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Poetry Therapy Italia

casiraghy 18

Il racconto della nascita di un un blog (www.ambulancesongs.com) e ora di un libro attraverso le parole appassionate degli autori, dei musicisti e delle tante canzoni – linkate nel testo – che ci hanno salvato la vita... e se non l’hanno fatto, potrebbero. Un blog che rappresenta una versione senza confini della stanza-rifugio in cui in tanti ci siamo nascosti dalla vita con le nostre canzoni come unico appiglio dalla disperazione, il dolore, la tristezza e tutti quegli altri momenti che si frappongono tra una felicità e l’altra. 

Introduzione

Oh, a storm is threat’ning
My very life today.
If I don’t get some shelter,
Oh yeah, I’m gonna fade away.
(“Gimme Shelter”, The Rolling Stones)

A 16, 17 anni, mi inceppai. Tutto, improvvisamente, sembrò da sempre fuori posto. Non ero il ragazzo che ti saresti aspettato di vedere in discoteca, a parlare solo di motorini, sport e quello che passava la tv. Eppure, fino a quel momento, c’ero stato dentro. Contento, almeno credevo. Uno prova ad adattarsi al contesto, se non ne conosce altri. Si chiama sopravvivenza, e io stavo iniziando a mancarla. Iniziai a pensare alla possibilità residua di rivendicare la mia sensibilità, che avevo accuratamente nascosto a un contesto che l’avrebbe equivocata come debolezza. Gli Who la chiamano “Teenage Wasteland”, quel momento dell’adolescenza in cui saluti per sempre i riferimenti dell’infanzia e ti imbarchi nell’avventura di diventare un uomo.

Come ho già detto, vivevo in un paese assai povero di stimoli artistici. Da anni, progressivamente, la mia ossessione passò dal basket, il motorino e gli amici alla musica, i libri, gli artisti. Sentivo che dentro le loro creazioni c’era qualcosa per me. Quei musicisti e quei poeti erano passati esattamente dal punto in cui mi trovavo. Mi misi in ascolto. Le consonanze aumentarono, fortunatamente anche intorno a me. Frequentavo forum dove si parlava di musica e libri, in assenza di persone in carne e ossa con cui poterlo fare. Certo, c’erano i miei genitori, ma a 17 anni non è il momento di avere un dialogo paritario, su te stesso, con loro. Quello spazio, semmai, arriva dopo. Poi un colpo di fortuna: spuntarono nella mia vita alcuni amici con cui, più di ogni altro, condivisi le mie passioni emergenti. Eravamo la riserva indiana del nostro gruppo di amici: ci facevamo vedere sempre meno in discoteca, in favore di sabati sera passati dentro una stanza a fumare, ascoltare musica, discutere di arte, quel poco che ne conoscevamo almeno. Fu la nostra estate indiana e oggi credo di poter dire che mi salvò la vita. Me la salvò perché senza quella condivisione mi sarei sentito irrimediabilmente perso e perché imparai un metodo: avevo scoperto il meccanismo della presenza a me stesso, di quel vivere intensificato che agognavo. Bastava, davvero, mettere su un disco.

Le canzoni ormai mi parlavano. Erano le mie stelle polari, il mio orientamento nella burrasca che non accennava a placarsi sebbene io, dentro di me, iniziassi a trovare un posto dove rifugiarmi. Me lo indicarono i poeti e i musicisti. A distanza di altrettanta vita da quanta ne avevo a quel tempo, da quelle notti in cui ci sentivamo beautiful losers, la soluzione alla mia tristezza è sempre la stessa. Metto su un disco, apro un libro, scrivo e sento pezzi di me tornare a casa. Una casa piena di canzoni, piena di gente strana, disperata e coraggiosa che non smette di insegnarmi a sentirmi e sentire il mondo intorno a me. A vivere, sebbene molti tra gli artisti che sono diventati i miei prediletti hanno avuto vite tragiche, attraversate dal dolore e talvolta concluse rinunciando a vivere. Rincorrendo una promessa che io sento ancora possibile qui, adesso. Lo sento persino in questo momento, mentre vi racconto come nasce l’idea di consacrare a tutto questo movimento un libro. E poi un blog collettivo.

In quella stanza leggevamo insieme le recensioni di Ondarock. C’era un ragazzo su tutti che ci colpiva per la sua scrittura confessionale e barocca al contempo, ricca di collegamenti funambolici ad altre arti e vicende. Si chiamava Salvatore Setola, e qualche anno dopo è venuto a trovarmi di persona per propormi di scrivere un libro sulla psicologia del dolore in musica. Qualcosa del genere, non me lo ricordo nemmeno più. Un’idea pessima che ho rimosso in favore di quella che, qualche bicchiere di vino dopo, si palesò alle nostri menti di musicofili. Cazzo, la musica ci aveva salvato o no? Non era mica una questione di “disco seminale” oppure dare un voto in decimali. Non era stato uno scherzo sopravvivere. Decidemmo dunque di raccontare il nostro amore per la musica attraverso il racconto di tutte quelle volte che una canzone ci aveva salvato. E di raccontare le vite di quegli artisti che ci avevano provato a salvarsi con la musica, ma senza successo, ed eppure finivano per salvare noi, 30 o 40 anni dopo. Per prima cosa, scrivemmo un manifesto, perché avevamo delle ragioni ulteriori per questo cambio di registro e dovevamo accluderle al libro, come introduzione ai nostri scavi autobiografici a ritmo di musica. Si chiama:

Per un’erotica della musica

E fa così:

But don’t forget the songs 
That made you smile
And the songs that made you cry

(“Rubber Ring”, The Smiths)

“La nostalgia del passato riguarda tutti” ma, come proposto da Simon Reynolds, in particolare i musicofili. Sarebbe bello vivere ancora in un mondo in cui gli artisti campino delle vendite di dischi recensiti da critici pagati per farlo, in cui le ciliegie non si trovino sugli scaffali tutto l’anno e gli emuli di Lester Bangs ancora non abbiano invaso il web con un dilettantismo che non è altro che la coda lunga del punk: se non serve saper suonare uno strumento per fare musica, non serve neppure sapere tutto della musica per scrivere di musica.

Chi si occupa di musica non può più fare a meno di considerare che oggi l’ascoltatore impieghi meno tempo ad ascoltare una canzone che a leggere una recensione. L’esorbitante offerta di recensioni senza più domanda se non da parte degli autori e il fatto che, parafrasando la celebre profezia di Andy Warhol, “in passato tutti siamo stati critici rock per 15 minuti” ha eroso il valore residuo della funzione di filtro della critica. Cadono così le vecchie gerarchie: a scrivere sono i lettori, a leggere sono gli scrittori, i musicisti scendendo dal palco e si mischiano a loro.

Le uniche riviste musicali, cartacee e sul web, che resistano al passare del tempo e  al quarto d’ora di celebrità sono quelle che alla funzione di filtro hanno affiancato quella di approfondimento, rivolta a quei musicofili che se ne fregano del voto a un disco ma, quando trovano una canzone che a loro dice qualcosa, non si accontentano facilmente dell’ascolto. Vogliono di più: così indagano il senso e la poesia di quella musica potente che li ha rapiti, forse salvati. I primi interpreti di questo bisogno sono stati le 31 canzoni di Nick Hornby, il sito internet SongMeanings, le pagine di Maurizio Blatto per Rumore… Non recensioni, qualcos’altro.

Infine l’approdo dei critici rock su facebook: se il blog li imbrigliava ancora nel canone giornalistico, il social network è diventato il luogo dell’umanizzazione radicale della loro conoscenza storica, tecnica e poetica, uno spazio bianco dove poter scrivere della musica nei termini dell’autobiografia, individuale o collettiva, senza alcuno scopo oltre a quello della gratificazione insita nella condivisione spontanea della propria storia, passione e fantasia.

Noi non giudichiamo se il gioco valga la candela dal momento che proprio le canzoni ci insegnano che tornare indietro è impossibile nella vita. A noi interessa che la fiamma della candela resti accesa e con essa la musica continui ad essere un fattore rivoluzionario, catartico e benefico nella vita delle persone, così come lo è stato per noi e quelli come noi, come cantava Claudio Lolli. Con questo libro vogliamo andare oltre la candela, vogliamo accendere un fuoco attorno a cui offrire un riparo di senso: siamo convinti che scritture più aperte e interiormente partecipate come quelle riepilogate meritino di più che essere relegate al ristretto circuito di “mi piace” di cui ognuno dispone, per non dire del restare chiuse dentro il cassetto dei non-scritti.

Siamo certi che nel mondo di oggi, in balia dell’emotività, sia sempre più importante la possibilità di condensare, indagare, testimoniare le emozioni. Emozioni travolgenti che la musica dona all’uomo dalla notte dei tempi; musica che ha salvato la vita anche a noi, forse anche a voi. Con questo libro proponiamo una commozione diffusa, per un’erotica della musica che deponga le ostilità dell’interpretazione in favore del sentimento poetico verso le  canzoni, sentimento poetico che non è per forza poesia e assume miriadi di forme ulteriori: narrazioni, canzoni, fotografie, video e molto altro.

ambulancesongsQuesto è un libro commosso sulle canzoni che ci hanno salvato la vita, molte tra queste canzoni forse hanno salvato la vita anche a voi. E se non l’hanno fatto, potrebbero. Oppure vi sarete salvati con altre canzoni, le vostre. Se vorrete raccontarcele, siete nel posto giusto, perché questa storia non si esaurisce col libro ma va avanti insieme a voi su www.ambulancesongs.com, un blog per ospitare le canzoni che vi hanno salvato la vita e la vostra testimonianza sulle canzoni che vi hanno salvato la vita.

“Vogliamo accendere un fuoco. Vi aspettiamo al termine del bosco.”

…Forte, vero?

Riavvolgiamo il nastro però, perché io e Salvatore non ci siamo inventati proprio niente. La musica ha sempre beneficiato dei tormenti dei musicisti, così come la poesia di quella dei poeti. Se si parla di bellezza estetica di un’opera artistica, siamo tutti d’accordo: la sofferenza sembra davvero offrire temi e suggestioni speciali agli artisti. Ma se si parla di terapeuticità della scrittura, come si combinano le cose insieme?
La risposta affonda nella notte dei tempi: c’era una volta…

 

Dalla musica che salva la vita alla musica che crea la vita (e la poesia)

Occorre venerare il canto liturgico come fosse la sillaba Om,
con Om infatti si inizia il canto liturgico.
Ora spiegheremo…
(Chandogya Upanishad I,1,1)

La poesia è indissolubilmente connessa a una tradizione oggi considerata autonoma, la musica. Come scriveva Giovanni Papini (1932, p. 172), “la poesia è fatta di musica messa in parole”.
Se la musica nasce con l’universo, si pensi all’Ohm (Aum), il suono primordiale che con la sua vibrazione ha materializzato il mondo, la poesia nasce con l’uomo come “suono alla ricerca di un senso” (Bertoni, 2006, p. 23): “Lo stato poetico consiste nel crearsi un’anima musicale per fare eco a un canto che venga da fuori” (Dufrenne, 1981, p. 208). La poesia è indissolubilmente connessa a una tradizione oggi considerata autonoma, la musica. Come scriveva Giovanni Papini (1932, p. 172), “la poesia è fatta di musica messa in parole”.

Poi, è fra il VII e il III secolo a.C., nell’ambito della letteratura greca, che la poesia si emancipò progressivamente dal rito e poi dalla musica, fino a distinguersi chiaramente come una forma sempre più autonoma di discorso letterario solo nel Medioevo. Ma ancora oggi musica e poesia vivono una relazione di complementarietà che va oltre la comune radice e la lunga tradizione di accompagnamento iniziata con aedi, emuli di Orfeo dotati di lira, trovatori provenzali, minnesanger alto tedeschi, laudisti ed esecutori di corte.

Riconosci quale ritmo regge gli uomini.
(Archiloco, fr. 105-6)

Questa complementarietà è testimoniata innanzitutto dal residuo musicale depositato in ogni poesia, il ritmo, secondo il poeta Octavio Paz “il più radicato e primitivo degli istinti” (in Gardini, 2007, p. 73): una poesia non deve necessariamente avere rime, ma ha necessariamente un ritmo. Non c’è poesia senza ritmo, perché questo, togliendo alla parola singola il suo significato ordinario, “lo ricotruisce tra le parole” (Antomarini, 2013, p.44). Morrison scrive che “nella poesia il ritmo è una risposta emozionale al pensiero”: il ritmo sarebbe così il “battito del cuore della poesia” (1987, p.91-92). Questa ripetizione avrebbe la qualità ipnotica “che aiuta a creare un “luogo secreto”, il ponte per l'inconscio da cui la poesia sorge” (Longo, 2009, p. 5)”, “per andare verso qualcosa, per quanto non si riesca a capire che possa essere questo qualcosa” (Paz, in Gardini, 2007, p. 87).

Le arti tutte, ma più specialmente la musica e la poesia,
possono stimarsi due lampi balenati da un medesimo sguardo di Dio.
(Guerrazzi, n.d.)

Alle origini i confini della poesia non erano così definiti, confondendosi sia con forme religiose (testi liturgici, racconti mitici, testi funebri), sia più generalmente con i canti, cioè con i testi musicati, religiosi o profani: tutte le religioni utilizzano tutt’oggi il suono per curare e rinnovare lo spirito, incrementando la consapevolezza dell’hic et nunc paradossalmente attraverso un abbassamento della coscienza vigile (Morrison, 1987). Per esempio nella tradizione sufi della danza dei dervisci rotanti, le vocali vengono usate per liberare il corpo e aprirlo alla danza. Questo perché il ritmo “provocata la perdita d'identità individuale, la ripristina attraverso la sua traduzione in parole” e “provoca uno scambio tra suono e visione” (Antomarini, 2013, p.54). Per questo Mallarmé sosteneva che “il verso è ovunque nella lingua vi sia ritmo” (in Calasso, 2001, p.110).

Nei tempi mitici la lingua era “un misto di parola musicale e canto privo di scopo; il carattere primordiale della lingua sarebbe dunque quello già intuito da Vico, per il quale i balordi autori delle nazioni, spinti da violentissime passioni, crearono le prime lingue cantando. La lingua-musica non ha scopo pratico, è pura espressione. (…) I concetti logici furono originariamente immaginati in forme personali: in dei, che all’inizio i primi poeti-teologi, secondo l’intuizione vichiana, si finsero e si cedettero. In questo stadio estatico, ninfale, del linguaggio, la parola parla per parlare, apparendo sotto forma di dio momentaneo.” (Moretti, in W.F. Otto, 2005, XVIII, XVIV)

Per questo Jaynes indica che “i primi poeti furono dei” e “la poesia dunque era il sapere divino (1984, p.429). Era la poesia di Mosè a indicare al popolo come e quando condurre l'arca sacra; fra gli antichi popoli arabi la parola poeta sta per “colui che sa” per avere ricevuto questa sapienza dagli dei; il poeta e il veggente sono la stessa cosa secondo una lunga tradizione che parte dal principio della civiltà fino a Rimbaud. Per questo e altri motivi, “la poesia era il linguaggio degli dei” (p.431) e se oggi la poesia viene scritta, negli uomini dell’antichità era cantata e questo perché la musica era un eccitante neurale delle percezioni allucinatorie degli dei. Non a caso il nome stesso della musica deriva dalle Muse, a cui i poeti si appellavano privi di coscienza come noi oggi ci appelliamo alla memoria verbalizzata per sforzarci di ricordare.

È stata una fantasia persistente: la prima lingua che gli uomini hanno parlato era musica, poesia e scienza allo stesso tempo. All’inizio era una stessa parola, insegnata da Dio o dettata dalla natura, sapeva dire le cose, i sentimenti, le leggi. E nell’immagine che ci si compiaceva di formarsi di questa facoltà nascente, non solo non erano ancora apparse la distinzione tra parola e canto, la differenza tra potete espressivo e potere di designazione oggettiva, ma l’uso sacro e l’impiego profano del linguaggio non si erano ancora posti come domini separati: nella grande festa dei primi tempi, qualsiasi termine era celebrativo e portava in sé la sostanza del reale designato. Investita da un senso integrale, la parole raggiungeva le cose e godeva della felicità del contatto con esse. Ogni presenza che l’uomo nominava era per lui un dio o un rappresentante di una divinità. Così, grazie a una rivelazione benigna e a una ispirazione esatta, la prima lingua univa in sé la pienezza di un sapere alla pienezza musicale del proprio potere espressivo.
(Starobinski, 2011, p. 69-71)

Orfeo fu il primo degli uomini-divini toccati dal sacro fuoco della poesia. Secondo il mito, Orfeo è fatto a pezzi dalle baccanti ma la testa recisa del poeta, approdata a Lesbo – il luogo sacro nella tradizione musicale del secolo VIII – ancora canta in versi, ispirata da Apollo, e li detta a Museo che li trascrive. “Ogni poeta si sentiva un Museo, il primo discepolo di Orfeo” (Antomarini, 2013, p.46).

Julia Kristeva (1984), nota linguista, psicanalista e filosofa, sostiene che la poesia “deriva da una area semiotica di esperienza corporea presimbolica strettamente legata al ritmo”, oltre che alla sensazione (Maltby, 2008, p. 20). In questo senso Orfeo, il primo poeta-divino, tradurrebbe la musica degli dei in un ritmo comprensibile agli uomini, senza per questo svelare il mistero della visione di questi – echemuthìa, in greco – un impegno del cantore a mantenere il riserbo circa le verità ultime, solo accennandole attraverso la ricomposizione tra un suono che cela un mistero e la comunicazione linguistica (Antomarini, 2013, p.47). Per questo, la notevole sensibilità umana al ritmo nasce “dalla profondità del sistema nervoso, da quegli strati arcaici in cui vibra ancora il tamburo dello sciamano” (Koestler, 1975, p. 301).

 

Muse e musica come fonte di cura nella Grecia classica

Platone definisce la possessione divina proveniente dalle Muse come musica, in quanto spinge e muove le anime verso la poesia divinamente ispirata: infatti, afferma, «chi, senza il delirio prodotto dalle Muse, giunga alle porte della poesia, è un poeta in sé imperfetto ed inoltre la sua poesia, quella cioè di chi rimane in senno, viene oscurata dalla poesia di chi è preso da delirio». Anche qui la musica giunge allo stesso risultato della poesia, in quanto la musica divinamente ispirata rende chi è divinamente ispirato perfetto poeta: infatti afferma che chi è posseduto dalle Muse è divinamente ispirato non per altro se non per divenire poeta, cantore delle nobili imprese compiute anticamente, risvegliando inoltre attraverso queste lo zelo per l’educazione di coloro che vengono dopo.”
(dal Commento alla Repubblica di Platone, in Bruni, 2010, p.32)

Wagner sosteneva che “di fronte alla musica noi ci comportiamo come si comportava il Greco di fronte ai suoi miti simbolici” (Calasso, 2001, p.63) e tra i più importanti vi sono le Muse.

Le Muse sono nove, consacrate alla poesia nelle sue varie forme, con strumenti musicali come attributi: flauto per Euterpe, lira per Tersicore, cetra per Erato. Per parlare delle Muse originariamente si alludeva alla possessione, il furore poetico che sovente porta il poeta alla pazzia. Il dono della Musa era una profezia, poi passò ad essere la personificazione della poesia, e poi nella sua ultima attualizzazione svolge un ruolo decisivo nella formazione sentimentale del poeta, “responsabile dell’oggetto della passione e del modo in cui si va alla sua ricerca. E’ lei che rende il poeta monomaniaco, trasformando l’amore che egli prova nell’equivalente di un monologo della Musa” (Otto, 2004, p. 110), dettando quel carattere ostinato e ossessivo che è prova del furore sentimentale di tanti poeti e stati poetici.

Il dipinto Parnaso di Raffaello (1510-1511, Roma: Musei Vaticani) raffigura Apollo intento a suonare una lira a braccio in mezzo alle Muse. Il Monte Parnaso infatti, era la loro dimora e dalla loro nascita, come ebbe a dire Pindaro “Ciechi sono i pensieri degli uomini quando cercano la via con gli artifici dell'intelligenza, ma senza le Muse” (p. 106). Ma se l'uomo ascolta, conclude Pindaro, può salire sul carro della Musa e farsi suo discepolo e cantore del “fenomeno originario della forma musicale del vero, che nella sua bocca è divenuto linguaggio percepibile”.

Presso tutti gli uomini i poeti godono della massima venerazione e di rispetto, perché la Musa ha insegnato loro il canto
e ha cara la stirpe dei poeti.
(Odissea, 8, 479)

Oltre che nella mitologia e nella letteratura, anche nella pratica medica della Grecia classica fu presto compreso il valore della simbolizzazione dell'esperienza quotidiana attraverso la poesia, come ricorda Furio Jesi: “guarigione del poeta significa, al tempio dell’antica Grecia, presenza esclusiva di dei e non di demoni, divinità anziché demonicità” (1968, p. 128). I medici greci erano iniziati allo stesso tempo tanto alla musica che alla poesia; le arti e la medicina erano considerate inseparabili, e i cicli della natura e del corpo erano infatti considerati in relazione col ritmo, di cui ancor prima il ritmo della musica e della poesia era riconosciuto per l'intrinseco valore terapeutico (Merloo, 1999). Gli Asclepiadi, i discendenti di Asclepio menzionati nell'Iliade, sostenevano di aver ereditato da lui importanti segreti terapeutici, come quello di far dormire i malati a contatto immediato con la terra, dove attendevano sogni rivelatori intorno alle malattie e i principi guaritori (Seppilli, 1972).

Anche nella Bibbia si menziona l'uso della poesia e della musica da parte di David per calmare il cuore selvaggio di Re Saul. Re Davide infatti per tutta la vita compose salmi, che cantava accompagnandosi con la cetra, esprimendo felicità per la protezione che Dio manifesta a chi si rivolge a Lui con fiducia (Rojcewicz, 1999). Inoltre, la Regola di San Benedetto per i monasteri prevede che i monaci intonino i salmi attraverso il canto gregoriano. Nella sua Regola del XI secolo d.C., San Benedetto dichiara: "Alziamoci, poi, finalmente, per ciò che la Scrittura ci suscita, dicendo: « Adesso è l'ora per noi di passare dal sonno». Cerchiamo di aprire gli occhi alla luce deificante, ascoltiamo con orecchie attente” (in Picasso, 2009, p. 2). La giornata comincia nel canto, e da secoli e secoli in molti monasteri sparsi nel mondo ci si sveglia seguendo quella che costituisce una “risposta poetica” al mondo e a se stessi (Slattery, 1999).

L’anima è tutta piena di discordia e dissonanza; quindi per prima cosa è necessaria la follia poetica, che attraverso i toni musicali risvegli ciò che è intorpidito, attraverso la dolcezza dell’armonia plachi ciò che è turbato, e infine attraverso la consonanza delle cose diverse cacci la dissonante discordia e temperi le varie parti dell’anima.
(da Libri de vita coelitus comparanda, in Bruni, 2010, p.91)

 

Tempi moderni: musica e poesia come terapia

Al Pennsylvania Hospital, il primo della nazione, fondato da Benjamin Franklin nel 1751, i degenti per disturbi mentali hanno a lungo preso parte a molte attività progettate per alleviare le loro sofferenze e Franklin stesso vi ha introdotto la terapia occupazionale (Jones, 1969). Qui il Dr. Benjamin Rush, il padre della psichiatria americana, utilizzava pioneristicamente la musica e la letteratura come trattamenti ausiliari per pazienti psichiatrici nei primi anni dell'Ottocento, in anticipo di almeno una dozzina di decadi sulle prime intuizioni unitariamente teorizzate, verificate e condivise con la comunità scientifica (Rubin, 1978; Mazza, 2003).

Decifrare nel giorno o l'anno un simbolo
dei giorni dell'uomo e dei suoi anni,
convertire l'oltraggio empio degli anni
in una musica, un rumore e un simbolo.
(Borges, “Arte poetica”)

Oggi, all'interno di una sessione di gruppo di poetry therapy, appena i partecipanti rispondono alle suggestioni che provengono dal loro contatto soggettivo con la poesia, divengono più liberi di iniziare a relazionarsi l'un con l'altro, intorno alle tematiche suscitate dalla lettura del testo poetico. La poesia dunque interrompe la percezione di isolamento e estraniazione iniziale dei partecipanti: “Nel momento in cui c'è ritmo, qualcosa viene condiviso dai partecipanti” (Leedy, 1969, p. 52)

Un pionere della Poetry Therapy, Art Berger, scrisse della poesia come veicolo per la scoperta di sé studenti (Poetry the Healer, 1973) e usò il rock, testi blues, e musica jazz per stimolare la scrittura dei bambini. In quegli anni si fece largo una nuova idea di giornalismo come registrazione dell'esperienza personale senza filtri: si veda ad esempio il “gonzo journalism”, incentrato più sulle sensazioni che sui fatti, creato dall'autore di Fear and loathing in Las Vegas, Hunter S. Thompson.

Che Dio abbia pietà di voi porci!" urlai a due Marines che uscivano dal cesso. Loro mi guardarono, ma non dissero nulla. Io stavo già ridendo come un matto. Ma non faceva differenza. Ero solo un altro di quei sacerdoti allo sfascio col cuore ammalato. Merda, mi avrebbero adorato, al Brown Palace. Mi feci un'altra bella tirata di popper, e arrivai al bar col cuore colmo di gioia. Mi sentivo come una mostruosa reincarnazione di Horatio Alger... un uomo in marcia, abbastanza malato da avere fiducia in tutto.
(2016, p. 303)

All’interno di questa nuova corrente letteraria s’impongono gli scritti funambolici di Lester Bangs, considerato all'unanimità il maggior critico musicale del rock'n'roll, che nei suoi articoli per le riviste di settore mischia autobiografia e critica musicale attraverso un linguaggio lisergico, fortemente contaminato dall’assuzione di droghe psichedeliche, inserendo dialoghi estemporanei, riflessioni traversali e contrappunti privati per argomentare le passioni travolgente per alcuni dei dischi che faranno la storia della musica. Un esempio? Ecco come scriveva di “Metal Machine Music” di Lou Reed: “Avete presente quando siete così tesi e ansiosi che tutti i nervi della nuca vi si aggrovigliano in un'unica palla bruciante? Be' se quella ghiandola potesse fare musica, avrebbe lo stesso suono di questo lp”.

Dagli lp che suonano come una ghiandola irretita dal frastuono più atroce alle canzoni che salvano la vita, il ponte per attraversare il fuoco era stato gettato. Dall’altra parte c’era la musica, c’era la poesia, c’erano entrambe le cose e non si potevano più distinguere, proprio come nell’origine della civiltà. La lezione insegnava attraverso i testi e gli umori dei musicisti che “c’è un poco di magia in ogni cosa e un po’ di perdita, per compensare le cose” (Lou Reed, “Magic and Loss”, 1992). Ora andava raccontata, proprio a partire da quelle canzoni che sembravano capaci di salvarci, proprio a partire da quegli artisti che non erano stati capaci di salvarsi. Ma perché, poi?

Ti chiamano estasi, non posso tenerti
non posso trattenerti
mi sento come quella macchina
che ho visto oggi, niente radio, né motore, né cofano
Vado ad un cafè spero ci sia della musica
spero che suonino
ma se dobbiamo separarci
avrò un’altra cicatrice proprio sopra il cuore
e la chiamerò estasi.
(Lou Reed, “Ecstasy”, 2000)

 

Toccati dal fuoco: artisti, follia e suicidio

“Dall’antichità la malattia è spesso stata interpretata come condizione essenziale per l’affinamento della sensibilità” (Cassano, in Jamison, 2009, p. 9), si veda per esempio il quadro di Gustave Moreau – Esiodo e la Musa, 1891, Parigi, Musée d'Orsay – in cui viene rappresentata una scena descritta nel proemio della Teogonia di Esiodo, all'alba della letteratura occidentale: la Musa, con le ali di un angelo, abbraccia Esiodo e gli fa dono della staffa del poeta, posandogli sul capo una corona d' alloro. “Ma nel momento stesso dell' investitura – il dono di cantare le imprese degli dèi – i poeti hanno ricevuto anche un altro dono. Invisibile, oscuro e terribile, che da allora li ha accompagnati attraverso i secoli. Ippocrate gli trovò un nome: melanconia, il male provocato secondo il padre della medicina da un eccesso di bile scura – ‘l'umore autunnale’” (Pervisali, 2011, p. 37). Secondo Furio Jesi (1968, p. 212, 213) “l’estasi di un poeta può essere involontaria – ed allora confina col patologico –, o determinata, ed allora comporta una scelta”.

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia,
follia.
(Aldo Palazzeschi, 1978, p. 52)

Già Platone nel Fedro descrisse forme di mania tra cui quelle dei poeti e aggiunse che non si può esser artisti solo con la tecnica, ci vuole anche il delirio delle Muse. Ma è col romanticismo che l’esaltazione irrazionale e l’eccezionalità della sofferenza torna al centro dell’idea di arte e poesia, e “la malattia dell’artista venne vista come una forma di protesta contro l’ordine della società, contrassegno del genio da preferire alla sanità borghese” (p. 9).

Numerosi e autorevoli sono le testimonianze di scrittori e poeti in lode o apologia della malattia mentale, come coloro toccati dal fuoco in ogni secolo più che nel resto della popolazione, almeno secondo le ricerche sulle affezioni maniaco-depressive. E altrettanto numerose sono le testimonianze degli studiosi della salute mentale. Cesare Lombroso si spinse fino a tracciare la teoria psicopatica del genio, sostenendo che “in ogni artista vi sia un cervello iperfunzionante e pertanto portatore di una alterazione mentale” (Bartalotta, 2003, p. 47).

Nel più importante libro sulla follia degli artisti, “Toccato dal fuoco” della psichiatra K. R. Jamison si sostiene che questi umori alterni siano un crogiolo potente per l’immaginazione. Oggi non è azzardato affermare che la malattia faciliti l’espressione del talento artistico, al pari di come incida sulla salute mentale. Che ciò accada appare certo dalla biografia dei poeti.

E chi allora, se gridassi, mi sentirebbe, degli ordini
angelici? E anche supponendo che uno di loro
improvvisamente mi stringesse al cuore: morirei
della sua più forte essenza. Perché la bellezza
non è altro che l’inIzio del tremendo.
(R.M. Rilke, 1999, p. 131)

Lo psichiatra Arnold Ludwig (1998) ha studiato le biografie e le lettere di un campione di mille artisti concludendo che il 77% dei poeti, il 54% per cento dei romanzieri, il 50% per cento dei pittori/scultori e il 46% per cento dei compositori ha sofferto nel corso della sua vita di almeno un significativo episodio depressivo.

MacGregor (1989), nel libro The Discovery of the Art of the Insane, presenta una storia di interscambi fra arte e psicologia negli ultimi trecento anni, attraverso teorie di grandi geni e persone non mentalmente sane, biografie di artisti “pazzi” e la descrizione dei profili psicologici di grandi creativi, oltre a tutto ciò che poteva servire a meglio comprendere il potenziale che le arti hanno nel trattamento della salute mentale e nella diagnosi.

Uno studio dettagliato sui suicidi “artistici” è stato inoltre effettuato da Al Alvarez ne Il dio selvaggio. Suicidio e letteratura (1971), in cui si indagano i retroscena e le ragioni del suicidio e dei tentati suicidi di molti artisti.

La poesia è la lava dell’immaginazione che con la sua eruzione previene il terremoto, dicono che i poeti non divengono mai pazzi, ma ci vanno tanto vicino che non possono fare a meno di pensare che far rime sia utile ad anticipare e prevenire la follia.
(Byron, in Morrison, 1987, p. 49)

La Jamison si chiede, nelle conclusioni del volume, cosa si debba fare con la salute mentale degli artisti, in particolare rispetto all’utilizzo di psicofarmaci. Prendiamo l’esempio dell’abusato carbolitio: il suo intervento biochimico protegge la persona da quella saturazione di sregolata di emozioni dissonanti che è il movente di tanti suicidi. Tuttavia chiunque abbia fatto uso di litio può testimoniare l’azzeramento di quella sensibilità verso il mondo interno ed esterno che è alla base della creazione artistica. Ogni clinico che voglia prendersi cura di un artista dal temperamento tumultuoso dovrebbe chiedersi fino a che punto è giusto proteggere l’essere umano e fino a che punto è giusto proteggere l’artista poiché “noi del mestiere siamo tutti pazzi, alcuni toccati da gaiezza, altri da melanconia, ma tutti siamo più o meno toccati”, diceva Lord Byron (Jamison, 2007, p. 17).

La poesia è una malattia dell’uomo, così come la perla è la malattia dell’ostrica.
(Heinrich Heine, in Jamison, 2007, p. 9)

Lo studio portentoso di Jamison denota i problemi e i vantaggi di chi, sulla scia dei poeti visionari greci, poteva dichiararsi posseduto dagli dei dell’ispirazione. Lo fa a partire dal più grande esempio di follia e poesia, Lord Byron appunto, oggi un bipolare da manuale che “predisposto per via ereditaria alla follia, violentemente melanconico e sempre in preda al timore di diventare pazzo, si mantiene sul filo della ‘bella follia’, su quella linea spesso impercettibile che separa il temperamento poetico dallo stato psicopatologico” (p. 21). Lo fa tracciando l’origine del dibattito nel cuore della storia, in Socrate, Platone e Aristotele e come disse il primo di essi “colui che giunge alle porte delle Muse, pensando che potrà essere valido poeta in conseguenza dell’arte, rimane incompleto, e la poesia di chi rimane in senno viene oscurata da quella di coloro che sono posseduti dalla mania” (p. 63). Come ha scritto Robert Lowell (in Jamison, 2007, p. 25)

“Si accomodi”. “Piano”.
“Il dottor Brown sarà qui fra dieci minuti”.
Intanto, una sedia di metallo si apre in una barella.
Sono disteso e legato a essa, con solo la mia mente in fuga.
Loro continuano ad agitarsi.
“Dove sta andando, Professore,
non le servirà il suo Dante”.

Il punto è, come sottolinea Eugenio Borgna (2012, p. 48, 53), psichiatria che si è lungamente occupato della fenomenologia della poesia, che “non è la malattia ad essere dispensatrice di creazione poetica ma il dolore che ad essa si associa… La creazione poetica di Nelly Sachs non sarebbe stata quella che è stata se non si fosse abitualmente nutrita di fragilità e di gentilezza, di sensibilità e di nostalgia, di angoscia e di dolore, che la esperienza psicotica, questa epifania del dolore che è la follia, ha dilatato nei suoi orizzonti di senso”.

Secondo quest’ipotesi potremmo comprendere perché i primitivi apprezzassero e ricercassero sensazioni di dolore fisico: per accrescere l’attività intellettuale, compensare con una eccitazione gradevole successiva allo stimolo doloroso e lenire tipi diversi e più pericolosi di dolore: “mentre l’arte offre all’uomo il mezzo capace di intensificare i sentimenti legati a tutte le molteplici attività dello spirito, essa versa contemporaneamente su di lui quella pace interiore, nella quale si placano tutte le più forti eccitazioni” (Seppilli, 1992, p. 215).

C’è un’offerta di pace, dunque, nella scrittura. Un gioco pericoloso, un tavolo su cui avevo deciso di puntare tutto me stesso, consigliato da persone di cui ora sono collega, attirato anche dall’oblio romantico a cui tanti artisti si erano consegnati in cambio di qualche attimo di beatitudine creativa. Dal Faust di Goethe a Rimbaud e Ian Curtis, avevo ormai scelto, per sempre, i miei nuovi eroi.

Ho provato l’intelligenza che prevede: io ormai voglio diventare folle.
(Jalal al-Din Rumi, 2006, p. 181)

 

La scrittura autobiografica

Gli artisti sono quasi tutti pazzi o pazzi mancati, dunque.

E allora come si arriva a proporre di utilizzare la scrittura con finalità terapeutiche, anche all’interno dello stringente canone scientifico che non ha mai apprezzato le incursioni degli artisti, secondo un pregiudizio che come abbiamo visto è tutto fuorché immotivato?

Antonio Lo Iacono, tra i pionieri italiani dell’utilizzo terapeutico della poesia, ha scritto che “se oggi la psicologia sperimentale è in grado di dire qualcosa a proposito dei benefici della scrittura e dei processi emozionali, cognitivi, comportamentali e sociali che si attivano con lo scrivere lo dobbiamo alle ricerche di James Pennebaker e colleghi” (Lo Iacono, 2005, p. 1-2). Gli studi di Pennebaker sui benefici della scrittura cominciano negli anni ottanta, impartendo a un gruppo di soggetti volontari – studenti universitari – le seguenti istruzioni:

Per i prossimi quattro giorni vorrei che scriveste i vostri pensieri e sentimenti più riposti a proposito dell'esperienza più traumatica di tutta la vostra vita. Nei vostri scritti, vorrei che vi lasciate andare a esplorare le più profonde emozioni e pensieri. Potete collegare i vostri scritti alle realzioni con gli altri, compresi genitori, innamorati, amici e parenti; al vostro passato, al vostro presente o al vostro futuro; a ciò che siete stati, a ciò che vi piacerebbe essere o a ciò che siete ora. Potete scrivere per tutti e quattro i giorni sullo stesso argomento o esperienza, oppure ogni giorno su traumi diversi. Tutto ciò che scriverete resterà assolutamente riservato.
(Pennebaker, 2001, p. 161)

Pennebaker riferì di pianti durante la stesura degli elaborati e di una lunga ed intensa discussione con gli studenti alla fine della sperimentazione. La natura stessa degli esperimenti rivelava traumi estremamente profondi in persone assolutamente integrate e appartenenti ad una condizione sociale economica medio-alta. Quattro mesi dopo, i partecipanti compilarono un questionario che misurava la loro percezione dell’esperimento a distanza di tempo, verificando un effetto immediato per gli studenti stessi al di sopra della più ottimistica ipotesi. Ma il vero focus dell'esperimento era sugli esiti della scrittura sulla salute fisica, verificata attraverso il confronto delle informazioni sul numero di visite per cure mediche effettuate presso l’ambulatorio dell'università riservato agli studenti, nei mesi precedenti e successivi all’esperimento. E dopo sei mesi i dati dell'ambulatorio indicarono che l'esercizio sulla scrittura aveva influito sulla salute fisica in modo tangibile, riducendo vistosamente le visite richieste, come emerso anche attraverso confronti col campione di controllo. A ciò si doveva aggiungere un migliorato stato dell'umore rivelato da successivi questionari resi possibili anche dalla riconoscenza degli studenti verso la sperimentazione in oggetto.

Pennebaker, con la collaborazione della psicologa clinica Janice K. Kiecolt-Glaser e dell’immunologo Ronald Glaser (1988), confermò il suo primo studio organizzando un esperimento simile, questa volta però gli studenti si prestarono anche a tre prelievi di sangue: uno il giorno prima di scrivere, uno dopo l’ultima sessione di scrittura e, un’ultima volta, sei settimane dopo. L'esito fu analogo al primo esperimento, con la preziosa osservazione in più che i volontari i cui scritti trattavano pensieri e sentimenti profondi relativi alle loro esperienze traumatiche evidenziarono un funzionamento immunitario più efficiente (aumento dei linfociti-T in vitro in presenza di mitogeni) rispetto a chi aveva trattato argomenti superficiali. Questo effetto risultò più accentuato l’ultimo giorno di scrittura, e persistette come tendenza generale nelle sei settimane successive allo studio. Altri esiti positivi nella riposta immunitaria furono rilevati per il virus di Epstein-Barr (Esterling et al, 1994) e per la vaccinazione all'epatite B (Petrie et al, 1999).

Pennebaker (2001) proseguì dunque oltre il primo pioneristico studio e la sua successiva convalida in diversi ambiti. Verificando effetti equiparabili in tutte le classi sociali e gruppi etnici degli Stati Uniti e in numerosi paesi esteri ed alcune limitazioni, e trovando che l'abitudine alla scrittura influisce non solo sulla salute, ma anche su una ampia serie di altri fattori di vita, come desumibile dalla rassegna di Sloan e Marx (2004), che hanno considerato ventisette studi pubblicati, di cui otto condotti da Pennebaker e collaboratori.

L'atto di costruire storie è un naturale processo umano grazie al quale gli individui arrivano a comprendere le proprie esperienze e se stessi.
(Pennebaker, 2001, p. 160)

Inoltre, è stato dimostrato che anche lo scrivere di traumi immaginari aveva effetti benefici (Greenberg, Wortman & Stone, 1996), ciò secondo Pennebaker (2001), ciò dimostrava quanto sia importante non tanto il disvelarsi del trauma, quanto l'esplorazione della propria dimensione emozionale e cognitiva, intuizione che lo psichiatria Antonello Correale durante una supervisione al gruppo di lavoro entro cui ero inserito ci esplicitò con una frase per me memorabile: “Lavoriamo sui fantasmi oltre che sui fatti”.

Per tal motivo Pennebaker è andato via via convincendosi che i benefici della scrittura espressiva siano da ricondurre non soltanto all’espressione verbale di pensieri e stati d’animo, ma più in particolare alla loro organizzazione in forma di storie” (Lo Iacono, 2005, p. 12). Per Pennebaker la scrittura è uno strumento d'elezione per aggirare l’influenza negativa che le emozioni negative potrebbero avere sulla nostra salute qualora restassero inespresse: costruire storie attraverso la scrittura permette alle persone di vivere soggettivamente una risoluzioni di esperienze che, una volta dotate di senso e significato, divengono controllabili.

Le cause sottese a questi effetti sorprendenti sono per Pennebaker (2001) di varia natura. La scrittura potrebbe indurre modificazioni nel comportamento, consentire alle persone di esprimersi, integrare pensieri ed emozioni in riferimento al trauma e permettendo così una archiviazione dello stesso in memoria. L’alternativa, l’inibizione, costituirebbe uno sforzo silenzioso e costante per l’organismo: non parlando di un evento non traduciamo in parole l'esperienza, e viene meno la capacità di comprenderlo e di assimilarlo, facendolo affiorare sotto forma di sogni, ruminazioni mentali e altri disturbi del pensiero analoghi. Dall’altra parte, ricostruire le esperienze sotto forma di storie permette di comprenderle e comunicarle agli altri (Pennebaker, 1997).

È in particolare intorno a quest’ultimo punto, alla comunicazione delle proprie storie di vita, che noi di Ambulance Songs ci siamo concentrati: la musica come canale, la parola come viatico. Raccontare la propria storia attraverso le canzoni. Abbiamo acceso quel fuoco.

 

Un invito alla catarsi attraverso la musica

L’interpretazione è la vendetta dell’intelletto sull’arte.
Anziché di un’ermeneutica, abbiamo bisogno di un’erotica dell’arte
(Susan Sontag, “Contro l’interpretazione”)

Allora adesso, se sei arrivato fino a qui, lasciati dire cosa è davvero Ambulance Songs come te lo avrei dovuto dire dall’inizio, se solo fossi un buon venditore di me stesso: un inclassificabile atto d’amore e devozione nei confronti della musica e del potere salvifico delle canzoni. Un libro commosso per “non dimenticare le canzoni che ti hanno salvato la vita” e per un’erotica della musica, che deponga le ostilità dell’interpretazione in favore del sentimento poetico. Con Salvatore abbiamo proposto narrazioni inconsuete rispetto ai classici registri della critica, prediligendo di brano in brano uno stile emotivo, intimo e in consonanza poetica con lo spirito dei diversi brani scelti e in cui poesia e prosa si affiancano in interazione reciproca, per raccontare i due emisferi dell’ascolto nell’attimo esatto della scossa sismica prodotta dalla musica nell’anima di un appassionato. Il volume ha la struttura di un cofanetto con tanto di ghost track, bonus track e contenuti extra – a cura degli ospiti: il poeta Diego Bertelli, il critico musicale Carlo Bordone e il direttore di Ondarock Claudio Fabretti – e copre una moltitudine di generi, epoche e tematiche: dalla ribellione all’amore, dalla solitudine alla follia, dal dolore alla spiritualità. Il risultato è una playlist eterogenea che affianca pietre miliari a capolavori dimenticati, ma soprattutto un kit di pronto soccorso per musicofili in crisi di senso. Un invito alla catarsi attraverso la musica.

Ma il nostro libro non è altro che il primo sasso nello stagno di un progetto più ampio. Qualcosa di completamente diverso, aperto a tutti, rivolto solo e soltanto alla condivisione della centralità della musica nelle nostre vite. Di vita in vita, di canzone in canzone. In questi anni di presidio abbiamo letto racconti autobiografici a tema musicale che non meritano di restare nel cassetto o al massimo finire nel maremagnum di un social network. Da qui il blog www.ambulancesongs.com, una casa nella quale ospitare anche le vostre canzoni che ti hanno salvato la vita, quindi anche i tuoi racconti di queste canzoni.

Dunque ti chiedo:

Hai una canzone, un disco, un concerto che ti ha salvato la vita?

Vuoi raccontare l’amore che ti lega a una canzone, come la musica ti ha salvato quella volta?

Ti piacerebbe infine pubblicare su questo blog la tua testimonianza?

So cosa stai pensando, ma ascolta: non devi per forza conoscere la storia della musica per scriverci, a noi interessa la storia dell’amore tra te e la tua canzone. Questo blog nasce per persone che amino la musica, amino raccontare e trasformare le loro esperienze in storie, indagando se stessi attraverso il rapporto tra la musica e la nostra vita. E come ho cercato di dimostrarti sino ad ora con questo lungo excursus, anche il tuo medico sarebbe d’accordo.

E a distanza di un anno e poco più dalla sua inaugurazione, 150 contributi di un centinaio di persone circa e decine e decine di migliaia di letture è possibile trarre anche le prime considerazioni: che noi si sappia, tutti coloro che ci hanno inviato un contributo hanno tratto giovamento dal raccontarsi attraverso la musica, spesso tormentata, di artisti che talvolta non sono riusciti a sopravvivere ai propri demoni fertili. Proprio come sosteneva Pennebaker: raccontare storie fa bene, così come fa bene leggere le storie degli altri.

Oggi il blog è diventato una casa per tutti quelli come noi. Una versione senza confini della stanza-rifugio in cui in tanti ci siamo nascosti dalla vita con le nostre canzoni come unico appiglio dalla disperazione, il dolore, la tristezza e tutti quegli altri momenti che si frappongono tra una felicità e l’altra. Come ha scritto un musicista e poeta a cui siamo devoti e che non poteva mancare nel nostro libro, Nick Drake, come nelle nostre vite:

Now we rise
We are everywhere.
(Nick Drake, “From the morning”, 1972)

 

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Ambulance Songs. Non dimenticare le canzoni che ti hanno salvato la vita, di Luca Buonaguidi e Salvatore Setola, Arcana, 2019

 


 

luca buonaguidiLuca Buonaguidi (1987, Pistoia) ha una lunga frequentazione con l’Asia e l’Appennino tosco-emiliano. Psicologo specializzando in Psicoterapia Bioenegertica, si occupa di Poetry Therapy dal 2012. Ha scritto saggi musicali, quaderni di viaggio, libri di poesia e suoi scritti compaiono su varie antologie, riviste, radio e blog. Promotore di festival di controcultura, collabora come co-autore di testi e altri progetti multimediali con musicisti e fotografi. Ha curato con Francesca Gori “L’isola che c’è - Un laboratorio autobiografico in comunità”, il primo libro in Italia scritto dai pazienti delle comunità terapeutiche.
» La sua scheda personale.

 

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