passa dall'esperienza e quindi L’ala l’ho trovata una metafora straordinaria. Nel senso che è proprio il trait d’union, il punto di passaggio dall'esperienza al trascendente.

Grisoni: C’è un verso in Compagn, (Morcelliana, 2012), nel quale affermo di diserbare “come cava’ pecacc”. Allora ci sono delle cose, secondo il senso del concreto, che veramente io tolgo: sono quelle che io considero “erbacce”. Se voglio dare spazio al fiore che aspetto, devo creare spazio: “come cava’ pecacc”.
O ancora, sempre in Compagn, la luce su una ragnatela che vibra segnala che è appena passato un angelo. Come ne La giardiniera, dove c’è un riferimento ad una volta che io e mio marito, che già sapeva della sua malattia, eravamo in giardino, sotto ad un amareno che non c’è più, ed io avevo in mano una vecchia Bibbia regalatami da monsignor Giacomo Canobbio, un teologo con il quale tenevo corsi di Bibbia a Brescia. Per molti anni ho collaborato con il Centro Teatrale Bresciano curando i rapporti tra Bibbia e arte; io mi occupavo della parte relativa a Bibbia e letteratura, poi c’era chi si occupava di musica e Bibbia, chi di arte figurativa e Bibbia… Avevo questa Bibbia tra le mani, perché dovevo prepararmi all’incontro con il teologo e vi è caduta sopra un’amarena, nel toglierla si è bucata una pagina molto sottile. Mio marito ha commentato: “È passato l’angelo”.
Ho trovato per tantissimo tempo – e ne La giardiniera alcune poesie lo registrano – delle piume bianche sul prato, proprio infilate tra l’erba. Mi dicevo: ci sono i cigni, a Sirmione ci sono i cigni, son volati qui sopra dal lago, di sicuro sono piume di cigno, ma poi ho continuato a trovare segni di quelle ali ...è il linguaggio anagogico che dice una cosa concreta, ma poi ti devi spostare da un’altra parte.

Manzalini: Ecco ci spostiamo a parlare di Alzheimer d’amore.

Bulfaro: Per una prima domanda ci colleghiamo a questi temi. Prima ci hai detto che il target dei tuoi interventi, dei tuoi scritti a commento delle poesie della raccolta, erano i medici, che hanno una formazione di base umanistica. Quello che traspare invece in tutti questi scritti è il rilancio continuo alla dimensione della trascendenza, trasversale a tutti i testi. Allora, questa dimensione come coesiste con quello che sarebbe il taglio scientifico?

Grisoni: Roberta Dapunt, per esempio, che afferma di non essere credente, cosa dice della fede che abita in sua suocera persa nell’Alzheimer? Vede che prega; ma come fa a sapere che prega? In realtà la vede che guarda là, in un punto. Allora io registro: come Dapunt sa vedere la fede nella suocera che prega, nonostante sia in piena demenza, io cerco e trovo la trascendenza nei poeti. Anche perché è una questione grandissima quella di questa malattia rispetto a Dio. È proprio una sfida molto grande, una cosa invalicabile, una cosa tremenda. Allora quando vedo che c'è fede – molti non ce l'hanno – ma quando c'è mi piace sottolinearla e in Le beatitudini della malattia, (Einaudi, 2013) di Roberta Dapunt la fede della suocera trabocca. Per fare un altro esempio, nelle poesie di Padre Turoldo, sacerdote e poeta c’è ripetutamente la preghiera: «non togliermi la coscienza». Turoldo ha questo serrato confronto con il suo Interlocutore fino alla fine. Se alla persona viene tolta la coscienza cosa resta del suo rapporto con Dio? Questi sono interrogativi che egli si è posto, ma rimbalzano al lettore. Turoldo è stato esaudito in questa supplica che non gli venisse tolta la coscienza. È una cosa intima e universale.

Manzalini: Sfogliando le pagine del libro ho trovato casualmente una frase che avevo sottolineato nella mia lettura e che dice: “la poesia sa trasmettere intatte quelle parole che testimoniano un’esperienza originale frutto di una ricchezza interiore…” e poi subito dopo “.... gli angeli ci appaiono come siamo capaci di vederli”.

Grisoni: Questa è una citazione. Non credo di averla messa tra virgolette ma ricordo che erano parole di un autore antico che le pronunciava in riferimento all'arte figurativa: noi li raffiguriamo come siamo capaci di vederli gli angeli. Nel Libro di Tobia, e nelle opere che lo hanno raffigurato, l’angelo ha la forma di un ragazzo. Una sola ala, qualcosa che si muove, quello che accade, se lo si attribuisce all’angelo, è l’angelo.

Manzalini: Nell’esperienza della sofferenza, per tornare alla domanda che faceva Dome sul fatto che i medici hanno una formazione umanistica però poi hanno un approccio scientifico, probabilmente questo tipo di sofferenza, la malattia di Alzheimer, scardina un po' perché il sapere medico ancora non riesce a descriverla in tutte le questioni. E quindi forse si presta ad essere una sfida verso la trascendenza, verso il creatore perché è uno scardinamento della esperienza umana che travolge la persona e travolge i familiari. Io poi vorrò chiedere qualcosa sui familiari.

Grisoni: I familiari, poeti testimoni dell’Alzheimer dei loro congiunti. Raramente, credo, si hanno poesie scritte da malati. Ma a proposito di questo, una volta io e Dome ci siamo incontrati a Roma, a un Festival di poesia, e lui mi chiese precisazioni su versi che avevo citato a proposito della poesia come terapia non farmacologica, messa in atto nella Casa di riposo veneziana ”Residenza Zitelle”. In una di quelle poesie, una degente ha scritto: «Dio / ga da esse’ orbo». Il volumetto che è nato da quell’esperienza veneziana è ampliamente citato in uno dei capitoli di Alzheimer d’amore

Manzalini: Sicuramente è un libro scritto per i medici ma forse è anche un libro scritto per i familiari.

Grisoni: Può darsi.

Manzalini: Non era consapevole.

Grisoni: No, inizialmente i destinatari erano i lettori della rivista Psicogeriatria. Grazie a Roberto Cicala, editore fondatore di Interlinea, il libro ha avuto una buona distribuzione, ma prima della pubblicazione del libro che riunisce i vari pezzi sapevo che la Rivista che era destinata a medici ed a operatori sanitari. Sì, potevo immaginare che fosse disponibile anche negli ambulatori.

Manzalini: Quindi il libro Alzheimer d'amore nasce…

Grisoni: La Rivista era ed è destinata ai medici e ad operatori sanitari; il libro è venuto successivamente. Nel 2016 ho pubblicato Crus d’amur con Interlinea, un editore attento, che distribuisce anche ai festival, dove ci sono sempre i suoi libri. Quando sono andata alla Fiera del libro di Torino, ho incontrato Cicala, gli ho detto: avrei questo lavoro, ho specificato che il professor Marco Trabucchi ne avrebbe acquistato un certo numero di copie. L’accordo c’è stato, il libro è stato pubblicato e a Napoli, al Congresso Nazionale annuale dei medici dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, Trabucchi – che ne è il Presidente – ne ha distribuite diverse copie ai medici. Però prima io non sapevo che quei commenti sulle poesie avrebbero avuto una distribuzione fuori dalla Rivista. Forse ho preso quell’impegno anche per me stessa, perché come dicono diversi Autori: conoscere il morbo d’Alzheimer e temere di che ci colpisca è cosa che succede a molti.

Bulfaro: Certo.

Grisoni: Lo confessa Bertoni, ed anche altri. Bertoni fa riferimento al fatto di “essere figlio di entrambi i genitori affetti da Alzheimer”.

Bulfaro: Allora, agganciandoci al discorso dei familiari, ci sono dei familiari che hanno avuto il libro e che ti hanno dato una restituzione? Che tipo di restituzione ti hanno dato?

Grisoni: Alcuni sì, più che altro poeti che hanno scritto di un familiare con demenza. Diciamo che mi hanno ringraziata, come l’anziano poeta Luciano Luisi. Poi c’è stata una ragazza, una giovane bresciana, la quale ha affermato che la poesia l’ha curata, sia quella letta che quella che ha scritto lei stessa in un reparto psichiatrico. Lei ha voluto ringraziarmi.

Manzalini: Ci tengo a dirlo, non sono numeri alti, ma io ho già prescritto da medico il libro e ci tengo a farlo sulla carta intestata, come se fosse una ricetta.

Grisoni: Grazie, ma che bella cosa!

Manzalini: Almeno in quattro o cinque situazioni, ovviamente ai familiari. Nel senso che a me capita non spessissimo di incontrare persone con demenza…

Grisoni: Per aiutare i famigliari a confrontarsi con chi ha affrontato situazioni simili alle loro.

Manzalini: Per confrontarsi, per vincere il senso di smarrimento e per affrontare anche tutta una serie di emozioni che io nel libro ho ritrovato: cioè il combattimento che c'è, la non accettazione, ma anche tutte quelle dinamiche che possono esserci nella vita di una persona rispetto ai propri genitori e rispetto a dei nodi non sciolti a delle cose che magari si è fatto fatica a chiarire prima. La malattia disarma e io riconosco molte persone che sono combattute: vedono il genitore ormai perso e non si può più neanche chiarire. E questo muove delle cose; quindi c'è la sofferenza della persona travolta dal Alzheimer, ma c'è anche la sofferenza dei familiari. Per questo io prima lo chiedevo. E nel libro questo è molto molto ben rappresentato.

Grisoni: C’è una poesia di un poeta bresciano e qui mostro tutto il mio Alzheimer perché non ricordo come si chiama – in verità non è lui il poeta, poeta era lo zio – quando lo va a trovare in una RSA, tutti pensano che non sarà più in grado di rispondere. Alla fine dell’incontro lo zio dice: “Grazie mi avete fatto passare una giornata migliore”. Con la poesia che gli ha dedicato, il nipote rende testimonianza della solitudine del demente, che ha perso tutto e tutti, ed anche del benefico effetto di una visita.

Bulfaro: L’aspetto importante di questo libro è l'alfabetizzazione emotiva rispetto a tutto quello che è il processo degenerativo della malattia e di come uno si possa preparare conoscendo quello a cui sta andando incontro e qual è il percorso, non solo sul piano medico, ma in realtà va proprio a tracciare un percorso di navigazione emotiva.

Manzalini: Da questo punto di vista tornando all'inizio dell’intervista quando si diceva «rispetto a questo libro, io non mi sento tanto poetessa quanto lettrice, lettrice critica…»

Grisoni: Non è che io mi senta poetessa; so di esserlo, ma credo sia un aspetto minore rispetto alla mia attitudine di lettrice. Io vivo da sola da ventidue anni e ho letto tantissima poesia, che continua a nutrirmi.

Manzalini: Però la funzione di questo libro è quella di aiutare persone che probabilmente sono anche meno attente, meno capaci e io credo che la formula della poesia con le esplicitazioni di alcuni passaggi, proprio letterari da un lato, ma anche legati ad aspetti tecnici, clinici, sia un'opera veramente importante di alfabetizzazione emotiva, come diceva Dome. Per questo credo che dovrà essere ancor più divulgato; io di questo sono convinto, tanto è vero che io continuerò a prescrivere questo libro.

Grisoni: Come e da cosa sono nati i commenti alle poesie? Anni fa sono diventata amica del geriatra che ha avuto in cura mia mamma, il professor Renzo Rozzini, primario di Geriatria alla Poliambulanza di Brescia. Un giorno gli chiesi: “Anche io un giorno posso diventare una tua paziente?” lui mi rispose “Eh, certo; si incomincia a invecchiare quando si nasce!”. Rozzini sapeva che collaboro al Giornale di Brescia e ad alcune Riviste e mi ha coinvolta. Ho presentato libri di interesse geriatrico ed ho seguito alcune tra le loro presentazioni di saggi in libreria. Un giorno sono andata ad una loro presentazione, avevo con me il libro appena comprato di Davide Rondoni Apocalisse amore (Mondadori 2008), dove c’è la poesia Alzheimer, madre. Alla fine della loro presentazione ho preso da parte il professor Marco Trabucchi, gli ho fatto leggere la poesia e gli ho detto: “Questa poesia dice dell’Alzheimer più cose di quante ne avete dette voi in un’ora”.
Ne cito alcuni versi:

[…]

– l'hai vista passare, ti ha
riconosciuto?

[…]

Ora artigliaci Dio
tienici nel tuo
alzheimer d'amore
perdiamola tutti
la memoria del male

[…]

Il male è la malattia, ma è anche il male universale. Trabucchi l’ha sentita nella sua bellezza questa poesia, però mi ha detto «Spiegala ai medici!». È stato Trabucchi stesso, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP) a suggerirmi che certe cose vanno spiegate, ma a me sembrava che non ci fosse niente da spiegare.

Manzalini: E invece no

Grisoni: In una poesia così: “ti ha riconosciuto?” una diagnosi in tre parole!
Da allora è iniziata la mia collaborazione con la rivista Psicogeriatria.

Bulfaro: Quindi in reparti di Alzheimer tu hai avuto modo di lavorare, direttamente?

Grisoni: Ho avuto una madre affetta da demenza, non era Alzheimer però era una qualche forma di demenza. Non ho lavorato in reparti Alzheimer, ma ho avuto un'amica carissima che mi hai insegnato molto di quello che so e che mi è stato utile per scrivere un testo sulla sessualità degli anziani ricoverati. L’amica anziana, che sono andata a trovare regolarmente per anni, era attivissima sessualmente: nelle fantasie, nei desideri, negli atti. Mi raccontava: “io mi masturbo e quelli del piano di sotto mi sentono”. Aveva un erotismo e una fantasia molto forti. Mi diceva: “le infermiere mi toccano”, “Vedi, quel medico lì è innamorato di me”, “Quello lì mi punta”, “Ho paura che qualcuno mi violenti”. Aveva moltissime fantasie erotiche, moltissime. Queste confidenze le ho sentite direttamente da lei. Perciò posso fidarmi e credere a tutte quelle poesie che svelano una carica erotica che negli anziani, anche ammalati, può rimanere molto vivace.
Sono stata in alcuni ospizi, ho visto che vi si organizzano balli e giochi sociali, perché ci sono tante persone di buona volontà che si dedicano ai pazienti anziani, ma certe cose saltano fuori con l’intimità, con la confidenza; non è detto che degli operatori arrivino e si sentano messi a parte di certe confidenze; ma alcuni hanno un'educazione, passione, tempo e voglia di investire nelle questioni intime dei degenti. Alcuni sono poeti e ne hanno scritto.

Manzalini: Torno sul dialetto perché nella raccolta - a me ha colpito - ci sono poesie in dialetto e credo che non sia casuale Non solo per una sensibilità ma anche perché forse si ritorna a quel discorso dell'autenticità e della verità. Si ha forse il bisogno anche di recuperare memoria e passaggi della vita e questo forse spinge alcuni autori a usare il dialetto. Questo mi incuriosiva perché facendo ricerche su esperienze in altri Paesi, in altre lingue, in altre letterature (inglese, francese, spagnola) c’è la sensibilità a questo tema?

Bulfaro: Qualcosa c’è.

Grisoni: Con mia figlia sono stata non solo a Taiwan ma anche in Cina, dove mia figlia ha studiato negli ospedali: ci sono talmente tanti dialetti in Cina, così diversi, che alcuni medici non capiscono quello che dicono i loro pazienti. Lì hanno accettato subito che io proponessi delle poesie in dialetto, perché loro ai dialetti sono abituati, a Taiwan lo sono di meno. Non so se in cinese ci sia una letteratura in dialetto, perché i giornali vengono scritti in Mandarino, che è la lingua ufficiale.
Qui in Italia leggo direttamente nei dialetti e tanti autori mi mandano i loro testi in dialetto. Talvolta la cosa è disagevole, perché ricevo anche libri in dialetto che non sono poesia. Alcuni autori credono che scrivere in dialetto sia più facile. In realtà faccio fatica, però leggo nell'originale volentieri, anche con le delusioni che la non-poesia provoca.

Bulfaro: Perché te ne arrivano da tutta Italia.

Grisoni: Sì, anche perché il basso costo della auto-pubblicazione è tale che chiunque può stampare. Ed è evidente che molti scrivono ma non leggono poesia. Lo si capisce perché se hai letto un po’ di poesia certe cose le sai. Molti testi in dialetto sono filastrocche, cose da calendario o d’occasione per i matrimoni, compleanni, nascite. Ma ci sono dei poeti straordinari che scrivono in dialetto. Sono poeti e basta.

Bulfaro: Di fronte a Franco Loi, però… Lui mette d'accordo tutti.

Grisoni: Eh sì… Manca Franco Loi, la sua poesia è qui, ma lui manca sulla scena. Molte raccolte in italiano, nei dialetti e in altre lingue, le ho comperate dopo aver letto le sue recensioni sul Domenicale del Sole 24 Ore.

Bulfaro: L’altro aspetto che colpisce è che sicuramente questo libro è di Franca Grisoni, primo perché c'è tanta poesia in dialetto secondo perché non guarda il nome dell'autore ma guarda la poesia.

Grisoni: Rimanendo ancora sulla questione del dialetto, c’è da dire che i figli caregiver per farsi capire da padri con vari tipi di demenza, devono parlare loro in dialetto, cioè devono parlare con la lingua usata dal padre nell’infanzia, perché, spesso, padri che parlano in italiano, nell’essere colpiti da demenza tornano a parlare nella loro lingua materna. Ed allora anche alcuni poeti che non scriverebbero in dialetto, per comunicare col padre lo fanno, come registrano alcune loro poesie. Per esempio, Pasquale Di Palmo, che non è presente in Alzheimer d’amore perché l’ho recensito in Psicogeriatria dopo la pubblicazione del volume – ha continuato fino negli ultimi libri a scrivere di questo padre, che è veneziano e da malato di esprimeva nel suo dialetto. Anche Bertoni scrive in un dialetto che non ha mai parlato, perché lo usava il padre. Nella sua famiglia era proibito parlare il dialetto.
Io non ho mai avuto questa proibizione e anche adesso che i miei genitori non ci sono più, faccio la spesa in dialetto; lo parlo con mio fratello, il mio vicino di casa e con alcune amiche.

Manzalini: Per fortuna!

Grisoni: Con mia figlia no; perché essendo mio marito marchigiano ed io sirmionese, abbiamo scelto di parlare in Italiano in famiglia. Anche perché mio papà veniva da noi molto spesso, tra noi due, sì, parlavamo in dialetto, ma non con la bambina. Se con lei avessimo parlato in dialetto sarebbe diventato lui il capofamiglia.

Bulfaro: Ti dicevo che il secondo aspetto per cui si sente molto che questo libro è di Franca Grisoni deriva dal fatto che non ci sono graduatorie di nomea.

Grisoni: No, come si vede per Alceo Gianani che non è poeta, tuttavia scrive un’unica poesia per lo zio, Sergio Gianani, egli sì poeta.

Bulfaro: In realtà quello che si sente è la scelta proprio di testi poetici che possono raccontare la verità. Questo balza subito all’occhio, almeno per chi mastica poesia questo è subito molto evidente.

Grisoni: Poi c’è Mario Benedetti, poeta uruguaiano di cui avevo letto nella rivista Poesia. Ho cercato le sue opere ed ho commentato alcune sue poesie. Benedetti è un ateo totale. Che bella la storia d’amore tra lui e la moglie! E che strazio la malattia che li ha separati più dell’esilio.

Bulfaro: Dicevamo che ci sono anche degli autori non italiani. La Atwood ad esempio, come sei arrivata a lei?

Grisoni: Non ricordo di preciso, forse l’ho conosciuta tramite la rivista Poesia. Che bella la poesia che ho trascritto interamente e commentato! Dice così tanto in pochi versi.

Bulfaro: Tra l’altro ha un attacco bellissimo e una chiusa bellissima. L’inizio e la fine sono proprio potenti.

Mia madre continua a deperire e deperire
e a vivere e vivere.

Grisoni: Che si viva fino alla fine è importantissimo. Che si considerino i pazienti viventi è importantissimo perché quando si dice “ti rispetto” è lì che c’è il rispetto: rispetto per esseri umani viventi. Stare vicino a chi è sull’orlo ultimo è molto importante. Nel commento, cito il filosofo francese Paul Ricœr che in un saggio mette in luce la differenza sostanziale prodotta dal considerare l’agonizzante “encore vivant” e non moribondo.

Bulfaro: Sì, viva fino alla morte.

Grisoni: Proprio in questo senso cito il filosofo.

Bulfaro: E poi chiude dicendo

Cosa potrei mai dirle?
Sono qui.
Sono qui.

Grisoni: Ecco, è importante poter tenere la mano al vivente fino alla fine, essere presenti… È quello che forse tutti vorremmo.
Aldo Busi, inaspettatamente, ha detto che non è importante con chi si vive, ma con chi si muore. Non è che voglia firmare questa dichiarazione, non avrei detto che fosse una sua, ma è così.

Bulfaro: Beh, lui è una persona arguta, sa cogliere la profondità.

Grisoni: Ho sentito la poesia di Margaret Atwood come un regalo che lei ha fatto a me.
E poi anche la mancanza di giudizio mi piace, come fa Francesco Tomada che in una poesia conta le bottiglie di vino vuote della nonna dopo la sua morte, senza esprimere alcun giudizio.

Bulfaro: E fa questa metafora che accosta i soldati alla bottiglie…

Manzalini: È favolosa!

Grisoni: Non c’è giudizio. È quello che vorremmo anche per noi.

Manzalini: Non c’è giudizio al punto che non c'è lo stupore, perché nello stupore a volte c'è già giudizio. Quando noi ci stupiamo di una cosa è come se dicessimo ma com'è possibile… invece c'è questa metafora che trasforma i soldati in una presenza che dà un senso… a una cosa che in realtà farebbe dire “ma accidenti quante sono queste bottiglie!”

Grisoni: Una delle poesie di Tomada che ho commentato l'ho sentita ad una sua lettura di poesia, mi ha colpito e poi ho cercato il libro che la conteneva.

Manzalini: Quindi alcuni incontri sono casuali?

Grisoni: In questo caso è capitato ad una lettura, alla quale non ricordo se partecipavo anch’io. Tomada aveva letto quella poesia e mi si sono drizzate le orecchie.

Bulfaro: Senti, quanta dignità deve esserci nell’amore?

Grisoni: Tutta! Tutta quella possibile. L’amore sopprime giudizio. Che poi è uno dei peccati più grossi quello di giudicare.

Manzalini: È l’erbaccia più infida.

Bulfaro: Senza giudizio e restituendo la massima dignità

Grisoni: “Io ti rispetto” si dicono due degenti in una poesia di Gianni Montieri. Anche quella poesia sento che è stata scritta per me.

Manzalini: Ero tentato prima, ma adesso è stato fatto un nuovo riferimento. Cosa distingue la “robaccia” dalla poesia?

Grisoni: Non so, è come una cosa buona e una cosa cattiva nel piatto cos’è che li distingue?

Manzalini: Però prima si diceva che chi è dedito alla lettura della poesia…

Grisoni: …Ha delle antenne in più.

Manzalini: Ma cos’è che colgono le antenne? L’ala la vediamo se siamo un po’ educati a vederla. Cosa aiuta le persone ad entrare in una dimensione poetica? Cosa aiuta a rendere la parola, non solo parola, ma qualcosa al servizio della poesia?

Grisoni: Come inclinazione preferisco che in una poesia ci sia la forma ed anche il contenuto. Da questo punto di vista, Giorgio Manacorda offre l’esempio più alto e citabile. Del padre che legge il giornale tenendo al contrario, scrive:

Sei tu, ma leggi contromano
e allora piano piano torna il pianto.

Come un pigolìo, il dolore è dentro il suono: forma e contenuto coincidono. Talvolta la forma è carente, ma senti ugualmente che è poesia. Talvolta accade con le traduzioni…

Bulfaro: Cambia tutta la sonorità e quindi…oppure cambia la metrica

Grisoni: Eppure si sente qualcosa che ti muove dentro.
Ho avuto delle difficoltà ad accettare delle poesie in cui chi scrive dice “Io” per dare voce alla persona malata. Chi dice “Io” si investe della situazione del malato di Alzheimer. Ci ho messo molto a capire che talvolta si tratta di empatia. Ho trovato delle prose poetiche, che spero di far sentire all’Alzheimer fest a Cesena (n.d.r. svoltosi dopo non molte settimane, all’inizio di settembre 2020). Sono di Franca Mancinelli, bravissima giovane poetessa. Sebbene io abbia avuto la tendenza a considerare la forma in prima persona un po’ forzata quando il protagonista è un altro, le prose di Franca Mancinelli mi hanno fatto capire che lei ha inscenato l’empatia. E siccome queste persone con demenza non possono esprimersi, un’artista come Mancinelli può a mettere in atto l’empatia e comunicare con genio poetico ciò che i malati non saprebbero dire.
Vorrei accennare a Ross Gay, un poeta afro-americano che, oltre ad essere un poeta, ha creato insieme ad altri una città giardino, in cui c’è un parco comune dove tutti possono andare a camminare in sicurezza, o a lavorare in base a quello che ciascuno è in grado di fare. In Alzheimer, Ross Gay mette in bocca ad una ammalata che esce di casa e vede i petali dei fiori di un ciliegio che le cadono tra le braccia, questi versi:

Guarda: Dio cosa ha fatto!
Guarda: Dio cosa ha fatto!

L’empatia Ross Gay la suscita in noi perché ci mostra ciò che l’anziana ha visto e insieme il suo stupore. A volte il poeta, e Gay è un grande, ha questa idea geniale. Nei versi di apertura la donna, “In piedi sulla soglia. Ha chiesto di nuovo / come mi chiamo: non se lo ricordava / proprio mai”. Quante cose in pochi versi! La perdita della memoria, la familiarità tra i due, la capacità di una donna con l’Alzheimer di percepire la bellezza e di goderne come di un miracolo di cui essere grata. Questa poesia l’ho letta nella traduzione di Damiano Abeni, su Nuovi argomenti (aprile-giugno 2018). Non trovando libri di Ross Gay pubblicati in Italia, me ne sono fatta mandare in inglese, mi sono tradotta le poesie per trovare e collocare questa. Ecco come trovo le poesie, questa era l’unica sua pubblica su una rivista. Ed io la adoro. È poesia!

Bulfaro: Un po’ un lavoro di sponda.
Nel congegnare questo libro c’è una architettura, per esempio rispetto alle fasi dell’Alzheimer?

Grisoni: Nel libro ho cercato di mantenere la cronologia dell’uscita delle poesie commentate sulla Rivista, anche perché è via via cambiata la mia consapevolezza in quanto i poeti mi hanno insegnato molto con le loro poesie. Ad esempio, tra le prime, c’è la poesia di Fabio Franzin in dialetto, che fa riferimento ad una muffa, e che introduce il tema della diagnosi e con essa la lacerazione provata dal figlio quando ha avuto la conferma di questa diagnosi infausta. Questa poesia mi ha permesso di notare come fosse importante per i familiari questa dolorosa consapevolezza.
Poi c’è da dire che ci sono autori, come Bertoni, che ha pubblicato più libri con poesie sull’Alzheimer, e autori che su questo tema hanno scritto una sola poesia. Nel caso di più poesie dello stesso autore, talvolta si può seguire lo sviluppo della malattia: come era prima la persona, quali cambiamenti sono insorti, il dolore, le difficoltà, l’arrivo di una badante. Ho collocato i “frammenti” di Cesare Levi in due numeri diversi della Rivista. Lievi, drammaturgo, regista, scrittore e poeta, ha lavorato molto sulla figura della badante. Ha messo in scena uno spettacolo teatrale che si intitola La badante. Ha riportato molte esperienze della madre, che aveva una forma di demenza, in un romanzo, La sua mente è un labirinto, (Marsilio, 2015). L’ha saputa guardare la madre, ha ascoltato i silenzi di una madre molto amata. L’ho visto interagire con lei ed ha continuato a scrivere poesie sulla sua presenza/assenza.
Si muovono molte dinamiche intorno alle vicende di questi malati, all’interno delle famiglie dove può esserci qualcuno che non vuole la badante. Ma ci sono, dentro queste raccolte di poesie, anche le badanti, sante e benedette. Perché non deve essere per niente facile per loro il rapporto con i familiari e i pazienti.

Manzalini: Un’ultima cosa che mi ha colpito per la potenza, non ricordo né il titolo né l’Autore, è la suora che nel pomeriggio assolato torna dal suo servizio domiciliare: sembra la scena di un film.

Grisoni: L’autore è Langella. Il titolo: La fornace. La sua suora è eroica!
C’è un’altra suora, tra le poesie in dialetto di Andrea Longega, è una suora ricoverata in una stanza vicina a quella della madre del poeta. Il medico, per capire come sta e valutarne la vitalità e la memoria, le chiede:

ad alta vose (la sarà sorda?)
ghe domanda «Sorella
la se recorda ancùo
che santo che xe?»

È, questo, un modo per prendersi cura dei pazienti. La domanda del medico sul santo del giorno può far sentire alla suora la continuità con la sua vita quotidiana scandita dalla preghiera liturgica. Inoltre, la risposta della suora, corretta o errata, sarà per il medico un segno del suo attuale stato di salute, che la poesia tace.

 


 

azzurra d agostino

Franca Grisoni scrive nel dialetto di Sirmione, dove è nata nel 1945. Le sue raccolte hanno vinto Premi come il Bagutta, il Viareggio, il Biagio Marin e il Salvo Basso, il Tirinnanzi, il Ponte di Legno Poesia. Ha pubblicato con case editrici come Einaudi, Scheiwiller e L’Obliquo. Con Interlinea ha pubblicato nel 2017 Alzheimer d’amore, Poesie e meditazioni su una malattia
Collabora a quotidiani e riviste, tra cui Psicogeriatria, e cura letture di testi sacri e poesia, con progetti promossi dal Centro Teatrale Bresciano – Teatro Stabile di Brescia e altri enti culturali.

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Paolo ManzaliniPaolo Maria Manzalini (Napoli 1963) medico, psicologo clinico, psicoterapeuta si occupa di cura e riabilitazione psichiatrica dal 1992, prima in contesti residenziali e da dieci anni in contesti territoriali. Attualmente Responsabile della Struttura Semplice dell’Area Territoriale Psichiatrica della ASST di Vimercate. Promotore con l’Equipe del CPS di Vimercate della rassegna Far Rumore – Azioni per la salute mentale. Da sempre attento alla parola come fondamento dell’incontro e della comunicazione tra gli umani, negli ultimi cinque anni ha ripreso ad approfondire l’espressione teatrale e ha preso parte alla edizione 2017-18 del Corso di TeatroPoesia condotto da Domenico Bulfaro presso il Teatro Binario 7 di Monza. Responsabile Comitato Scientifico di Lì sei vero – Festival Nazionale di Teatro e Disabilità.
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Dome Bulfaro Foto Dino Ignani Rimini 2016Dome Bulfaro (1971), poeta, performer, editore, è uno degli autori italiani più attivi nel divulgare e promuovere la poesia performativa e la poetry therapy. È stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura per rappresentare la poesia italiana in Scozia (2009), Australia (2012) e Brasile (2014). Ha formato e dirige artisticamente il gruppo di ricerca Mille Gru di Monza (2006), poi costituitosi in associazione (2007), casa editrice (2008) e gruppo curatore della rivista Poetry therapy Italia (2020). Ha fondato con Simona Cesana PoesiaPresente LAB, scuola di poesia (2020), sempre gestita da Mille Gru. Ha ideato, cofondato ed è stato Presidente della LIPS, Lega italiana poetry slam. Come critico e studioso ha pubblicato Guida liquida al Poetry slam (Agenzia X, 2016) e ha tradotto con Sara Rossetti Poetry Therapy. Teoria e pratica di Nicholas Mazza (Mille Gru, 2019). Le sue pratiche di poesia terapia si sono sviluppate dal 2009 in Italia e all’estero, negli ospedali di Lecco, Milano, Lugano, il Coesit di Melbourne, in collaborazione con l’Hospice di Monza e presso altri enti. (Foto Dino Ignani)
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